La Formula del Vuoto

2+2=4Castro

Fra gli elementi comunicativi inediti di questo Family Day, alcuni dei quali probabilmente torneranno prossimamente nelle bocche dei suoi organizzatori e promotori, c’è sicuramente il cartello asettico, icastico, enigmatico con su scritto “2+2=4”. Seppur una sua immediata identificazione e interpretazione è presto detta, le fotocronache ci dimostrano come il contesto delle sue apparizioni sia quello dell’estrema destra (una delle tante componenti strutturali del Family Day) in particolare ascrivibile al mondo di CasaPound, aiutandoci quindi a fornire un senso politico oltreché simbolico alla formula.

Si tratta infatti di uno degli esempi di riappropriazione dell’immaginario culturale dell’avversario politico (già abbondantemente fatto con Che Geuvara, Rino Gaetano, ultimamente persino Gramsci etc…) cosa in cui CasaPound (e tutta l’estrema destra in realtà) è da sempre ferratissima, ovviamente con risultati decisamente ridicoli, come appunto questo, che sì, è indubbiamente un riferimento al 2+2=5, la somma sbagliata che nel celeberrimo “1984” di Orwell diventa giusta per dimostrare la forza della coercizione del sistema, capace appunto di andare al di là di qualsiasi legge, persino quella più strettamente logica e universale della matematica. Il suo utilizzo in questo caso è da vedersi nel contesto di idee che portano alla presunta “naturalità” della famiglia composta da una madre e un padre, e quindi al ribadimento con forza della formula corretta con risultato 4.

Il fatto che 1984 sia un testo articolato e complesso, che parla del dramma di una dittatura omologatrice, della pericolosità del pensiero unico e degli inganni del revisionismo storico politico, e soprattutto di quanto la manipolazione del linguaggio sia fondamentale in tutto questo, passa in secondo piano, e diventa messaggio subliminale sullo sfondo, che tenta di trasmettere la difficilmente trasmissibile idea che ci sia un pensiero unico con metodi autoritari che vuole le unioni civili e l’adozione per coppie omosessuali per opprimere la famiglia tradizionale, mostrata quindi nel ruolo melodrammatico e acritico della vittima, della parte lesa, altra cosa in cui CasaPound nelle proprie autorappresentazioni è decisamente miserabile avanguardia, anche se, come detto sopra, la goffa fagocitazione delle icone altrui con l’intento annichilente di svuotarne il senso proprio nel momento del riuso, come in una dialettica in cui ci si appropria degli argomenti dell’altro per portarli alle conseguenze assurde e invalidarli, una sorta di pars destruens, all’interno di quelle conversazioni che sono gli immaginari, resta il loro ottuso saliente, per usare una tipica espressione del camerata Socrate.

ERRATA CORRIGE

Come evidenziato nel reportage di Leonardo Bianchi uscito su Vice, si sottolinea come in realtà il riferimento del “2+2=4” sia da andare a trovare nell’opera di Gilbert Keith Chesterton, scrittore inglese anglicano poi convertito al cattolicesimo, la cui opera massimamente impregnata sul conflitto del bene e del male, in cui il ruolo della fede è centrale per la salvezza dell’uomo, sta venendo riscoperta recentemente da gruppi come Militia Christi, la cui apparentemente profonda commistione con i più tradizionali gruppi di estrema destra ha dato adito al grande fraintendimento di cui sopra. Ed è proprio uno striscione, scritto col cosiddetto fasciofont, che chiarisce la citazione, di cui la formula è un’estratto “Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro.” Un estratto, che, come si è visto, ha portato ad uno sguardo superficiale una lettura erronea. Per quanto, in ultima analisi, non sarebbe assurdo pensare che Orwell conoscesse Eretici di Chesterton, raccolta di saggi dal quale è presa la citazione, dato che, uscito nel 1905 e prendendo di mira filosofi e letterati del suo tempo, scatenò un acceso dibattito in Inghilterra. Si aggiunga inoltre, come pura disquisizione, che anche la formula avversa “2+2=5” non è un’invenzione di Orwell. Sembra piuttosto che questo emblema matematico sia stato usato più volte in letteratura, specialmente nell’area francese e inglese, proprio per rappresentare una realtà e un suo sovvertimento. In questo senso dunque il riferimento a 1984 sbaglia l’origine, non completa, ma semmai integra alla perfezione, e di certo lo fa consapevolmente, l’area semantica di quel cartello, visto che Militia Christi stessa è convinta dell’esistenza di una lobby di potere Lgbt, che s’impone attraverso le leggi in maniera autoritaria, come il Partito di Orwell.

Leggi che però non sono solo il ddl Cirinnà. Già durante le manifestazioni contro l’introduzione dell’aggravante dell’omofobia (la cosiddetta legge Scalfarotto, nel 2013) si possono trovare in rete tracce di quel frammento di Chesterton, segno che quelle parole sono diventate simbolo da molto tempo e che semmai solo adesso stanno trovando un uso più largo e condiviso. Perfino Antonio Socci è un suo fan, e in quei giorni, in cui tra l’altro ci si accaniva sulla boutade del “genitore 1 e 2”, riprese l’estratto, traducendolo con una piccola libertà (“The great march of mental destruction” diventa per lui “La grande marcia della distruzione culturale“). Ma da dove viene questa improvvisa riscoperta di Chesterton da parte dei movimenti contrari al riconoscimento dei diritti civili per gli omosessuali? La prima traccia in italiano sembra essere questa, un comunicato stampa inviato da Manif Pour Tous Italia, un’associazione nata in Francia proprio per radunare tutte le anime contrarie alla legge sui matrimoni omosessuali, chiamata “Mariage Pour Tous”, cioè matrimonio per tutti. In Italia invece l’associazione sbarca in occasione proprio della legge Scalfarotto e indovinate dove si trova uno dei primi segni della sua nascita? Nel sito della cosiddetta “Opera Chesterton“, attiva nell’italia centrale adriatica, che ha tra le sue attività una “Cooperativa Hobbit” e una “Polisportiva Gagliarda”, oltre ad avere fra i simboli che si trovano all’interno del suo sito, anche il cuore crociato, emblema della Milita Christi. Il tutto ruota attorno alla Scuola Libera G. K. Chesterton di San Benedetto del Tronto, dove per “libera” si intende “cattolica”, la quale, per non farsi mancare niente, ha aderito come istituto al Family Day.

Se il fitto scambio di linguaggi, slogan, simboli, riferimenti fra le destre francesi e italiane non è roba nuova, tutta questa intricata serie di legami sembra testimoniare in maniera inedita come il mondo cattolico omofobo italiano si sia trovato un mentore, l’ambiguo e complesso Chesterton, ed è ormai decisamente avviata l’appropriazione sine dubio della sua opera per la causa. Stiamo forse assistendo allo stesso fenomeno che portò la destra più strettamente politica a prendersi vita opere e miracoli di Ezra Pound, fino a dare ad una sua espressione il suo nome in maniera impropria (tanto che gli eredi di Pound diffidarono dall’uso del cognome). In entrambi i casi si sbandierano da ogni parte gli intenti culturali, educativi e sociali delle associazioni (la cooperativa Hobbit di Opera Chesterton pulisce le strade e tiene in ordine i cimiteri), anche se poi sostanzialmente l’ideale è quello illiberale e autoritario dell’imposizione dogmatica di concetti come “Dio, Patria e Famiglia”. Ci si può sempre sbagliare, come dimostra l’inizio di questo pezzo, ma il sospetto è che di Chesterton e dell’uso improprio del suo nome sentiremo ancora parlare, se è vero che il fronte della destra reazionaria parlamentare ed extraparlamentare sta trovando una ferma spalla nell’ortodossia cattolica clericale ed extraclericale. D’altronde da par loro non si vede alcun impegno nel prendere le distanze l’una dall’altra.

Se c’è qualcosa di peggio dell’odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l’odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali.

– G. K. Chesterton

Soprattutto in Prima Persona

RenziDoom

C'è un uomo sul palco. La gente lo applaude e ride alle sue battute. Milioni di persone lo guardano in televisione. La percezione di vivere un momento storico. È il novembre del '93, o il gennaio del '94. È passato tanto tempo ormai.

Sembra esserci un nuovo slancio, un cambiamento nella prassi comunicativa che riguarda prima di tutto i destinatari del messaggio. Il pubblico, l'utenza, il consumatore, l'elettore… la massa disgregata riprende forma, riprende corpo, riprende vita: è popolo. E il popolo diviene attore. O meglio comparsa. Diciamo pure concorrente. Parte di un raffinato circuito di responso e suggestione.

Qualunquismo, antipolitica, movimentismo, populismo, liderismo. Nuove visioni del mondo e nuovi sogni. Reinterpretazioni, cover. Libertà e/o partecipazione. La vendita dei miracoli e la vendita delle pestilenze. La pubblicità e il boicottaggio. Il partito azienda, il partito sito. Il territorio, il verticismo. Diossina, Ici, 144, presidenzialismo, comunisti, riutilizzo. Meno tasse per tutti. Fermiamo l'amianto. Auditel e sondaggi. La lotta di classe e la class-action. Il pubblico, il copyleft, il privato, il copyright. I capi popolo sono per definizione catalizzatori di tutte le esaltazioni civili, più o meno genuine.

Il 10 dicembre del 1993 esce Doom, per molti semplicemente il videogioco più figo della storia. Le tre dimensioni, la libertà di movimento, il coinvolgimento nell'azione, i mostri intelligenti, ma tutti ineluttabilmente destinati alla massacro compiuto da un adolescente qualsiasi, smaliziato ed entusiasta, dionisiaco. Una rottamazione a ciclo continuo al suono loopato di un minigun.

Iddqd, il Godmode, era semplice, senza obiezioni, univoco. Tu sopravvivevi, i mostri morivano. L'hakuna matata al ritmo dell'esplosione dei pixels rossi. Era uno sporco e divertente trucco. #Iddqd.

L'Italia è un FirstPoliticianShooter. Internet ha solo rivoluzionato il multiplayer. La narrazione della politica è come la trama di un videogioco che è come la trama di un film porno.

Finiti i mostri finisce il divertimento del doomguy. Il suo stile è grottesco, l'impulso satirico. Per questo il suo shootgun dichiarazionistico serve solo all'apparenza a colpire un nemico.

Il virus della provocazione genera zombie intellettuali. Favorevoli e/o contrari, l'ossessione è divorare e/o assimilare l'idea e il cervello che l'ha prodotta, veicolando in ogni caso il contagio di una visione del mondo distorta a piacere elettorale.

Ma quello che vediamo e quello che giochiamo non è altro che l'elaborazione di un codice, di un programma, di un motore grafico. C'è il lavoro di programmatori, betatester, designer. E tu, per applicarti al meglio in questo sistemo operativo mondo, che videogioco vorresti?

Funeral Show

cenerentola

A pensarci era da tanto che aspettavo il nuovo film di Kusturica.

 


Ogni agnostico anticlericale dovrebbe godere quando uno dei mali della Chiesa si manifesta in tutto il suo orrore e pisciare sull'indignazione, come se la retorica cattolica sia innocua quando celebra sobri funerali di provincia.

Provincia, interno chiesa, sobrio funerale.
Prete: "Ha sofferto di ogni privazione in vita, malattie, solitudine, povertà, senza mai farsene un cruccio, né mai lamentarsi, rimanendo sempre fedele e vicino alla Chiesa, meritando così di sedere anche lui alla destra del Padre."

Fra i banchi, un flebile bisbiglio:
Bambino: "Ma', tu mi vuoi bene anche se rompo i coglioni?"
Mamma: "Certo che no, idiota!"
Bambino: "Minchia Ma', sei tipo Dio."
Mamma: "Stai zitto e parla bene."

E di cosa ci si indigna poi? Sarebbe stato scandaloso se con tutte le mazzette, le elemosina e gli exvoto che il clan dei Casamonica ha sparso per la città il funerale in grande stile non gliel'avessero fatto.

Il tiranno è sempre un benefattore. Costruisce autostrade, ospedali, stazioni e fa arrivare i cortei funebri in orario.

Welby invece? Cosa ha dato Welby alla Chiesa? A parte l'occasione di evolvere, intendo: dubbi etici, sputtanamenti pubblici e un corpo di Cristo vegetale. In una parola: paranoie.

Con quali pretese si presentava alla Chiesa di Don Bosco?

Siamo sicuri che per arrivare nel Regno dei Cieli sia meglio una sedia a rotelle di una Rolls Royce?

Siano benedetti allora i fedeli omertosi e facoltosi! 

Che poi la notizia a ben vedere è che il capo di uno dei clan più potenti di Roma è morto. Ben vengano i festeggiamenti che se tanto mi dà tanto la sua non è un'eredità da notaio.

Robe di bombe, bimbi e bamba! 
La Chiesa non si è mai ritirata davanti a niente di tutto questo.
O meglio, non la Chiesa, la Chiesa che piace a me.

 

 

La foto è tratta da Dismaland di Banksy.

Sogno numero mille.

Ritratto

Mentre la Santanchè e Sallusti davano un eccellente esempio di razzismo e sciovinismo, avvinghiandosi erotizzati in una stretta tremante mentre venivano circondati dalle voci di quel bar sport che ormai i mass media in calo di ascolti hanno ribattezzato bonariamente l'ironia del web, il famigerato dirigente della Fiom, Maurizio Landini, viveva il suo giorno da Truman Brubank.

Provate a fare una ricerca con le parole chiave Landini gaffe. Una pletora di quotidiani, alla cui testa si mette il Corriere della Sera, racconta con la disciplinata ironia dei mass media di ciò che è successo due giorni fa a La7 durante la trasmissione L'Aria che Tira, condotta da Myrta Merlino.

Parla Landini, e parla del Jobs Act. Pur riconoscendo positivamente il recente incremento delle assunzioni nel primo bimestre 2015, ci tiene a precisare che queste non c'entrano con la riforma del lavoro di Renzi, in quanto questa è entrata in vigore solo a marzo. Rimbrottato da Chicco Testa (si proprio Chicco Testa, l'ambientalista esperto di comunicazione, si chiama Enrico ma Chicco fa più simpa, che nel 2011 era stato pagato per venderci con l'inganno le centrali nucleari), Landini commette il suo errore parlando degli sgravi fiscali del Jobs Act che si attiverebbero, secondo lui appunto, solo da marzo. Momento di confusione, la puntata va avanti fino a che Myrta Merlino, evidentemente informata dai suoi collaboratori, cita il testo di ciò che lei chiama dopo un attimo di indecisione chiama "la legge", confermando che gli sgravi fiscali sono attivi dal 1 gennaio e chiedendo anche con un certo piglio accademico a Landini: "Lei non lo sapeva che c'erano le contribuzioni da gennaio?" Ora, fino a qui niente di particolarmente importante, se non fosse che stiamo parlando di Landini, lo stesso che nei giorni scorsi ha cominciato a portare avanti un'idea di fantomatica coalizione sociale da opporre alle politiche sul lavoro di Matteo Renzi. Ovvero, per il coro delle grandi intese, lo scemo del villaggio.

Facciamo un passo indietro: dov'è che Landini ha commesso il suo errore? Nel parlare di sgravi fiscali del Jobs Act. La riforma del lavoro del governo Renzi infatti non stabilisce nessuno sgravio fiscale, occupandosi di dare nuova forma al contratto di lavoro, con l'introduzione di quello che viene definito a tutele crescenti. Nel Jobs Act non c'è alcuna detrazione né incentivo fiscale all'assunzione, di alcun tipo. Ma allora questi sgravi? Riguardano un'altra legge, ovvero la Legge di Stabilità del novembre 2014 (comma 118), in cui, qui si, si stabilisce una riduzione sulle tasse sul lavoro per tre anni a tutte le aziende che assumeranno a tempo indeterminato nel 2015. È anche questa una manovra del governo Renzi, ma allora perché non la si può includere nel Jobs Act? Perché al contrario del Jobs Act, non è una riforma del lavoro. I suoi effetti sono limitati nel tempo, il 2015 come anno di assunzione e i tre anni di sgravi. Rientra nella Legge di Stabilità (prima la chiamavamo Finanziaria, ma adesso che in Costituzione abbiamo il Pareggio di Bilancio anche il gergo giornalistico si è adeguato) perché è un decreto correttivo appunto, non una riforma definitiva del mercato del lavoro. Quello è il Jobs Act, che di fatto ha eliminato il già risicatissimo articolo 18. Che era ciò che voleva difendere Landini. Per questo se l'è sempre presa con il Jobs Act. Che non introduce sgravi fiscali. E che è entrato in vigore a marzo. Per cui i meriti delle assunzioni di cui si sente parlare non sono del Jobs Act.

In conclusione Maurizio Landini ha sbagliato, ha mischiato due cose dimostrando di ignorarle in parte entrambe, dando al Jobs Act un merito che non ha, pur di arrivare a dire una cosa però vera, cioè che il Jobs Act non c'entra con le 40mila nuove assunzioni di gennaio-febbraio. Myrta Merlino ha sbagliato, informata, ha preferito cavalcare lo scoop "Landini-quello-che-sono-anni-che-fa-discorsi-sensati-contro-il-liberismo-sfrenato-finalmente-ha-detto-una-cazzata" piuttosto che dirimere la questione con la semplice verità: il testo che ha letto in diretta si riferiva alla Legge di Stabilità, non al Jobs Act. E Chicco Testa? Chicco Testa mi chiedo sinceramente che cosa ci faccia ancora in televisione e perché su quella poltrona prendesse le parti del governo Renzi… ma ho come la strana sensazione che le due cose siano in qualche modo collegate. 

Perché mi sono occupato di questa che a tutti gli effetti sembra una cavolata di poco conto? Perché in questo siparietto temo che ci sia un po' la sintesi di ciò che ci aspetta nei prossimi mesi. Un leader carismatico che percorrerà la strada della visibilità più che dell'autorevolezza. Un sistema che lo accoglierà per trattarlo a pesci in faccia dandogli modo di rinforzare il magnetismo del suo antagonismo. Antagonismo che però si caratterizzerà sempre più verso una forma fideistica del rapporto con il proprio leader trascurando l'accuratezza delle analisi. Emarginazione del leader e del suo movimento verso un'ala estrema, al di fuori di qualsiasi seria possibilità di incidere sulle decisioni se non attraverso espedienti e ondate emotive. A quel punto per Landini le strade sono due: la svolta Bertinotti, evaporando a livello nazionale per apparire di tanto in tanto come un'eminenza grigia dietro le varie istanze autonome, che nel fratempo dallo sfacelo del leaderismo si vorranno emancipare; la svolta Cofferati, con un ripiegamento su una nel frattempo consolidata base locale in cui esercitare il proprio potere di tipo feudale fintanto possibile, magari con saltuari tentativi di accrescerne i confini attraverso le varie amministrazioni.

Tutte cose di cui a me può anche fregare poco, ma è che da quando Pietro Ichino mi ha lasciato non riesco a sopportare di vederlo felice.

PS: Pietro, mi avevi promesso mari, monti e un lavoro che mi dicesse ti amo ogni mattina. Torna con me, ho già perdonato tutto.

Le 10 cose da fare quando insultano tua madre (invece di dare un pugno)

venus_willendorf_barbie

Adoro quando chi si definisce Vicario di Cristo sostiene delle idee apertamente anticristiane. Ti fanno credere tutta la vita che l'anticristo sia Marilyn Manson e invece alla fine scopri che è il Papa. Come colpo di scena è bello quasi quanto quello degli ultimi che arrivano primi.

Ma come si deve comportare una persona che non voglia cedere alla tentazione violenta suggerita da Papa Francesco? Ecco una breve ma non esauriente lista delle soluzioni alternative per rispondere ad un'offesa volgare rivolta alla propria madre, in ordine da 1 a 10.
 

 

  1. Rispondere prontamente all'insulto con la seguente frase: "Dai, fantastico! È la stessa cosa che dice tua madre quando mi fa la gelosa."
     
  2. Prendere appunti e dire "Bene bene bene, sto andando a riportare questo resoconto a tua madre per dimostrarle il suo clamoroso fallimento educativo."
     
  3. Minacciare di chiamare il proprio cugino laureato in South Park, con master in 4Chan e specializzazione in flame su Youtube.
     
  4. Fissare con gli occhi sbarrati il proprio interlocutore per un paio di secondi e poi gridare "AAAAAAAAH!" o "ALLAHU AKBAR!", a scelta, tanto è uguale.
     
  5. Fare finta di non sentire, chiedendo al proprio interlocutore di ripetere, fino a che non si stanca e a quel punto apostrofarlo con strafottenza: "Amplifon!"
     
  6. Focalizzare la sua attenzione sul ruolo simbolico che ha la madre all'interno di una competizione retorica fra individui di sesso maschile fino a diagnosticargli un'omosessualità orale latente a cui offrire gentilmente come valvola di sfogo il proprio membro.
     
  7. Dire con una faccia serissima, semplicemente: "Mia madre è morta." Funziona meglio se non è vero.
     
  8. Rispondere: "Hai già scelto che scuola superiore vuoi fare oppure aspetti un po', te la prendi con calma, anche perché chi lo può mai sapere se l'esame di terza media lo passerai?"
     
  9. Rispondere gesticolando: "Kgldka fipj fda pofsf." E quando l'interlocutore dice "Ma sei scemo?" Rispondere: "Invece no, lo scemo sei tu che non hai capito, scemo."
     
  10. Dire: "Adesso ti tiro un pugno!" e invece andarsene via a vivere la vita godendosela il più possibile alla facciaccia sua, che tanto, poverino, che gli vuoi dire, mica è colpa sua se la madre si è scopata un Testimone di Geova mentre il padre era in catena di montaggio alla Foppapedretti.

 

 

 

 

Composizione fotografica "Barbie & The Venus Of Willendorf" di Amy Archer.

Il Cartellino Nero

Cartellino Nero

Gli ultrà di estrema destra del Feyenoord che hanno devastato il centro di Roma per brevità non andrebbero chiamati "olandesi", ma per la precisione "neonazisti". Ho pensato che mettere l'accento sulla nazionalità è un po' l'escamotage che userebbe Enrico Brignano in un suo ipotetico monologo per poter poi parlare di mulini a vento, prostitute e coffee shop, come infatti sta facendo praticamente tutto il comparto satirico internettiano italiano.

In seguito a questa disgustosa rivelazione mi sono fatto un giro su alcune delle più popolate pagine neofasciste su Facebook, così, per curiosità. Sapete quanti sono stati i post di condanna per lo scempio causato dai neonazisti del Feyenoord? Nessuno.

Riformulo: sapete quanti sono stati i post in cui chi si professa difensore dell'identità e della cultura italiana si dissocia in maniera inequivocabile da un gruppo di violenti dediti ad una caotica distruzione del centro storico della città più ricca di storia italiana condannandone chiaramente l'operato? Nessuno.

Neofascisti e neonazisti si scambiano con la lingua le loro feci nazionaliste cadute sulla Barcaccia, come in un "2 Girls 1 Cup" della nostalgia, in ricordo dei tempi in cui i nazisti e i fascisti originali facevano la stessa identica cosa dell'Italia e dell'Europa.

Fa un bell'effetto immaginare l'imbarazzo con cui queste pagine hanno evitato l'argomento. Forse consci dell'insidia di andare in profondità, si è preferito ignorare o glissare, di fatto senza mai additare gli autori dei disordini, caso mai si scoprisse che la pensano come loro.

Fra le tante comunità del redivivo sentimento neofascista sui social network, gli unici accenni alla vicenda sono questo e questo. Nel primo si liquida la cosa definendoli bonariamente "un gruppo di coglioni ubriachi", mentre nel secondo si da la colpa di tutto a Ignazio Marino.

E i classici fascisti tutti "Duce, Impero Romano e Tengo Famiglia"? Se si vogliono trovare le loro tracce si deve scendere nella palude dei commenti, dove come sempre la soluzione più condivisa è la resurrezione di Mussolini. In ogni caso nessun riferimento all'ideologia politica dei tifosi. Tranne quella di un impavido quanto ignorato commentatore.

A lui, al suo coraggio e alla sua immagine di profilo, dedico questa musichina:

 

Travestito da Carnevale

nijab

Se nel '98 mi avessero detto che nell'internet del futuro per non sentirmi un reietto mi sarei dovuto guardare il Festival di Sanremo invece del primo modem mi sarei comprato il primo trans.

Ho passato la serata di martedì scorso a scrivere battute con un gruppo di amici mentre da una finestra del browser si dimenava un Festival della Canzone Italiana scatenato come un prete che canta una mielosa parodia di Hallelujah di Leonard Coen a un matrimonio. E con lo stesso successo negli ascolti.

Non immaginavo avessi denti così affilati.

Ma perchè Sanremo? Perché è ancora socialmente obbligatorio guardare e commentare un programma che tutti tutti (si, ok, c'è quello che dice di seguirlo per le canzoni, *pat pat* sulla testa e andiamo avanti) tutti riconosciamo essere il più grande confezionamento televisivo della musica insulsa che il servizio pubblico sia in grado di produrre? Alza la mano un tizio che nel 2015 è ancora convinto che un paio di occhiali con la montatura spessa rendano intelligenti: "Perché guardare chi fa schifo ci fa sentire migliori". Ah, dev'essere lo stesso motivo per cui guardate i video delle esecuzioni dell'Isis, per sentirvi dei santi. Beh, scoop: no.

Piano con quei denti.

Ridere di un mediocre preconfezionato non ci fa sentire migliori, nemmeno se lo votiamo come presidente della repubblica nei sondaggi online. Ridere di un mediocre in questo modo è un confrontarsi col mediocre scendendo al suo livello, smaniosi di riconferma per noi stessi e le nostre convinzioni in un mondo che ci chiede di prendere continuamente nuove posizioni rispetto a fatti che si susseguono con lo stesso ritmo con cui assieme a Charlie Chaplin stringevamo i bulloni nel forum di Spinoza. Questo porta insicurezza, quindi instabilità, quindi solitudine e siccome sulla sponda del fiume ci sta passando un branco di sarcastici carismatici allora via: "Non capisco quale sia il problema fra Putin e Obama sull'Ucraina, ma so che Sanremo fa cagare. Quindi me lo vedo tutto così avrò un sacco di occasioni per ribadirlo. Yuk yuk!" Non vedo l'ora di commentare lo streaming della terza guerra mondiale con un live twitting di battute dissacranti.

Ho detto di fare piano!

La mediocrità di cui ridiamo è proporzionale alla nostra mediocrità personale. Il nobile sadomasochismo satirico raggiunge il suo apice paradossale nel definirsi rispetto ad un programma musicale nazional popolare, siamo al Salò o Le 5 Giornate di Sanremo, oppure per venire incontro agli orizzonti culturali contemporanei, un 50 Sfumature di Sarcasmo, in cui tutto lo squallore dovrebbe essere redento da battute che vanno a finire in un contenitore istituzionale predisposto alla riproduzione del sistema. Ormai non esiste un prodotto commerciale che possa essere progettato senza investire sulla sua capacità di attirare prese per il culo, che è diventata anzi una delle merci più ambite. Se questo argomento vi interessa se ne discuterà all'interno del padiglione delle olive dell'Expo. Siamo come Bill Gates che beve acqua estratta da una poltiglia di piscio e merda, solo che lui lo fa per portare un avanzamento tecnologico fondamentale per l'essere umano, noi perché non sappiamo più che minchia farci con questi cosi sempre collegati fra loro che chiamiamo internet. 

Quei.Cazzo.Di.Denti.

In definitiva se smettessimo di guardarlo Sanremo non migliorerebbe, non è quella la sua intenzione, ma noi potremmo fare qualcosa di meglio per scacciare l'inevitabile malinconia di fronte alla sua mestizia. Sabato per esempio era un giorno speciale, era San Valentino e io mi sono fatto un regalo: ho comprato il mio primo trans. Peccato che una volta tornato a casa quando l'ho scartato mi sono accorto che era il solito vecchio tradizionalissimo travestito di Carnevale, che per di più mentre me lo succhiava ha preteso che io scrivessi un post polemico verso i tempi in cui viviamo.

Ebbene, Chiappe D'oro, ecco fatto: sei stato consenziente e pagato. Adesso anche basta che mi stai temperando il cazzo.

 

Nell'immagine, un rinnovamento della tradizione.

La Disney vieta di disegnare Maometto

sl213n

Cosa c'è di più interessante dell'elezione di un Presidente della Repubblica Italiana? La copertina di Topolino, ovviamente.

La vicenda in poche parole: in rete la Panini fa girare l'anteprima della copertina di un numero di Topolino dedicata alla strage di Parigi. La copertina viene molto apprezzata e divulgata. La Walt Disney, proprietaria dei diritti, la vede, non la vuole e dice alla Panini, concessionaria dei diritti, di non usarla.

A questo punto il comunicato stampa con cui la Panini spiega l'accaduto è questo:

"La copertina del settimanale Topolino, circolata in questi giorni in Rete sui principali siti di informazione e attribuita all’uscita n.3089 del 4 febbraio 2015, non corrisponde all’immagine definitiva selezionata tra una serie di creatività preparata all’uopo di cui l’immagine divulgata faceva parte. Il numero in oggetto, infatti, si presenterà nelle edicole con una creatività differente (che potete trovare in allegato). La scelta di non pubblicare la creatività erroneamente circolarizzata è stata determinata dalle modalità di utilizzo dei personaggi del settimanale."

La prima cosa da notare è che l'editore di Topolino utilizza un linguaggio orwelliano che metterebbe i brividi a Joseph Stalin.

Ma gli omaggi a 1984 non si limitano all'uso disinvolto di un burocratese antartico che sembra preso di peso da un testo dei CCCP (Creatività Erroneamente Circolarizzata come Tabula Rasa Elettrificata), c'è anche l'iniziativa di eliminare dalla sua pagina Facebook il post con cui annunciava trionfalmente, facendo finta di niente, il numero incriminato con la copertina diversa, ovvero il luogo dove per primo si era scatenato il dibattito dei lettori e aveva preso volume una diffusa delusione.

In ogni caso pare che la purga sia arrivata frettolosa quanto tardiva perché almeno nella versione online la copertina originale è rimasta. Infine, per dare una degna conclusione all'imbarazzante capolavoro fantozziano, risulta persino che la copertina nuova sia in realtà un goffo riciclo.

Ma perché tutto questo dovrebbe essere meglio di un omaggio pacifico quanto implicito e benevolo ad una rivista che ha recentemente subito il più grave attentato della storia dei fumetti? Credo che la risposta sia piuttosto complessa: per i soldi.

Mi spiego: il punto è che la Walt Disney, che è tipo la più grossa industria d'intrattenimento del mondo, quella che più di tutte sa di quale finanza sono fatti i sogni, non può permettersi di autorizzare una copertina su un argomento tanto sensibile e di carattere globale e compromettere così la propria immagine e i propri affari. La Walt Disney stessa, per dire, non ha reso alcun omaggio a Charlie Hebdo. Giusto o meno che sia, il sangue umano non deve sporcare le strade di Topolinia e il Papersera non dovrà rubare le vignette ai fumettisti di Paperopoli per farsi bello con il lavoro altrui.

Prima però di parlare di scandalo, o che se Topolino fosse vivo non si sarebbe comportato così e altre cose simili a quelle che potrebbe pensare un bambino di cinque anni opportunamente programmato emotivamente da una serie di input come "lui cattivo, io buono, a chi vuoi bene?", ricordatevi che la ditta fondata dall'uomo coi baffetti buono non ha realizzato alcun omaggio nemmeno dopo l'11 Settembre. O dopo nessuna delle stragi che vi possono venire in mente. Almeno da quando è diventata una multinazionale quotata in borsa, il che eticamente, mi spiace dirlo utilizzando un'immagine della concorrenza, corrisponde al livello supersayan della merda.

Come altro definireste un'azienda simboleggiata da un topo antropomorfo in odore di santità che fin dagli anni '90 sfrutta le condizioni salariali dei paesi più poveri del pianeta in cui i lavoratori spesso minorenni vengono schiavizzati per pochi centesimi l'ora? Nike, se i campioni di basket fossero dei topi.

Tutto questo non vi ricorda quelle scene in cui Paperino indebitato fino al collo viene costretto a lucidare le monete di Paperone sotto la minaccia di una carabina caricata a grani di sale? Ops, scusate, tutto questo parlare di Topolino mi ha fatto pensare per un attimo di essere ancora un diciassettenne del 2001, quando nel mondo c'erano ancora questi problemi. Un fotomontaggio di Magalli e torno subito nel cortiletto del 2015. Fatto.

Il punto è che la Walt Disney non è senza cuore. La Walt Disney ha semplicemente un cuore diverso, un business core per essere precisi: il divertimento, la fantasia, lo svago, la straniazione, che per quanto possano arrivare a toccare argomenti sensibili (uno a caso, l'obesità in Wall-E) lo fanno solamente quando questi temi sono universalmente trattati nella maniera più univoca possibile. Ovvero quando l'opinione è assolutamente conforme e la discussione sulla questione è ridotta allo zero. Questo perché la discussione comporta un certo margine di instabilità e l'instabilità comporta un certo margine di rischio e il margine di rischio per chi investe i propri fantastiliardi sulle emotività della gente deve essere il più ridotto possibile, meglio se zero. Charlie Hebdo il 6 Gennaio era a un passo dalla chiusura per fallimento. Spero che il parallelo chiarisca il concetto.

Da quando la satira dello Charlie Hebdo è finita, cioè da quando qualcuno ci ha messo le pallottole dei kalashnikov in mezzo, hanno venduto con un solo numero settimanale le copie che normalmente avrebbero venduto in 7 anni. Questo perché molto l'hanno comprato per partito preso, con un gesto assoluto, totalmente opposto al laicismo di cui quel giornale è sempre stato portavoce. Ebbene, notizia recente è la pausa fino al 25 febbraio delle pubblicazioni dello Charlie Hebdo. Gli autori sono stressati e impauriti. A caldo io per primo avrei battuto i pugni dicendo: "No, così vince il terrorismo!" Ma quello che mi sembra invece chiaro adesso è che se il nemico dei morti è stato il terrorismo, per i vivi a quel nemico si è aggiunto il conformismo, che in Francia, non negli Usa, in quest'occasione ha raggiunto imbarazzanti livelli istituzionali, per cui ormai la satira e l'ironia dello Charlie Hebdo in quanto tale ne verrebbero facilmente disinnescate. Quando un autore satirico ottiene la ragione da tutti ancora prima di esprimersi a quel punto la sua satira è inutile. A Charlie Hebdo forse lo sanno e fanno bene a prendere una pausa, evitando di cavalcare semplicemente l'onda della compassione.

In effetti immaginare un mondo parallelo ma allo stesso tempo così distante da Charlie Hebdo come la Walt Disney viene difficile. Forse solo il Vaticano.

Insomma è perfettamente normale che la Walt Disney abbia mandato alla Panini una lettera ingiuntiva, che poi la Panini a sua volta se ne sia uscita con il comunicato stampa di uno che si atteggia da Apparatčik nel momento in cui doveva essere Nonna Papera, beh, questo è un altro discorso.

Pietrangelo Buttafuoco dopo una capriola retorica che con cui finisce nascosto sotto le coperte del ciò che non nomini non esiste (peccato che questo non funzioni evitando di nominare Walter Veltroni) arrivando a dire che a pubblicare l'omaggio avrebbero vinto i terroristi. L'effetto è che semplicemente la Walt Disney non ci si vuole immischiare in questo confronto: se ne frega. Questo per non far perdere gli azionisti. Non è la sua guerra.

Ma è giusto tutto questo? Domanda sbagliata. Chiedetevi semmai se avreste avuto Wall-E se la Walt Disney avesse reso un omaggio alle vittime di ogni crimine efferato perpetrato nel mondo. Certo, voi direte, Parigi è anche una città simbolo per Topolino & Company visto che è nelle sue vicinanze che è sorto il loro primo e unico parco giochi tematico europeo. Certo, voi direte, ma in questo caso specifico le vittime erano disegnatori e fumettisti come ce ne sono in Disney. Certo, qua si è tirata in ballo direttamente la libertà di espressione per cui tutti gli artisti dovrebbero sentirsi chiamati in causa. Ma sapete quanto gliene sbatte di tutte queste cose a chi ha l'esclusivo interesse di mantenere alto il livello di disattenzione dei bambini nei confronti delle tragedie del mondo? Molto poco, perché è con quella disattenzione che ottengono la fiducia di milioni di genitori. Cosa pensereste di una baby sitter che a vostro figlio di 6 anni racconta di come 3 integralisti musulmani sono andati a trucidare a sangue freddo gli autori di un giornale che in prima pagina pubblicava la trinità cristiana che gioca a incularella? Per non parlare di quando gli deve spiegare il significato di "supermercato kosher".

Il silenzio della Walt Disney nei confronti della complessità della realtà che la circonda è il prezzo che si paga per la tranquillità con cui si possono lasciare i propri figli con un Topolino in mano o un Disney Channel alla tv. Il ché, lo dovrete ammettere, ha un suo senso, quasi mistico, una mission che viene portata avanti con abnegazione clericale, cosa che ha anche i suoi risvolti involontari positivi. Specialmente se riuscite a vedere in Miley Cyrus solamente una fantasia sessuale e non una cantante reale. In caso contrario potrebbe venirvi anche in mente di mostrare a vostro figlio il filmato in cui l'Isis brucia vivo un pilota giordano e dirgli: "…e quello invece è Paperino."

Ma se con il percorso di consapevolizzazione di vostro figlio voleste invece andarci un po' con calma, basta mostrargli l'home page della Walt Disney Company.

Oppure questo:

 

L'immagine è di Andrea Pazienza.

Vorrei che vi rapissero tutti.

GretaVanessaBlue

Non lasciatevi ingannare, l’argomento del giorno non è la reazione del web alla liberazione delle due attiviste, ma la reazione di persone inutili, sconosciute e frustrate davanti a qualcosa che non possono essere che ottiene tutto ciò che non possono avere.

Delle dietrologie che stanno girando in questo periodo, le più interessanti sono senza dubbio quelle che vedono le due attiviste ingrassate rispetto alle foto precedenti la loro partenza, il ché significherebbe aver avuto un trattamento di vitto e alloggio tale da aver messo su delle riserve lipidiche per l’inverno emotivo a cui sarebbero andate incontro una volta tornate in patria, e quella che le vorrebbe autrici di rapporti sessuali consenzienti coi rapitori. Cose che ovviamente potrebbero anche essere vere, come potrebbe anche essere vero che in questi cinque mesi abbiano fatto il giro del mondo sullo yacht di Mariah Carey dedicandosi a riti orgiastici e di sacrificio del proprio mestruo alla dea lunare riflessa nelle audaci scintille della superficie notturna del mare, ma visto che non ci sono motivi per pensarlo l’unica utilità di questa voce messa in giro è stimolare nella mente di persone con l’immaginazione ferma al semaforo verde un tamponamento che li attacchi al claxon della propria inadeguatezza.

Insomma, cosa avrebbero fatto queste due durante il periodo di prigionia? Mangiato e scopato! Ecco che cosa manca ai commentatori dei giornali conservatori online, ecco qual è il solco tracciato del loro nero animo vinilico nel quale fa più rumore mettere e far scivolare il dito. Perché ormai se un italiano pensa al cibo pensa a Cracco che impiatta un brasato di pantera in salsa di pepe himalayano con contorno di peyote e caucciù, poi però guarda la sua dispensa e trova il pane in cassetta dell’Esselunga che nei tre mesi di isolamento a cui è stato sottoposto ha messo su la barba da hipster e si è convinto di essere il Bin Laden che terrorizza la cucina invocando la fame santa in orari chimici. Se l’italiano pensa al sesso invece pensa ad una gangbang hairy interracial di quattro ore con i kalashnikov poggiati agli angoli della stanza e i sensuali nijab di raso nero appallottolati per terra, poi guarda il suo letto e l’unica immagine che gli viene trasmessa come una gif dal cervello riguarda un rapporto della durata di un video di Vine e inquadra l’espressione delusa di una donna imbarazzata che tenta di pulirsi l’ombelico dal suo sperma acerbo.

Cibo e sesso. Mancherebbero in realtà gli squartamenti a cui siamo abituati dalle ventriquattromilasettecentoquindici serie che parlano di casi di omicidio trasmesse nelle prime serate, ma, caso strano, è proprio quello che certe menti ottenebrate invocano proprio per le due attiviste, come a dire: “Se la davate a me questa sceneggiatura la facevo meglio: rapimento, cibo delizioso, sesso sfrenato e sgozzamento. Chiamatemi Tarantino e ditegli che sono un genio!”

Senza dimenticare che le due attiviste hanno la sfortuna di essere donne giovani. E non c’è niente che attiri maggior quantità di colpevolizzazioni dell’essere rappresentanti di quella porzione di umanità capace con la propria mera esistenza di rendere questa vita degna di essere vissuta, a patto, certo, che si sia disposte a rendersi schiave sessuali e a cucinare con umiltà. Il burqa del paternalismo maschilista di cui sono ancora ricoperti dalla testa ai piedi scalpita per non passare di moda e trova le sue nuove trame in status, commenti, grafiche, tweet e post pullulanti fazzoletti appallottolati e rinsecchiti come rose del deserto nell’arida aria che si respira nelle stanze dell’idiozia e del rancore masturbati.

La verità è che queste persone si sentono talmente inconsistenti che riescono a trovare ragioni di invidia nei confronti di due ragazze rapite da sconosciuti in un paese straniero durante una sanguinosa guerra civile. Vorrebbero che qualcuno li strappasse dalla loro orrida realtà e sono al punto che riuscirebbero a immaginarla come una cosa piacevole, divertente e soddisfacente. E nel frattempo, mentre aspettano il Principe Abdul in sella ad un bazooka, le volpi dicono che l’uva si scopa i jihadisti.

Nella foto, la magia e la fantasia.

Dio è Uno e Trenino

CH

Nel perdurare del clima di attenzione nei confronti della satira del Charlie Hebdo all’indomani della strage del 7 Gennaio, in Italia si è giunti finalmente, anche con argomentazioni di questo tipo, al tasto che ci tocca di più: la presa in giro del cristianesimo. In particolare viene presa a modello la vignetta che trovate sopra.

Vabbè, voi direte, l’Italia è pur sempre quel paese che con l’Art. 403 del Codice Penale punisce con multe da 1000 a 6000 € l’Offesa ad una Confessione Religiosa Mediante Vilipendio di Persone. Ma per fortuna siamo abbastanza disonesti da non applicarlo. In Francia fanno prima: quella legge non esiste. Non vi stupisca poi scoprire che in nessuno dei due ordinamenti esista il reato di Offesa di una Scoperta Scientifica Mediante Vilipendio di Persone.

Suis-Je Charlie?

Non è che noi non vogliamo essere Charlie Hebdo, è che ce lo impediamo, approfittando dei nostri limiti e della nostra pigrizia per pregiudicare in base ad essi le libertà altrui: il caso della vignetta.

Va più o meno bene quando a essere presi per il culo sono i fondamentalisti islamici con il loro dio indisegnabile, ma quando tocca a noi, le cose diventano più delicate e affianco alla libera scelta di dire “quella vignetta non mi piace”, sgomita con certa arroganza chi dice “quella vignetta è brutta, non andava fatta, non è satira.” Ora basterebbe saper usare un minimo questa cosa che adesso voi state usando tanto bene, cioè internet, per scoprire in pochi secondi cosa c’è dietro quella vignetta. Ok, è in francese, per questo ho scritto questo post.

L’Autopsia di Una Rana

“Spiegare una battuta è come sezionare una rana: a nessuno piace e la rana muore”. Ma visto che la rana è già morta, non l’autore, possiamo procedere all’autopsia.

Cominciamo subito col dire, molto scientificamente, che quella vignetta è un capolavoro di irrisione praticamente inarrivabile.

Il numero a cui fa da copertina è del 7 novembre 2012. Il riferimento è al Cardinal Vingt-Trois che, in occasione dell’estensione in Francia del matrimonio civile alle coppie omosessuali e alla possibilità che questi potessero adottare dei bambini, fomentando il coro di fondamentalisti cristiani che a livello di perversione paragonavano le unioni omosessuali agli incesti, si era violentemente scagliato contro la norma sostenendo che in questo modo si sarebbero scatenate delle divisioni sociali e violenze.

Un discorso che non era tanto isolato come si potrebbe pensare, se poche settimane dopo l’opinione del primo vescovo dei cristiani era questa. Un discorso, tra l’altro, che suona molto come malaugurio e vagamente come minaccia.

Ora, a queste parole tanto dure, la vignetta è stata la risposta di Charlie Hebdo: “Mgr Vingt-Trois a trois papas” ovvero, con un gioco di parole sul cognome e uno svelamento retorico sulla dottrina cristiana, sottolineato da un disegno che decontestualizzato prende in giro la faciloneria dell’immaginario sugli omosessuali, fa notare come in realtà “Monsignor Vingt-Trois ha tre padri”: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, i quali si inculano molto beatamente a vicenda.

Questo comporta che sì, fa ridere chi è d’accordo, sì, offende chi è superficiale, sì, sconvolge il pensiero comune, quindi sì, non solo è satira, ma lo è anche di grande efficacia. Alla faccia di Vingt-Trois e delle sue paranoiche apocalissi omosessuali.

Una satira tra l’altro in cui uno spirito veramente libero dovrebbe essere in grado di riconoscere sostanzialmente un atto d’amore.

Pace e bene a tutti.

PS: Il titolo del post è un’idea venuta guardando la vignetta, ma il suo primo utilizzo, riscontrabile facilmente, pur se in contesto diverso, lo si deve a Duccio Battistrada.