Alguer

alguer

 

Gli antichi tumori alberati
Per il tuo lungomare, Alguer
Simili a zampe d'elefante
Cornuti trofei esposti al molo
Ricordano che tutto ricordano:
L'eternità strappata al vento del tempo
Io e lei intrecciati come radici del sole.

La Formula del Vuoto

2+2=4Castro

Fra gli elementi comunicativi inediti di questo Family Day, alcuni dei quali probabilmente torneranno prossimamente nelle bocche dei suoi organizzatori e promotori, c’è sicuramente il cartello asettico, icastico, enigmatico con su scritto “2+2=4”. Seppur una sua immediata identificazione e interpretazione è presto detta, le fotocronache ci dimostrano come il contesto delle sue apparizioni sia quello dell’estrema destra (una delle tante componenti strutturali del Family Day) in particolare ascrivibile al mondo di CasaPound, aiutandoci quindi a fornire un senso politico oltreché simbolico alla formula.

Si tratta infatti di uno degli esempi di riappropriazione dell’immaginario culturale dell’avversario politico (già abbondantemente fatto con Che Geuvara, Rino Gaetano, ultimamente persino Gramsci etc…) cosa in cui CasaPound (e tutta l’estrema destra in realtà) è da sempre ferratissima, ovviamente con risultati decisamente ridicoli, come appunto questo, che sì, è indubbiamente un riferimento al 2+2=5, la somma sbagliata che nel celeberrimo “1984” di Orwell diventa giusta per dimostrare la forza della coercizione del sistema, capace appunto di andare al di là di qualsiasi legge, persino quella più strettamente logica e universale della matematica. Il suo utilizzo in questo caso è da vedersi nel contesto di idee che portano alla presunta “naturalità” della famiglia composta da una madre e un padre, e quindi al ribadimento con forza della formula corretta con risultato 4.

Il fatto che 1984 sia un testo articolato e complesso, che parla del dramma di una dittatura omologatrice, della pericolosità del pensiero unico e degli inganni del revisionismo storico politico, e soprattutto di quanto la manipolazione del linguaggio sia fondamentale in tutto questo, passa in secondo piano, e diventa messaggio subliminale sullo sfondo, che tenta di trasmettere la difficilmente trasmissibile idea che ci sia un pensiero unico con metodi autoritari che vuole le unioni civili e l’adozione per coppie omosessuali per opprimere la famiglia tradizionale, mostrata quindi nel ruolo melodrammatico e acritico della vittima, della parte lesa, altra cosa in cui CasaPound nelle proprie autorappresentazioni è decisamente miserabile avanguardia, anche se, come detto sopra, la goffa fagocitazione delle icone altrui con l’intento annichilente di svuotarne il senso proprio nel momento del riuso, come in una dialettica in cui ci si appropria degli argomenti dell’altro per portarli alle conseguenze assurde e invalidarli, una sorta di pars destruens, all’interno di quelle conversazioni che sono gli immaginari, resta il loro ottuso saliente, per usare una tipica espressione del camerata Socrate.

ERRATA CORRIGE

Come evidenziato nel reportage di Leonardo Bianchi uscito su Vice, si sottolinea come in realtà il riferimento del “2+2=4” sia da andare a trovare nell’opera di Gilbert Keith Chesterton, scrittore inglese anglicano poi convertito al cattolicesimo, la cui opera massimamente impregnata sul conflitto del bene e del male, in cui il ruolo della fede è centrale per la salvezza dell’uomo, sta venendo riscoperta recentemente da gruppi come Militia Christi, la cui apparentemente profonda commistione con i più tradizionali gruppi di estrema destra ha dato adito al grande fraintendimento di cui sopra. Ed è proprio uno striscione, scritto col cosiddetto fasciofont, che chiarisce la citazione, di cui la formula è un’estratto “Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro.” Un estratto, che, come si è visto, ha portato ad uno sguardo superficiale una lettura erronea. Per quanto, in ultima analisi, non sarebbe assurdo pensare che Orwell conoscesse Eretici di Chesterton, raccolta di saggi dal quale è presa la citazione, dato che, uscito nel 1905 e prendendo di mira filosofi e letterati del suo tempo, scatenò un acceso dibattito in Inghilterra. Si aggiunga inoltre, come pura disquisizione, che anche la formula avversa “2+2=5” non è un’invenzione di Orwell. Sembra piuttosto che questo emblema matematico sia stato usato più volte in letteratura, specialmente nell’area francese e inglese, proprio per rappresentare una realtà e un suo sovvertimento. In questo senso dunque il riferimento a 1984 sbaglia l’origine, non completa, ma semmai integra alla perfezione, e di certo lo fa consapevolmente, l’area semantica di quel cartello, visto che Militia Christi stessa è convinta dell’esistenza di una lobby di potere Lgbt, che s’impone attraverso le leggi in maniera autoritaria, come il Partito di Orwell.

Leggi che però non sono solo il ddl Cirinnà. Già durante le manifestazioni contro l’introduzione dell’aggravante dell’omofobia (la cosiddetta legge Scalfarotto, nel 2013) si possono trovare in rete tracce di quel frammento di Chesterton, segno che quelle parole sono diventate simbolo da molto tempo e che semmai solo adesso stanno trovando un uso più largo e condiviso. Perfino Antonio Socci è un suo fan, e in quei giorni, in cui tra l’altro ci si accaniva sulla boutade del “genitore 1 e 2”, riprese l’estratto, traducendolo con una piccola libertà (“The great march of mental destruction” diventa per lui “La grande marcia della distruzione culturale“). Ma da dove viene questa improvvisa riscoperta di Chesterton da parte dei movimenti contrari al riconoscimento dei diritti civili per gli omosessuali? La prima traccia in italiano sembra essere questa, un comunicato stampa inviato da Manif Pour Tous Italia, un’associazione nata in Francia proprio per radunare tutte le anime contrarie alla legge sui matrimoni omosessuali, chiamata “Mariage Pour Tous”, cioè matrimonio per tutti. In Italia invece l’associazione sbarca in occasione proprio della legge Scalfarotto e indovinate dove si trova uno dei primi segni della sua nascita? Nel sito della cosiddetta “Opera Chesterton“, attiva nell’italia centrale adriatica, che ha tra le sue attività una “Cooperativa Hobbit” e una “Polisportiva Gagliarda”, oltre ad avere fra i simboli che si trovano all’interno del suo sito, anche il cuore crociato, emblema della Milita Christi. Il tutto ruota attorno alla Scuola Libera G. K. Chesterton di San Benedetto del Tronto, dove per “libera” si intende “cattolica”, la quale, per non farsi mancare niente, ha aderito come istituto al Family Day.

Se il fitto scambio di linguaggi, slogan, simboli, riferimenti fra le destre francesi e italiane non è roba nuova, tutta questa intricata serie di legami sembra testimoniare in maniera inedita come il mondo cattolico omofobo italiano si sia trovato un mentore, l’ambiguo e complesso Chesterton, ed è ormai decisamente avviata l’appropriazione sine dubio della sua opera per la causa. Stiamo forse assistendo allo stesso fenomeno che portò la destra più strettamente politica a prendersi vita opere e miracoli di Ezra Pound, fino a dare ad una sua espressione il suo nome in maniera impropria (tanto che gli eredi di Pound diffidarono dall’uso del cognome). In entrambi i casi si sbandierano da ogni parte gli intenti culturali, educativi e sociali delle associazioni (la cooperativa Hobbit di Opera Chesterton pulisce le strade e tiene in ordine i cimiteri), anche se poi sostanzialmente l’ideale è quello illiberale e autoritario dell’imposizione dogmatica di concetti come “Dio, Patria e Famiglia”. Ci si può sempre sbagliare, come dimostra l’inizio di questo pezzo, ma il sospetto è che di Chesterton e dell’uso improprio del suo nome sentiremo ancora parlare, se è vero che il fronte della destra reazionaria parlamentare ed extraparlamentare sta trovando una ferma spalla nell’ortodossia cattolica clericale ed extraclericale. D’altronde da par loro non si vede alcun impegno nel prendere le distanze l’una dall’altra.

Se c’è qualcosa di peggio dell’odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l’odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali.

– G. K. Chesterton

In questi giorni

triangolotesta

Guardo i film di Fellini
Leggo i libri di Philip K. Dick
Vivo con la donna che amo
E il mio gatto mi ronza accanto

In giorni come questi 
L'esistenza è una risposta
Che tutte le nocciole cantano
E non m'importa d'altro.

Soprattutto in Prima Persona

RenziDoom

C'è un uomo sul palco. La gente lo applaude e ride alle sue battute. Milioni di persone lo guardano in televisione. La percezione di vivere un momento storico. È il novembre del '93, o il gennaio del '94. È passato tanto tempo ormai.

Sembra esserci un nuovo slancio, un cambiamento nella prassi comunicativa che riguarda prima di tutto i destinatari del messaggio. Il pubblico, l'utenza, il consumatore, l'elettore… la massa disgregata riprende forma, riprende corpo, riprende vita: è popolo. E il popolo diviene attore. O meglio comparsa. Diciamo pure concorrente. Parte di un raffinato circuito di responso e suggestione.

Qualunquismo, antipolitica, movimentismo, populismo, liderismo. Nuove visioni del mondo e nuovi sogni. Reinterpretazioni, cover. Libertà e/o partecipazione. La vendita dei miracoli e la vendita delle pestilenze. La pubblicità e il boicottaggio. Il partito azienda, il partito sito. Il territorio, il verticismo. Diossina, Ici, 144, presidenzialismo, comunisti, riutilizzo. Meno tasse per tutti. Fermiamo l'amianto. Auditel e sondaggi. La lotta di classe e la class-action. Il pubblico, il copyleft, il privato, il copyright. I capi popolo sono per definizione catalizzatori di tutte le esaltazioni civili, più o meno genuine.

Il 10 dicembre del 1993 esce Doom, per molti semplicemente il videogioco più figo della storia. Le tre dimensioni, la libertà di movimento, il coinvolgimento nell'azione, i mostri intelligenti, ma tutti ineluttabilmente destinati alla massacro compiuto da un adolescente qualsiasi, smaliziato ed entusiasta, dionisiaco. Una rottamazione a ciclo continuo al suono loopato di un minigun.

Iddqd, il Godmode, era semplice, senza obiezioni, univoco. Tu sopravvivevi, i mostri morivano. L'hakuna matata al ritmo dell'esplosione dei pixels rossi. Era uno sporco e divertente trucco. #Iddqd.

L'Italia è un FirstPoliticianShooter. Internet ha solo rivoluzionato il multiplayer. La narrazione della politica è come la trama di un videogioco che è come la trama di un film porno.

Finiti i mostri finisce il divertimento del doomguy. Il suo stile è grottesco, l'impulso satirico. Per questo il suo shootgun dichiarazionistico serve solo all'apparenza a colpire un nemico.

Il virus della provocazione genera zombie intellettuali. Favorevoli e/o contrari, l'ossessione è divorare e/o assimilare l'idea e il cervello che l'ha prodotta, veicolando in ogni caso il contagio di una visione del mondo distorta a piacere elettorale.

Ma quello che vediamo e quello che giochiamo non è altro che l'elaborazione di un codice, di un programma, di un motore grafico. C'è il lavoro di programmatori, betatester, designer. E tu, per applicarti al meglio in questo sistemo operativo mondo, che videogioco vorresti?

Stilla

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Tutto bullandosi di saggezza 
S'una strada bianca sudario
Un pischello di terra m'incrocia
E mi dice con voce secca:

Sgama quella libellula
Che garrula s'intrippa
Col vento di primavera

Mollata la timidezza
Ha il mondo nelle ali
E zompa come saetta

Alla tua piccola stilla interna
Luminosità metti a stecca
Così lasciati essere 
Esibisciti al social sole  
Vacca di luce
Che tutti lecca.

 

 

L'immagine è "La Città delle Semisfere" 
da Dodici città ideali di Superstudio, 1971.

Funeral Show

cenerentola

A pensarci era da tanto che aspettavo il nuovo film di Kusturica.

 


Ogni agnostico anticlericale dovrebbe godere quando uno dei mali della Chiesa si manifesta in tutto il suo orrore e pisciare sull'indignazione, come se la retorica cattolica sia innocua quando celebra sobri funerali di provincia.

Provincia, interno chiesa, sobrio funerale.
Prete: "Ha sofferto di ogni privazione in vita, malattie, solitudine, povertà, senza mai farsene un cruccio, né mai lamentarsi, rimanendo sempre fedele e vicino alla Chiesa, meritando così di sedere anche lui alla destra del Padre."

Fra i banchi, un flebile bisbiglio:
Bambino: "Ma', tu mi vuoi bene anche se rompo i coglioni?"
Mamma: "Certo che no, idiota!"
Bambino: "Minchia Ma', sei tipo Dio."
Mamma: "Stai zitto e parla bene."

E di cosa ci si indigna poi? Sarebbe stato scandaloso se con tutte le mazzette, le elemosina e gli exvoto che il clan dei Casamonica ha sparso per la città il funerale in grande stile non gliel'avessero fatto.

Il tiranno è sempre un benefattore. Costruisce autostrade, ospedali, stazioni e fa arrivare i cortei funebri in orario.

Welby invece? Cosa ha dato Welby alla Chiesa? A parte l'occasione di evolvere, intendo: dubbi etici, sputtanamenti pubblici e un corpo di Cristo vegetale. In una parola: paranoie.

Con quali pretese si presentava alla Chiesa di Don Bosco?

Siamo sicuri che per arrivare nel Regno dei Cieli sia meglio una sedia a rotelle di una Rolls Royce?

Siano benedetti allora i fedeli omertosi e facoltosi! 

Che poi la notizia a ben vedere è che il capo di uno dei clan più potenti di Roma è morto. Ben vengano i festeggiamenti che se tanto mi dà tanto la sua non è un'eredità da notaio.

Robe di bombe, bimbi e bamba! 
La Chiesa non si è mai ritirata davanti a niente di tutto questo.
O meglio, non la Chiesa, la Chiesa che piace a me.

 

 

La foto è tratta da Dismaland di Banksy.

Le Parole dei Fiori

TrioCensura

Tonda, nel ciel di maggio,    
Come un formaggio d’Olanda,    
Monta la luna in viaggio    
Ed il suo raggio ci manda    
Questo paesaggio.    
Che miraggio!    
Che sogno! Che sogno!

Dorme il mulino a vento    
Sotto la luna d’argento.
Dorme l’olandesino    
Nel suo lettino piccino.    
Ogni cosa giace,    
Tutto tace.    
Che pace! Che pace!

Odi i fior parlar tra lor.    
Parlano tra loro i tuli,    
Tuli, tuli, tulipan,    
Mormoran in coro, i tuli,    
Tuli, tuli, tulipan.
Odi il canto delizioso    
nell’incanto sospiroso.

Queste sono le prime strofe di Tulipan, musica di Maria Grever e testo di Riccardo Morbelli, rifacimento dell'originale Tulip Time con ai testi Jack Lawrance. Le sue interpreti sono Alexandrina, Judik e Catherine Leschan, altrimenti note in italia come il Trio Lescano, e per questa canzone vennero arrestate.
    Era il settembre del '43, da pochi giorni il Generale Badoglio aveva lanciato alla radio il confuso proclama dell'armistizio con gli alleati. I soldati italiani allo sbando, lasciati senza ordini, tornavano alle proprie case in abiti civili. Chi non riusciva a raggiungere un luogo sicuro veniva intercettato dall'esercito tedesco, fatto prigioniero di guerra e spedito nei campi di concentramento. La famiglia reale era fuggita a Brindisi, abbandonando le strade di Roma ai fucili tedeschi e i suoi cieli ai bombardieri americani. Il Trio Lescano invece aveva in programma una serata al teatro di varietà Il Grattacielo, nel cuore di Genova.
    Il Grattacielo aveva il suo ingresso al piano terra della Torre Piacentini, che coi sui 119 metri era la più alta costruzione in cemento armato d'Europa. Terminata nel '40, in pieno embargo delle nazione atlantiche, fiore all'occhiello del regime, venne costruita da Marcello Piacentini, considerato l'architetto del Duce. Celebre infatti il suo sodalizio ventennale con Mussolini, che gli commissionò le numerose opere con cui volle fascistizzare le città italiane. In Piacentini Mussolini trovò chi seppe dare agli edifici ufficiali una solennità capace di sorreggere le aspirazioni imperiali italiane. Classico e moderno venivano mescolati in architettura come un fascio littorio proiettato al cinema. Caduto il regime, il nome e l'opera di Piacentini vennero messi da parte. L'onta del collaborazionismo sarà lunga da lavare.
    
Ma torniamo alla giovanile e scoppiettante Genova, città ricca e moderna, uno dei vertici del triangolo industriale, che anche durante la guerra non si faceva mancare di ospitare gli artisti più in vista del mondo dello spettacolo. Le Lescano infatti erano il trio di canto jazz più famoso di quegli anni. Formatesi nel '36 col nome Trio Vocale Sorelle Lescano, erano piaciute molto ai dirigenti della radio di Stato, la Eiar, che ne trasmetteva in continuazione i raffinati vocalizzi alla moda. Loro che erano nate in Olanda, di nazionalità ungherese, con madre ebrea e cantando un genere americano, avevano talmente conquistato il pubblico e l'autarchico Mussolini che egli stesso nel '42 promosse la loro naturalizzazione italiana al Re Vittorio Emanuele III. Seppure durante la guerra, fu un evento mediatico imponente.

Un anno dopo però le cose erano cambiate per tutti. Mussolini era stato destituito, le sorti belliche avevano portato l'Italia alla resa e al Trio Lescano, come tutti gli interpreti di musiche straniere, era stata bandita la radio. Questo non impediva alle Tre Grazie del Microfono, come venivano chiamate, di viaggiare fra un teatro e l'altro per esibirsi dal vivo. Non lo impediva l'autarchia musicale del fascismo e non lo impediva la guerra.     
    
Il 12 settembre del '43 c'era grande attesa per la loro serata e un giovane fattorino genovese rubava un'ultima masticata alla sua radice di liquirizia prima di nascondersela in tasca, mentre scorgeva la Fiat 2800 su cui viaggiavano le dive avvicinarsi a passo calmo attraversando Piazza Dante.

"Com'è bella questa piazza!" Sospirava Judith.    
"L'avrebbe dovuta vedere prima." La stuzzicava l'autista.
"Prima quando?" Indagava Alexandrina.    
Qualche secondo di silenzio e poi l'autista si corresse:
"Comunque è molto bella anche adesso, si."

I benestanti rimasti in città si erano dati appuntamento al Grattacielo per assistere al concerto. Un diversivo niente male rispetto al fragore delle bombe. Un certo brivido doveva percorrere quelle schiene insaponate, sia mai che un acuto delle Lescano potesse confondersi con l'allarme antiaereo. Durante la guerra andare a teatro era un'avventura rischiosa.

"Spero che facciano quella canzone su quel gatto"    
"Maramao non è su un gatto."    
"Su cosa allora?"    
"Ma lo sanno tutti che è una presa in giro a Galeazzo Ciano."    
"Ma dai!"
"Ma non era su un Papa morto?"    
"E poi non era di un altro?"    
"Io sapevo fosse su un condottiero vigliacco."    
"Aspetta forse mi sovviene un sonetto…"
"E comunque la loro madre è ebrea."    
"Dicono clandestina."

Il concerto era iniziato in orario ed era al culmine. L'aria del Grattacielo già vibrava delle graziose voci femminili del Trio con le canzoni A cuore a cuore a bocca a bocca, Bel moretto, La canzone delle mosche, La gelosia non è più di moda, Topolino al mercato, C'è un'orchestra sincopata. Il pubblico era in visibilio per le Lescano, il periodo di lontananza dalla radio infatti le aveva rese ancor più desiderabili. Stanno giusto partendo le prime note di Tulipan, quando nel teatro si scatena un certo subbuglio. 

"Le camice nere!"    
"Saranno i tedeschi?"    
"Ho paura, torniamo a casa!"    
"Ma che fanno?"    
"Tranquilla noi non c'entriamo niente."    
"E la musica?"    
"Ce l'avranno con loro?"    
"Se mi chiedono qualcosa gli dico di mio zio."    
"Se ne sono andate dal palco."    
"E la polizia dov'è?"    
"Ma quello lo conosco!"    
"Le avranno prese?"    
"Le hanno prese."    

Carcere di Marassi. Le Lescano sono state arrestate e vengono sottoposte ad un interrogatorio. Una camicia nera tambureggia sulla scrivania con un foglio piegato su cui è trascritto il testo di Tulipan. Un ispettore della polizia di sicurezza fuma liscio guardando le cantanti sconvolte e nervose in viso, pallido sotto la sua pettinatura luccicante schiacciata sulla testa come un elmetto. Alle domande serrate le donne rispondono come al microfono, in coro:    

Ispettore: "Cosa mi dite di questa canzone?"    
Trio Lescano: "Non l'abbiamo scritta noi!"    
Ispettore: "Ma l'avete cantata!"    
Trio Lescano: "E con questo?"    
Ispettore: "Crediamo che ci siano messaggi in codice per il nemico."    
Trio Lescano: "Non ne sappiamo niente."    
Ispettore: "Come un formaggio d’Olanda, monta la luna… voi siete anche olandesi, giusto?"
Trio Lescano: "Naturalizzate italiane."    
Ispettore: "Cos'è questo formaggio?"    
Trio Lescano: "Sarà il gouda."

Rimarranno in carcere per un mese. Trattate come ogni prigioniero, con le divise numerate 92, 93 e 94 subiranno la privazione della libertà, degli affetti e di qualsiasi conforto. In più quando a Marassi arrivano i tedeschi, questi le costringeranno a fare da interpreti durante gli interrogatori dei prigionieri di guerra che arrivano dai fronti stranieri. Un compito gramo che assolvono solamente nella speranza di ottenere una clemenza che nè i nazisti nè i fascisti sembrano voler concedere. 
    Ma com'è potuto succedere che loro tre, insignite poco più di un anno prima della cittadinanza italiana, col favore di Mussolini e del Re in persona, vengano arrestate e trattate come spie nemiche? Si interrogano le Lescano, corrugando i loro volti stanchi ma aggraziati, dagli occhi sbocciati come petali e i nasi slanciati come gambi, nei lunghi momenti di noia dietro le sbarre:    

Alexandrina: "Qualcuno deve averci denunciate."    
Catherine: "Si ma chi potrebbe volerci tanto male?"
Judik: "Io ho un sospetto."    
Alexandrina e Catherine: "Chi?"    
Judik: "Le conoscete, non ci hanno mai potuto sopportare."    
Catherine: "Il Trio Capinere?"
Alexandrina: "Sono sempre state invidiose del nostro successo."    
Judik: "E sono italianissime."    

Il Trio Capinere, la risposta autarchica al jazz del Trio Lescano, interpreti di altrettanti grandi successi, ma sempre un passo indietro rispetto alle loro concorrenti olandesi. Di certo l'antipatia le aveva spinte ad una soffiata maliziosa nei confronti di quelle ragazze che cantano di formaggi d'Olanda e fiori che parlano fra loro in maniera ambigua e tendenziosa. La paranoia del regime poi ha fatto il resto. Gli anni che seguirono e la dispersione che portò la guerra misero una piera tombale sul loro destino, mentre il Trio Lescano dopo il mese di prigionia, per diretta intercessione del Re rifugiato a Brindisi, ottennero la tanto agognata libertà, prosciolte finalmente da ogni accusa di spionaggio. Le strade di Genova accolsero con grandi feste la loro liberazione, drappeggiando i balconi di striscioni con su scritto "Viva le Lescano!" mentre tutto attorno ancora tuonavano le bombe e suonavano dai grammofoni le parole:

E cantano i tuli, tuli, tulipan.    
Tuli, tuli, tulipan.    
Nel cantar questa canzone    
le tre Lescan    
ci tenderan    
tre tuli, tuli, tulipan!

 


Oppure… oppure no e tutta la storia dell'arresto per colpa di Tulipan è un'invenzione delle Lescano, un'esagerazione rispetto ad una rapida ed indolore convocazione in questura per interrogarle sulla clandestinità della madre ebrea. Questo suggerisce un caparbio studioso genovese, tale Vincenzo Zanolla, che per il sito non ufficiale Trio-lescano.it ha analizzato le loro versioni, riscontrando innumerevoli contraddizioni. 
    Come quella dell'arresto durante un concerto, spettacolarità ben lontana dalle operazioni antispionaggio. Oppure ancora il fatto che stando alle cronache il Trio in quei giorni abbia continuato il suo tour nei teatri regolarmente e senza alcuna interruzione. Infine la totale assenza di riferimenti all'evento che non fossero riconducibili alle stesse Lescano, con un totale silenzio in proposito di giornali, radio o semplici versioni che nel corso nel tempo le tante persone coinvolte avrebbero potuto dare.     
    Ma perché inventarsi questa storia? Forse che le Lescano, continua Zanolla, abbiano voluto darsi un'immagine di martiri per superare il disonore di aver avuto successo sotto il fascismo? Il serio rischio di trovarsi consegnate alla storia come Le Tre Grazie del Fascismo può in effetti valere il tempo che ci vuole ad inventarsi e a mettere in giro la storia di una arresto. Non sarebbe l'unica volta che il Trio tenta di imbrogliare il pubblico: pochi anni dopo la guerra infatti Catherine lasciò il Trio e venne sostituita da una somigliantissima italiana, tale Maria Bria, sottopagata. Nessuno venne avvertito e nessuno sospettò nulla. La prima versione della storia dell'arresto invece spunta nel 1985 e Catherine sembra esserne estranea. Di certo, avran pensato le altre nell'accordarsi sul loro alibi, l'ingiusto zelo oscurantista di cui si facevano vittime non avrebbe stonato con tutta la fanfara repressiva e autarchica che il fascismo si cantava e si suonava già da solo. E in qualche modo, seppur per poco, nell'Italia proclamata antifascista del dopoguerra, il Trio Lescano, voleva poter continuare a cantare i sui maliziosi tuli, tuli, tulipan… che parlano fra lor di una verità che un po' si voleva dire e un po' anche no.

Sgrauz – Il Mostro al Senato

adrian - Copia

Castrobloghina riprende vita
come morso da un cieco parassita alieno
o toccato dalla beatitudine di un santone…
ma è Andrea Tabagista Frau a resuscitarlo
con un pezzo per la sezione Buon Sangue.

 

Sgrauz era un essere vivente alquanto improbabile. Aveva il corpo ricoperto da una folta peluria castana, su quello che per semplicità chiameremo "volto" erano disseminati dei foruncoli con pus, le due fessure buie che gli consentivano la vista erano molto ravvicinate, il naso e la bocca erano un tutt'uno, una sorta di cratere violaceo maleodorante, come quelli che lasciano i meteoriti quando si schiantano sulla Terra.

Sgrauz non mangiava. Sgrauz si nutriva degli odori.

Questo strano tipo d'animale, non si esprimeva chiaramente, ma si faceva capire. Ad esser chiari grugniva, ruttava e, a volte, ma solo quando nessuno lo vedeva, cantava delle sublimi e raffinate melodie in una lingua sconosciuta. Forse un coro d'angeli, invidioso del suo bel canto, l'aveva trasformato in quell'informe abominio della natura.

In paese l'avevano chiamato "Sgrauz" perché il suono che emetteva più frequentemente era qualcosa tipo: "sgrauz". Le mamme lo usavano come l'uomo nero con i bambini, i bambini lo usavano come capro espiatorio, i grandi lo usavano come bassa manovalanza. 

Il nostro orripilante amico faceva il buttafuori in una bettola, e puliva quando serviva, tutto gratis, o meglio, in cambio il padrone gli permetteva di avvicinarsi alla friggitrice quando veniva accesa. Quei miasmi di olio bruciato erano l'unica cosa che gli desse una certa soddisfazione, almeno a giudicare dai suoi grugniti che si facevano più concitati, umidicci e ansimanti.

Una sera nella bettola semi-deserta Sgrauz spazzava in terra. In tv un politico stava ribattendo alle domande dei giornalisti sull'ennesima tragedia nel Mediterraneo. Il politico senza tanta convinzione abbozzava qualche bel discorso sull'integrazione e l'accoglienza. Lo sparuto e alticcio uditorio lo ascoltava scuotendo la testa, covando dentro risentimento e rancore verso non si sa chi, la vita, si presume. Mentre il politico diceva: "Abbiamo il dovere di accogliere chi è meno fortun…", Sgrauz emise il verso più acuto e fragoroso che si fosse mai sentito non solo al paesino, ma probabilmente sull'intero pianeta. Pareva che all'inferno, il diavolo in persona si fosse dato una martellata sul dito mentre crocifiggeva un'altra volta Gesù Cristo!

I pochi presenti, inizialmente terrorizzati, si guardarono, e dopo alcuni istanti esplosero in un boato esultante; l'avrebbero portato in trionfo se Sgrauz non fosse stato così ripugnante.

Tutto ciò che covavano dentro, la bestia l'aveva espulso con dolore liberatorio, deietto da quella specie di corpo, tradotto in quel verso infernale, con vivida chiarezza, come se avesse avuto il dono della telepatia, come se si fosse messo in contatto con i loro intestini crassi. 

In realtà Sgrauz aveva visto un topo zampettare verso il bagno. Il suo era un urlo di spavento.

Qualche giorno dopo i paesani lo candidarono capolista in una lista civica. Gli oppositori lo schifavano. Alcuni si rivolsero alla magistratura per invalidare la candidatura di quell'essere, disposero perizie psichiatriche, ma senza successo; in confronto a Sgrauz una macchia di Rorschach era una classica bellezza occidentale. Perfino i missionari che erano stati nei lebbrosari lo trovavano repellente. Nei suoi santini elettorali c'era un pulsante, tu lo premevi e partiva il gingle del suo tipico grugnito infernale. Inutile dire che Sgrauz stravinse le elezioni, ma non fece un giorno in Comune. Fu subito candidato al Senato della Repubblica Italiana.

Una sera, un oscuro gruppo chiamato semplicemente "Italia", lo catturò e lo caricò in un furgone. Quando una truccatrice propose un restyiling della sua immagine, un uomo dell'organizzazione la schiaffeggiò: "Deve rimanere esattamente così! Inguardabile, irricevibile, disgustoso, semplicemente non umano!"

Quello sarebbe stato lo slogan della sua campagna elettorale per le politiche: "Semplicemente non umano!"

Quel gruppo non era poi così occulto, senza scomodare i più astuti giornalisti d'inchiesta si scopriva facilmente che il partito di maggioranza lo finanziava tramite delle fondazioni. Il trino Presidente, ovvero il Segretario, ovvero il Tutto, aveva designato l'antagonista per i prossimi dieci anni. Sgrauz non avrebbe mai costituito una reale minaccia e la maggioranza avrebbe avuto gioco facile a rastrellare voti paventando il trionfo del mostro. La gente che lo votò pensava: "Almeno siamo sicuri che non ruberà. Neanche mangia!"

Sgrauz fu messo capolista e approdò al Senato. Il primo giorno si era presentato con un cilindro in testa, un bastone da passeggio e un papillon rosso. Nemmeno così risultava divertente, buffo o al limite pacchiano. Rimaneva ripugnante.

Al senato si discuteva un'importante riforma: l'istituzione di mendicanti e barboni cyborg come capri espiatori. Chiunque avrebbe potuto sfogare su di loro la propria frustrazione, insultarli, aggredirli e bruciarli senza incorrere in alcuna sanzione. Questa lungimirante riforma fu interrotta da un tragico evento: l'ennesimo barcone di  migranti era affondato: 323 morti, nessun superstite.

L'osservanza del rituale minuto di silenzio fu profanato dai versi di Sgrauz. Da casa molti convenirono con i suoi versi. "Sì, Sgrauz! Hai ragione!" dicevano. In realtà l'ignara bestia aveva visto sul tablet di un senatore l'immagine di una cagnetta con due codette legate da nastrini rossi. Sgrauz si era fiondato sul collega salendo sui banchi e aveva letteralmente posseduto il tablet con una frenesia animale. Ogni singolo pixel era stato violato, i cristalli si erano liquefatti dopo il trauma elettronico. La diretta televisiva fu interrotta proprio durante quell'atto sessuale unidirezionale tra la belva e quel freddo oggetto inanimato. I senatori rimasero senza parole. Sgrauz scaraventò l'oggetto a terra, con una zampata, forse imbarazzato emise un altro urlo e scappò verso i bagni.

Fioccarono gli editoriali sofisti  per giustificare il gesto di Sgrauz. Si scrivevano cose del tipo: "Il gesto neo-luddista di Sgrauz ci richiama al pericolo della tecnocrazia che pervade le nostre vite, annullando le sane e primitive abitudini della provincia…", oppure: "Sgrauz parla al nostro io più istintuale, non scordiamo da dove veniamo, non vergogniamoci della nostra natura animale…", titoli come: "Sgrauz è l'ultimo baluardo a nostra difesa!" o quesiti etici: "Quella tra Sgrauz e la foto nel tablet può essere considerata unione civile? Potrebbero adottare? Cosa dice la Conferenza Episcopale?"

Insomma, l'ennesima manifestazione animale del senatore Sgrauz passò in cavalleria, sfumata in dibattiti fumosi, il gruppo "Italia" e il Presidente poterono tirare un sospiro di sollievo.

Ma accadde qualcosa di più grave: la mattina dopo, il senatore proprietario del tablet profanato, fu trovato morto nei bagni del Senato. Il cadavere presentava segni di graffi sul volto, e, cosa più terrificante, era stato sventrato, sviscerato. Non c'erano impronte o schizzi di sangue. Il morto era stato svuotato con una perizia certosina, quasi chirurgica. Svuotato come la prima parte della Costituzione Repubblicana. Il lavoro era troppo pulito per un animale. Troppo pulito per Sgrauz.

Cosa più strana: le interiora non erano state ritrovate. 

Subito, la cosiddetta opposizione, i media, e di conseguenza la gente, avevano trovato la soluzione: il colpevole non può che essere Sgrauz. "Le interiora le avrà divorate. Non ci sono spruzzi di sangue perché ha leccato via tutto colto da un raptus feroce. In fondo è un mostro disgustoso, non dimentichiamolo".

I versi e i grugniti non lo salvarono dalla rabbia della folla. Proprio mentre si procedeva all'impiccagione il mostro intonò flebilmente, poi sempre più chiaramente, una delle sue melodie angeliche. Il pubblico che sbraitava contro di lui ora era rapito, ma nel bel mezzo della melodia, Sgrauz vomitò un decomposto che l'anatomopatologo dichiarò essere le viscere del senatore. Con l'aria innocente Sgrauz disse: "Sgrauz!"

Il pubblico scoppiò a ridere, cantare, ballare, intonarono il suo nome: "Sgrauz, Sgrauz!" dicevano, in un tripudio di gioia.

Nello stesso istante il Ministro dell'Emergenza apriva la cassaforte nel suo ufficio e ammirava il souvenir di viscere lucenti e perfettamente conservate del senatore barbaramente ucciso.

Il governo e le alte burocrazie avevano scoperto che avrebbero potuto commettere ogni nefandezza nascosti dietro Sgrauz, il peggiore di noi tutti, l'animale al cui confronto ognuno di noi è migliore. L'anno dopo Sgrauz fu eletto direttamente Presidente della Repubblica in cambio, dopo lunga trattativa, potè cibarsi del fumo proveniente dalla friggitrice azionata dal ministro della Salute in persona e cosa più importante: ottenne la cagnolina del defunto senatore. 

Di Andrea Tabagista Frau.

Il dipinto è "Pie Fight Study 2" di Adrian Ghenie.

Sogno numero mille.

Ritratto

Mentre la Santanchè e Sallusti davano un eccellente esempio di razzismo e sciovinismo, avvinghiandosi erotizzati in una stretta tremante mentre venivano circondati dalle voci di quel bar sport che ormai i mass media in calo di ascolti hanno ribattezzato bonariamente l'ironia del web, il famigerato dirigente della Fiom, Maurizio Landini, viveva il suo giorno da Truman Brubank.

Provate a fare una ricerca con le parole chiave Landini gaffe. Una pletora di quotidiani, alla cui testa si mette il Corriere della Sera, racconta con la disciplinata ironia dei mass media di ciò che è successo due giorni fa a La7 durante la trasmissione L'Aria che Tira, condotta da Myrta Merlino.

Parla Landini, e parla del Jobs Act. Pur riconoscendo positivamente il recente incremento delle assunzioni nel primo bimestre 2015, ci tiene a precisare che queste non c'entrano con la riforma del lavoro di Renzi, in quanto questa è entrata in vigore solo a marzo. Rimbrottato da Chicco Testa (si proprio Chicco Testa, l'ambientalista esperto di comunicazione, si chiama Enrico ma Chicco fa più simpa, che nel 2011 era stato pagato per venderci con l'inganno le centrali nucleari), Landini commette il suo errore parlando degli sgravi fiscali del Jobs Act che si attiverebbero, secondo lui appunto, solo da marzo. Momento di confusione, la puntata va avanti fino a che Myrta Merlino, evidentemente informata dai suoi collaboratori, cita il testo di ciò che lei chiama dopo un attimo di indecisione chiama "la legge", confermando che gli sgravi fiscali sono attivi dal 1 gennaio e chiedendo anche con un certo piglio accademico a Landini: "Lei non lo sapeva che c'erano le contribuzioni da gennaio?" Ora, fino a qui niente di particolarmente importante, se non fosse che stiamo parlando di Landini, lo stesso che nei giorni scorsi ha cominciato a portare avanti un'idea di fantomatica coalizione sociale da opporre alle politiche sul lavoro di Matteo Renzi. Ovvero, per il coro delle grandi intese, lo scemo del villaggio.

Facciamo un passo indietro: dov'è che Landini ha commesso il suo errore? Nel parlare di sgravi fiscali del Jobs Act. La riforma del lavoro del governo Renzi infatti non stabilisce nessuno sgravio fiscale, occupandosi di dare nuova forma al contratto di lavoro, con l'introduzione di quello che viene definito a tutele crescenti. Nel Jobs Act non c'è alcuna detrazione né incentivo fiscale all'assunzione, di alcun tipo. Ma allora questi sgravi? Riguardano un'altra legge, ovvero la Legge di Stabilità del novembre 2014 (comma 118), in cui, qui si, si stabilisce una riduzione sulle tasse sul lavoro per tre anni a tutte le aziende che assumeranno a tempo indeterminato nel 2015. È anche questa una manovra del governo Renzi, ma allora perché non la si può includere nel Jobs Act? Perché al contrario del Jobs Act, non è una riforma del lavoro. I suoi effetti sono limitati nel tempo, il 2015 come anno di assunzione e i tre anni di sgravi. Rientra nella Legge di Stabilità (prima la chiamavamo Finanziaria, ma adesso che in Costituzione abbiamo il Pareggio di Bilancio anche il gergo giornalistico si è adeguato) perché è un decreto correttivo appunto, non una riforma definitiva del mercato del lavoro. Quello è il Jobs Act, che di fatto ha eliminato il già risicatissimo articolo 18. Che era ciò che voleva difendere Landini. Per questo se l'è sempre presa con il Jobs Act. Che non introduce sgravi fiscali. E che è entrato in vigore a marzo. Per cui i meriti delle assunzioni di cui si sente parlare non sono del Jobs Act.

In conclusione Maurizio Landini ha sbagliato, ha mischiato due cose dimostrando di ignorarle in parte entrambe, dando al Jobs Act un merito che non ha, pur di arrivare a dire una cosa però vera, cioè che il Jobs Act non c'entra con le 40mila nuove assunzioni di gennaio-febbraio. Myrta Merlino ha sbagliato, informata, ha preferito cavalcare lo scoop "Landini-quello-che-sono-anni-che-fa-discorsi-sensati-contro-il-liberismo-sfrenato-finalmente-ha-detto-una-cazzata" piuttosto che dirimere la questione con la semplice verità: il testo che ha letto in diretta si riferiva alla Legge di Stabilità, non al Jobs Act. E Chicco Testa? Chicco Testa mi chiedo sinceramente che cosa ci faccia ancora in televisione e perché su quella poltrona prendesse le parti del governo Renzi… ma ho come la strana sensazione che le due cose siano in qualche modo collegate. 

Perché mi sono occupato di questa che a tutti gli effetti sembra una cavolata di poco conto? Perché in questo siparietto temo che ci sia un po' la sintesi di ciò che ci aspetta nei prossimi mesi. Un leader carismatico che percorrerà la strada della visibilità più che dell'autorevolezza. Un sistema che lo accoglierà per trattarlo a pesci in faccia dandogli modo di rinforzare il magnetismo del suo antagonismo. Antagonismo che però si caratterizzerà sempre più verso una forma fideistica del rapporto con il proprio leader trascurando l'accuratezza delle analisi. Emarginazione del leader e del suo movimento verso un'ala estrema, al di fuori di qualsiasi seria possibilità di incidere sulle decisioni se non attraverso espedienti e ondate emotive. A quel punto per Landini le strade sono due: la svolta Bertinotti, evaporando a livello nazionale per apparire di tanto in tanto come un'eminenza grigia dietro le varie istanze autonome, che nel fratempo dallo sfacelo del leaderismo si vorranno emancipare; la svolta Cofferati, con un ripiegamento su una nel frattempo consolidata base locale in cui esercitare il proprio potere di tipo feudale fintanto possibile, magari con saltuari tentativi di accrescerne i confini attraverso le varie amministrazioni.

Tutte cose di cui a me può anche fregare poco, ma è che da quando Pietro Ichino mi ha lasciato non riesco a sopportare di vederlo felice.

PS: Pietro, mi avevi promesso mari, monti e un lavoro che mi dicesse ti amo ogni mattina. Torna con me, ho già perdonato tutto.