Le Parole dei Fiori

TrioCensura

Tonda, nel ciel di maggio,    
Come un formaggio d’Olanda,    
Monta la luna in viaggio    
Ed il suo raggio ci manda    
Questo paesaggio.    
Che miraggio!    
Che sogno! Che sogno!

Dorme il mulino a vento    
Sotto la luna d’argento.
Dorme l’olandesino    
Nel suo lettino piccino.    
Ogni cosa giace,    
Tutto tace.    
Che pace! Che pace!

Odi i fior parlar tra lor.    
Parlano tra loro i tuli,    
Tuli, tuli, tulipan,    
Mormoran in coro, i tuli,    
Tuli, tuli, tulipan.
Odi il canto delizioso    
nell’incanto sospiroso.

Queste sono le prime strofe di Tulipan, musica di Maria Grever e testo di Riccardo Morbelli, rifacimento dell'originale Tulip Time con ai testi Jack Lawrance. Le sue interpreti sono Alexandrina, Judik e Catherine Leschan, altrimenti note in italia come il Trio Lescano, e per questa canzone vennero arrestate.
    Era il settembre del '43, da pochi giorni il Generale Badoglio aveva lanciato alla radio il confuso proclama dell'armistizio con gli alleati. I soldati italiani allo sbando, lasciati senza ordini, tornavano alle proprie case in abiti civili. Chi non riusciva a raggiungere un luogo sicuro veniva intercettato dall'esercito tedesco, fatto prigioniero di guerra e spedito nei campi di concentramento. La famiglia reale era fuggita a Brindisi, abbandonando le strade di Roma ai fucili tedeschi e i suoi cieli ai bombardieri americani. Il Trio Lescano invece aveva in programma una serata al teatro di varietà Il Grattacielo, nel cuore di Genova.
    Il Grattacielo aveva il suo ingresso al piano terra della Torre Piacentini, che coi sui 119 metri era la più alta costruzione in cemento armato d'Europa. Terminata nel '40, in pieno embargo delle nazione atlantiche, fiore all'occhiello del regime, venne costruita da Marcello Piacentini, considerato l'architetto del Duce. Celebre infatti il suo sodalizio ventennale con Mussolini, che gli commissionò le numerose opere con cui volle fascistizzare le città italiane. In Piacentini Mussolini trovò chi seppe dare agli edifici ufficiali una solennità capace di sorreggere le aspirazioni imperiali italiane. Classico e moderno venivano mescolati in architettura come un fascio littorio proiettato al cinema. Caduto il regime, il nome e l'opera di Piacentini vennero messi da parte. L'onta del collaborazionismo sarà lunga da lavare.
    
Ma torniamo alla giovanile e scoppiettante Genova, città ricca e moderna, uno dei vertici del triangolo industriale, che anche durante la guerra non si faceva mancare di ospitare gli artisti più in vista del mondo dello spettacolo. Le Lescano infatti erano il trio di canto jazz più famoso di quegli anni. Formatesi nel '36 col nome Trio Vocale Sorelle Lescano, erano piaciute molto ai dirigenti della radio di Stato, la Eiar, che ne trasmetteva in continuazione i raffinati vocalizzi alla moda. Loro che erano nate in Olanda, di nazionalità ungherese, con madre ebrea e cantando un genere americano, avevano talmente conquistato il pubblico e l'autarchico Mussolini che egli stesso nel '42 promosse la loro naturalizzazione italiana al Re Vittorio Emanuele III. Seppure durante la guerra, fu un evento mediatico imponente.

Un anno dopo però le cose erano cambiate per tutti. Mussolini era stato destituito, le sorti belliche avevano portato l'Italia alla resa e al Trio Lescano, come tutti gli interpreti di musiche straniere, era stata bandita la radio. Questo non impediva alle Tre Grazie del Microfono, come venivano chiamate, di viaggiare fra un teatro e l'altro per esibirsi dal vivo. Non lo impediva l'autarchia musicale del fascismo e non lo impediva la guerra.     
    
Il 12 settembre del '43 c'era grande attesa per la loro serata e un giovane fattorino genovese rubava un'ultima masticata alla sua radice di liquirizia prima di nascondersela in tasca, mentre scorgeva la Fiat 2800 su cui viaggiavano le dive avvicinarsi a passo calmo attraversando Piazza Dante.

"Com'è bella questa piazza!" Sospirava Judith.    
"L'avrebbe dovuta vedere prima." La stuzzicava l'autista.
"Prima quando?" Indagava Alexandrina.    
Qualche secondo di silenzio e poi l'autista si corresse:
"Comunque è molto bella anche adesso, si."

I benestanti rimasti in città si erano dati appuntamento al Grattacielo per assistere al concerto. Un diversivo niente male rispetto al fragore delle bombe. Un certo brivido doveva percorrere quelle schiene insaponate, sia mai che un acuto delle Lescano potesse confondersi con l'allarme antiaereo. Durante la guerra andare a teatro era un'avventura rischiosa.

"Spero che facciano quella canzone su quel gatto"    
"Maramao non è su un gatto."    
"Su cosa allora?"    
"Ma lo sanno tutti che è una presa in giro a Galeazzo Ciano."    
"Ma dai!"
"Ma non era su un Papa morto?"    
"E poi non era di un altro?"    
"Io sapevo fosse su un condottiero vigliacco."    
"Aspetta forse mi sovviene un sonetto…"
"E comunque la loro madre è ebrea."    
"Dicono clandestina."

Il concerto era iniziato in orario ed era al culmine. L'aria del Grattacielo già vibrava delle graziose voci femminili del Trio con le canzoni A cuore a cuore a bocca a bocca, Bel moretto, La canzone delle mosche, La gelosia non è più di moda, Topolino al mercato, C'è un'orchestra sincopata. Il pubblico era in visibilio per le Lescano, il periodo di lontananza dalla radio infatti le aveva rese ancor più desiderabili. Stanno giusto partendo le prime note di Tulipan, quando nel teatro si scatena un certo subbuglio. 

"Le camice nere!"    
"Saranno i tedeschi?"    
"Ho paura, torniamo a casa!"    
"Ma che fanno?"    
"Tranquilla noi non c'entriamo niente."    
"E la musica?"    
"Ce l'avranno con loro?"    
"Se mi chiedono qualcosa gli dico di mio zio."    
"Se ne sono andate dal palco."    
"E la polizia dov'è?"    
"Ma quello lo conosco!"    
"Le avranno prese?"    
"Le hanno prese."    

Carcere di Marassi. Le Lescano sono state arrestate e vengono sottoposte ad un interrogatorio. Una camicia nera tambureggia sulla scrivania con un foglio piegato su cui è trascritto il testo di Tulipan. Un ispettore della polizia di sicurezza fuma liscio guardando le cantanti sconvolte e nervose in viso, pallido sotto la sua pettinatura luccicante schiacciata sulla testa come un elmetto. Alle domande serrate le donne rispondono come al microfono, in coro:    

Ispettore: "Cosa mi dite di questa canzone?"    
Trio Lescano: "Non l'abbiamo scritta noi!"    
Ispettore: "Ma l'avete cantata!"    
Trio Lescano: "E con questo?"    
Ispettore: "Crediamo che ci siano messaggi in codice per il nemico."    
Trio Lescano: "Non ne sappiamo niente."    
Ispettore: "Come un formaggio d’Olanda, monta la luna… voi siete anche olandesi, giusto?"
Trio Lescano: "Naturalizzate italiane."    
Ispettore: "Cos'è questo formaggio?"    
Trio Lescano: "Sarà il gouda."

Rimarranno in carcere per un mese. Trattate come ogni prigioniero, con le divise numerate 92, 93 e 94 subiranno la privazione della libertà, degli affetti e di qualsiasi conforto. In più quando a Marassi arrivano i tedeschi, questi le costringeranno a fare da interpreti durante gli interrogatori dei prigionieri di guerra che arrivano dai fronti stranieri. Un compito gramo che assolvono solamente nella speranza di ottenere una clemenza che nè i nazisti nè i fascisti sembrano voler concedere. 
    Ma com'è potuto succedere che loro tre, insignite poco più di un anno prima della cittadinanza italiana, col favore di Mussolini e del Re in persona, vengano arrestate e trattate come spie nemiche? Si interrogano le Lescano, corrugando i loro volti stanchi ma aggraziati, dagli occhi sbocciati come petali e i nasi slanciati come gambi, nei lunghi momenti di noia dietro le sbarre:    

Alexandrina: "Qualcuno deve averci denunciate."    
Catherine: "Si ma chi potrebbe volerci tanto male?"
Judik: "Io ho un sospetto."    
Alexandrina e Catherine: "Chi?"    
Judik: "Le conoscete, non ci hanno mai potuto sopportare."    
Catherine: "Il Trio Capinere?"
Alexandrina: "Sono sempre state invidiose del nostro successo."    
Judik: "E sono italianissime."    

Il Trio Capinere, la risposta autarchica al jazz del Trio Lescano, interpreti di altrettanti grandi successi, ma sempre un passo indietro rispetto alle loro concorrenti olandesi. Di certo l'antipatia le aveva spinte ad una soffiata maliziosa nei confronti di quelle ragazze che cantano di formaggi d'Olanda e fiori che parlano fra loro in maniera ambigua e tendenziosa. La paranoia del regime poi ha fatto il resto. Gli anni che seguirono e la dispersione che portò la guerra misero una piera tombale sul loro destino, mentre il Trio Lescano dopo il mese di prigionia, per diretta intercessione del Re rifugiato a Brindisi, ottennero la tanto agognata libertà, prosciolte finalmente da ogni accusa di spionaggio. Le strade di Genova accolsero con grandi feste la loro liberazione, drappeggiando i balconi di striscioni con su scritto "Viva le Lescano!" mentre tutto attorno ancora tuonavano le bombe e suonavano dai grammofoni le parole:

E cantano i tuli, tuli, tulipan.    
Tuli, tuli, tulipan.    
Nel cantar questa canzone    
le tre Lescan    
ci tenderan    
tre tuli, tuli, tulipan!

 


Oppure… oppure no e tutta la storia dell'arresto per colpa di Tulipan è un'invenzione delle Lescano, un'esagerazione rispetto ad una rapida ed indolore convocazione in questura per interrogarle sulla clandestinità della madre ebrea. Questo suggerisce un caparbio studioso genovese, tale Vincenzo Zanolla, che per il sito non ufficiale Trio-lescano.it ha analizzato le loro versioni, riscontrando innumerevoli contraddizioni. 
    Come quella dell'arresto durante un concerto, spettacolarità ben lontana dalle operazioni antispionaggio. Oppure ancora il fatto che stando alle cronache il Trio in quei giorni abbia continuato il suo tour nei teatri regolarmente e senza alcuna interruzione. Infine la totale assenza di riferimenti all'evento che non fossero riconducibili alle stesse Lescano, con un totale silenzio in proposito di giornali, radio o semplici versioni che nel corso nel tempo le tante persone coinvolte avrebbero potuto dare.     
    Ma perché inventarsi questa storia? Forse che le Lescano, continua Zanolla, abbiano voluto darsi un'immagine di martiri per superare il disonore di aver avuto successo sotto il fascismo? Il serio rischio di trovarsi consegnate alla storia come Le Tre Grazie del Fascismo può in effetti valere il tempo che ci vuole ad inventarsi e a mettere in giro la storia di una arresto. Non sarebbe l'unica volta che il Trio tenta di imbrogliare il pubblico: pochi anni dopo la guerra infatti Catherine lasciò il Trio e venne sostituita da una somigliantissima italiana, tale Maria Bria, sottopagata. Nessuno venne avvertito e nessuno sospettò nulla. La prima versione della storia dell'arresto invece spunta nel 1985 e Catherine sembra esserne estranea. Di certo, avran pensato le altre nell'accordarsi sul loro alibi, l'ingiusto zelo oscurantista di cui si facevano vittime non avrebbe stonato con tutta la fanfara repressiva e autarchica che il fascismo si cantava e si suonava già da solo. E in qualche modo, seppur per poco, nell'Italia proclamata antifascista del dopoguerra, il Trio Lescano, voleva poter continuare a cantare i sui maliziosi tuli, tuli, tulipan… che parlano fra lor di una verità che un po' si voleva dire e un po' anche no.

Nessuno e Trino

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Un uomo appare dal nulla. Puó un uomo apparire dal nulla? Certo che no. Forse in quel nulla c'era già la forma insensibile di quell'uomo, solamente non era percepita.

Antonullo non è il protagonista di questa storia.

Antonullo è insignificante e insignificato.

Antonullo non è nemmeno il soggetto di questa frase.

Antonullo è talmente ignorabile che quando si guardava allo specchio non si prestava attenzione.

Antonullo nel mondo ricopre quello spazio che c'è fra la carta stropicciata di un giornale dozzinale sporco calpestato dai passanti in un giorno di pioggia gettato sul bordo di un marciapiede e il marciapiede.

Antonullo è talmente trascurabile che in alcune specie di insetti lo sperma del maschio viene iniettato in una qualsiasi parte del corpo della femmina e poi raggiunge gli ovuli da fecondare in maniera autonoma.

Di           a volte non si legge nemmeno il nome. Antonullo non ha un nome con cui lo chiamano gli amici e come lo chiama la mamma è un problema che non si pone perché non lo chiama nemmeno lei.

Nelle foto di gruppo Antonullo è lo spazio vuoto fra una persona e l'altra, che il fotografo dice "Stringetevi un po' di più da quella parte che c'è posto."

Nessuno ha mai fatto un selfie ad Antonullo.

Antonullo è talmente tanto poco interessante che, degli scienziati per misurare il livello di interesse suscitato dai felini, hanno posto un adorabile gattino fra le sue braccia in mezzo ad un gruppo di ragazze annoiate. Il gattino era diventato letteralmente insignificante fra le braccia di Antonullo e le ragazze, pur senza prestare la benché minima attenzione ad Antonullo, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Questo comunuqe agli scienziati non ha dimostrato nulla su Antonullo, visto che volevano studiare i gatti, e infatti anche gli scienziati non trovando più interessante il gattino, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Le stesse manie suicide non prendevano molto in considerazione Antonullo, semmai potevano essere attratte dagli scienziati e dalle ragazze, che però nel frattempo si suicidavano e così, le manie suicide hanno cominciato a manifestare manie suicide. Il gattino nel frattempo si era suicidato, lasciando Antonullo da solo.

Quando Antonullo sfida le leggi della natura la natura se ne infischia e lascia Antonullo in un tale stadio di ipotetica esistenza per cui, comunque, se Antonullo insultasse vostra madre voi sareste autorizzati da un'entità superiore a dargli un pugno, senza che questo consti per voi peccato. E anzi, in questo senso, Antonullo ha un ruolo chiave nella moderna rimodulazione teologica del perdono, più precisamente il ruolo di chi, essendo di dubbia esistenza, può essere picchiato senza colpa. In quanto in una religione che abbraccia la scienza e non si caga di striscio Antonullo, secondo il principio di indeterminazione che lo vuole chiuso in una scatola forse vivo forse morto, tu dagli un pugno che non si sa mai. Ed è così infatti che è andata l'ultima volta.

Poi un giorno Antonullo si è fatto internet. E facendosi internet si è fatto Facebook. E facendosi Facebook è diventato un Vero Satiro da Social Network.

Forse quel nulla non è mai esistito, è sempre stato solo un'assenza. L'assenza di quell'uomo che adesso appare dal nulla e dice: "Io dov'ero prima non ci torno" e abbraccia e bacia il nulla.

 

Il Vero Satiro da Social Network sa che la satira è una guerra. Ogni giorno ti alzi e non sai mai se la sera, andando a letto, la tua autostima sarà ancora viva.

 

Molti cadono durante le battaglie di battute per le Elezioni Regionali, oppure durante i Mondiali di Calcio. Per non parlare di quando viene eletto un nuovo Papa, cosa che per fortuna accade solo ogni morte di Cristo.

 

In ogni caso niente di tutto questo è paragonabile alla peggiore cerneficina satirica che si scatena ogni anno: il Festival di Sanremo.

 

Si direbbe che i periodi di calma possano giovare al Vero Satiro da Social Network, la verità è che il Vero Satiro sulla calma ci ha fatto una battuta, che però non ha fatto ridere nessuno e quindi ora non sa più cos'è.

 

Allora si lancia alla ricerca di qualsiasi argomento utile per scrivere: una dichiarazione omofoba di un prete, un tweet razzista di un leghista, un delirio complottista di un grillino, un video porno berlusconiano… quando non c'è niente di tutto questo potete trovare il Vero Satiro aggirarsi su internet alla ricerca di materia prima, come fosse in una missione di pace, fosse anche la notizia di un uomo che voleva sposare la propria mano dopo il primo appuntamento ma lei l'ha lasciato sull'altare per cambiare sponda, articolo magari trovato sul periodico on line Le Marche del Molise.

 

Quando non trova nemmeno questo allora scrive una battuta sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… o sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… Gasparri.

 

Il Vero Satiro da Social Network si distingue dal Semplice Simpaticone da Social Network per un semplice motivo: si salva ogni cazzata che scrive.

 

Grazie alla sua mania narcisistica di autoconservazione, qui di seguito riporteremo alcuni stralci di file di testo in cui, per la prima volta, si attesta il modo in cui un Vero Satiro da Social Network vede il Vero Satiro da Social Network. Se non avete capito, rileggetelo finché non l'avete capito.
 

Primo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network va al fronte:
È la trascrizione di un dialogo.

 

Il Satiro: "Mamma ho deciso di entrare in un collettivo di satira."
La Mamma: "Oh mio Dio!!!"
Il Satiro: "Papà…"
Il Papà: "Vai figliolo, ci penso io a tua madre."
Il Satiro: "State tranquilli, non è pericoloso come sembra…"
La Mamma: "Ma… figlio mio…"
Il Satiro: "Vi scriverò un gioco di parole tutti i giorni, vi manderò dei fotoritocchi!"
Il Papà: "Mi raccomando, stai attento!"
Il Satiro: "Starò attentato."
Entrambi i genitori: "Genio!"

 

Secondo Reperto) Il vero satiro da social network durante la battaglia:
È la trascrizione di un flusso di coscienza.

 

"Pensa alla gente che ti legge da casa, ma non pensare ai suoi gusti, oppure pensaci ma aggiungici qualcosa di violento, che li scandalizi mi raccomando, nelle loro vite così piatte e confortevoli, non si aspettano la violenza… pensa alle tue ammiratrici, mettici del sesso spinto, falle arrossire, penseranno al tuo sesso incredibile, che con te possono fare tutto, mettici del sesso, è quello che vogliono, e le farai tue… pensa ai tuoi amici, mettici lo slancio politico, la morale, la dignità, hanno abbandonato tutti i loro sogni, tu li tieni per le corna, sbattigli in faccia la tua vera virtù, proveranno invidia per la tua libertà… pensa ai grandi pensatori, i tuoi numi tutelari, mettici lo spirito e ficcaci dentro il genio, la sregolatezza e l'estro, siedi accanto a loro sugli scranni olimpici, colpisci i falsi miti, smaschera le divinità illusorie e le stelle ti accoglieranno fra di loro… fai tutto questo, ora… ora!"

 

Poi digita: Il Papa violenta i bambini con la sua "cappella". E lo pubblica.

 

Terzo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network scrive alla sua ragazza dal fronte:
È la trascrizione di una lettera.

 

Cara mia Ammiratrice Principale, qua la situazione si fa sempre più seria. Ieri siamo dovuti uscire con un post, ne avrai sentito parlare. Io sto bene, mi hanno pubblicato tre battute, ma non credere ai like reciproci nelle condivisioni: c'è tensione all'interno del gruppo. Ci sono state diserzioni. "La vita vera" dicono. Ma cosa c'è di più vero di un flame con degli sconosciuti sotto uno status? Sono sempre più convinto che certe cose non si possano spiegare alla gente normale. Non si divertirebbe nessuno e la rana muore. A volte mi fermo a pensare, e mi chiedo se io, quando tutto questo sarà finito, possa mai tornare a…

 

Perdonami, è appena uscito un tweet di Renzi, ti devo salutare.

 

Ricordati di scrivermi "Ahahahahah" nei commenti.

 

Il tuo Vero Satiro

 

Quest'ultimo reperto ci aiuta ad approfondire un aspetto molto peculiare del Vero Satiro da Social Network, perché dovete sapere che scrivere satira è principalmente un atto d'amore. Vi starete dicendo: "Ma non era una guerra?" Si, appunto, ed è per questo che quando il nostro Vero Satiro da Social Network nella sua campagna militare incontra una femmina disponibile, preferibilmente di razza umana, si trasforma in un Poeta Innamorato A Distanza.

 

Ma può un uomo abbracciare e baciare il nulla? Certo che no. Forse quel nulla è l'assenza della donna a cui erano rivolte le sue parole. Una donna non vista che lo sta ad ascoltare. Una donna appare dal nulla.

 

Il Poeta Innamorato a Distanza è un giornalista dell'emozione, un cronachista dell'anima, un rotocalchista del cazzo, un elzevirista del mondo. Le sue poesie sono le colonne quotidiane che sorreggono e incorniciano le sue pulsioni. Sono gli obelischi del ricordo, sono la verticalità di una scalinata da discendere mano nella mano con qualcuno, sono le fotogrtafie da postprodurre nei giorni di pioggia in cui non si può uscire.

Alla ricerca dello scoop interiore, della rivelazione, della rivoluzione e sempre e comunque al modo di poterlo raccontare, il Poeta Innamorato a Distanza si lancia in previsioni, resoconti, supposizioni, aneliti, il tutto basato sui pochi dati a disposizione: una videochat, un messaggio, una voce. Ma l'amore è un sistema pervasivo e tentacolare e basta veramente poco per attivare il contatto delle sue ventose e così di seguito i getti dell'antiluminoso inchiostro elettronico del Poeta Innamorato A Distanza. Per non parlare di quelli della masturbazione.

Il computer è un'alcova, il cellulare una panchina nel parco. Il rapporto con una persona ancora misteriosa diventa quindi un'inchiesta da paparazzo e foto e video diventano supporti per la nudità.  

Il Poeta Innamorato a Distanza è così un poeta quotidiano. Ed ecco allora che abbiamo ritrovato alcuni articoli in versi emozionali scritti di suo pugno: una breve cronistoria di un amore.

 

Articolo del 4 Luglio 2014
(Primi afflati)

 

Non ti ho mai vista intera
Solo composizione d'immagine

 

Non conosco il numero di palmi
Che mi ci vogliono
Per passare dal tuo collo
Ai tuoi fianchi

 

Non conosco
L'intersezione delle nostre dita
La resistenza alla mia stretta

 

Non conosco
Il tempo che ci impiegherei
A saziarmi dei tuoi seni
E se quel momento
Arrivasse davvero mai
Prima di inviare
La mia bocca esploratrice
Verso i tuoi altri porti

 

Non conosco
La temperatura della tua pelle
Se con la mia io possa scaldarla
Non conosco

 

Così mi trovo
Ignorante davanti alla tua natura
Primitivo
Appena uscito da una caverna
A cercare campo
O almeno una wi-fi.

 

Articolo del 26 Luglio 2014
(Incanti poetici)

 

Sullo schermo
Del mio computer
Palpita la tua immagine
Fra la spuma di internet
Come il riflesso della luna
Sulle scaglie di un drago liquido
Che dorme sdraiato su una spiaggia impermeabile
E custodisce le conchiglie che sono le unghie tagliate di Venere
Sognando l'amore e mentre sogna respira, e mentre respira sospira, sospira e spasima… affanna
Come la ventola del mio pc.

 

Articolo del 5 Agosto 2014
(Apici di piacere)

 

Fare sexting sapiosessuale con te
Mi fa sentire bene
Mi gonfia il rapporto consapevole dell'io con la mia virilità
Mi fa sentire un grande uomo
Come Stephen Hawking.

 

Articolo del 12 Agosto 2014
(Prime crisi)

 

Ma
E' perché soffri di sindrome dell'abbandono
Che mi lasci mentre parlo o chatto con te
Improvvisamente
Solo come un cane davanti ad uno specchio nero?

 

Articolo del 4 Settembre 2014
(Ultimi singulti)

 

Se mi pubblico
Dicendo che ti amo
Il mio sentimento
Prende pochi mi piace
Una sola condivisione
E non è nemmeno tua.

 

Dalle cronache ritrovate non possiamo sapere se il Poeta Innamorato incontrò mai la sua amata, da quello che sembra però, un'estate passò platonica e desiderata. Infine le settimane, o chissà quale altra strana unità di misura, forse i decametri, posero fine a questa relazione, scaricata come la batteria di un poratile.

 

Vi avrà fatto sorridere forse, tutta questa mediazione e multimediazione umana, ma in effetti è perché a tutti che ci riguarda. Per esempio le mie parole devono prima attraversare l'invisibile per arrivare a voi, anche ora, anche queste parole, che sono le parole con cui finisco.

 

Può un uomo svanire nel nulla? Certo che no. Lo può una storia? Certo che no. Lo può un personaggio chiamato Antonullo, Il Vero Satiro da Social Network, Il Poeta Innamorato a Distanza? Certo che no. Il nulla è un'illusione. La verità è virtuale. Tutto, solamente, sempre, cambia. Mai, veramente, niente, muore.

 

La gif è di Gualtiero Bertoldi, da The Gif Opera Cabinet.

Cento di Questi Giorni

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L'amore dei vecchi non doveva rinunciare più al sesso e Fabrizio lo scoprì sdraiato sul suo lettino d'ospedale. Aveva flirtato a lungo con lei: le aveva aperto la porta di radiologia, le aveva offerto una flebo romantica a base di pesce e vino bianco, e in corridoio, un pomeriggio, alle macchinette automatiche, avevano preso di nascosto il caffè, lo stesso che la notte aveva impedito loro di dormire, anche se a quell'insonnia avevano voluto dare una diagnosi un po' diversa: amore.

Così, quando Elisa si avvicinò insicura e asintomatica al suo letto, bastò appena il sospetto di una presenza per fargli aprire gli occhi. Stupito e felice le fece spazio, lei prima si sedette lentamente, mentre la camicia ospedaliera lasciava intravedere i suoi seni grinzosi e oblunghi come gavettoni sgonfi, poi si distese, facendo attenzione ad evitare i lamenti metallici del letto e a non rompere così il fragile sonno del resto del reparto. Una volta faccia a faccia si baciarono, mentre le loro mani simili a sottili tubercoli di zenzero si radicavano in basso, a scoprire l'un l'altra che i soldi spesi per mantenere vitali i propri organi genitali non erano stati gettati al vento.

Quella scena fu vista da milioni di telespettatori. Si rimaneva estasiati da quegli ultranovantenari ficcati sotto il lenzuolo che tornavano agli anni della loro gioventù e più precisamente al '69. L'idea di pagare l'accanimento sugli anziani attraverso la creazione di reality show fu il vero bingo delle Aziende Sanitarie Locali. Si chiamava "Cento di Questi Giorni". Non c'era niente di immorale in fondo, niente di peggio rispetto a quello che era già stato fatto con altri trattamenti terapeutici multimediali. E poi non era per tutti. Il pubblico era composto prevalentemente da giovani, 50-60enni, molti dei quali coi loro semplici mezzi non potevano ambire a quel senato ampliato che era diventata la quarta età, ma che speravano di essere un giorno selezionati dai giudici delle Asl. Una volta dentro poi si dovevano superare le eliminazioni, ovvero il classico televoto in cui la gente a casa poteva decidere se tu, paziente decrepito attaccato a una macchina ad ore alterne, meritassi di raggiungere il secolo. Il giorno del centesimo compleanno del paziente poi veniva fatta una cerimonia, una festa e via, lo accompagnavano fuori dall'ospedale per tornare dai suoi cari come un eroe. Lontani dalle cure e dalla vita controllata dell'ospedale però gli anziani si abbandonavano agli eccessi, sfruttando la loro popolarità e cercando introiti attraverso pubblicità per garantirsi nuove cure. Chiaramente la maggior parte di loro moriva in pochi mesi.

La festa dei sopravvissuti delle varie edizioni era uno di quegli eventi mondani a cui con la scusa di essere altamente esclusivi partecipavano praticamente tutti. Gli altri, quelli che non avevano ancora raggiunto il secolo potevano guardare quella baldoria da dietro le sbarre della gabbia dei loro lontanissimi schermi. Per il resto, alla festa c'era tutto ciò che serviva a divertirsi: sesso, musica e medicine. Sessantenni cubiste si esibivano seminude mentre i fegati e le camice di flanella degli invitati si inzuppavano di vodka e taurina. Nei bagni era tutto un via vai di gente che andava a farsi pippotti di Aulin. La pista da ballo era agitata come un mazzo di asparagi nelle mani di un malato di Parkinson. I più anziani erano i partiti più ambiti, in quanto l'età era garanzia del conto in banca, e per questo erano continuamente attorniati da vegliarde succinte provocanti come la Gilles-Tourette. Modelli settantenni venivano fatti sfilare in perizoma e frustati da vecchiette secche e rugose come carote. Le parole d'ordine di quelle serate erano disinibizione e incontinenza. Ci voleva poco infatti che quegli ambienti si riempissero dell'odore di urina e feci traboccati da quei corpi flaccidi. Si cominciava sempre con un certo falso imbarazzo, per poi finire nel più completo delirio orgiastico, con merda in faccia, urina nei bicchieri, sperma artificiale alle pareti, saliva sui soprammobili, pavimenti scivolosi e membra nude a stringere tremanti l'ultimo lembo sporco di una vita spettacolarizzata, finanziaria e agonizzante. Si andava avanti così tutta la notte e il giorno dopo per giorni, con intere equipe di medici in livrea che rianimavano, defibrillivano, inflebavano, dializzavano e tracheotomizzavano in continuazione. I paramedici erano i buttafuori di quella festa in cui la morte veniva lasciata ad aspettare all'esterno, schernita, che se ne andasse a prendere i giovani, i poveri, gli stronzi.

Fabrizio ed Elisa per esempio, li colse abbracciati durante un intimo happy hour. Accanto a loro ancora i bicchieri da cui avevano bevuto un cockatil a base di pancuronio, tiopental sodico e cloruro di potassio. Erano entrambi a pochi giorni dal loro centesimo compleanno e tutti li davano per favoriti. Sul tavolo un foglio cointestato e cofirmato, senza ormai alcun debito nè credito. Per il pubblico fu commovente.

 

Foto di Koen Hauser.

Ho perso il conto

Wol

Un illuso omaggio a Georges Wolinski

 

 

-Dove… dove mi trovo?
-Ciao Georges, sei morto.
-Uhm… Dio parla italiano?
-Non Dio, io. E anche tu parli italiano se lo decido io.
-Autoritario, più Papa che Dio.
-Io qui e ora sono tutto.
-E manco ti conosco.
-Io però conosco te.
-Bah, dite tutti così… e questo sarebbe il mio Paradiso?
-Chiamalo come vuoi.
-Una pagina bianca?
-Per ora.
-Sono morto e c'è ancora mistero!
-E sempre ce ne sarà, ma stai zitto e capirai.
-Non so niente e devo stare zitto: mi sento proprio morto.
-Ecco, adesso arrivano le ragazze.
-Le ragazze?! Cominciamo a capirci!
-Eccole, te le presento una ad una, tu contale se ci riesci:

 

Aab dagli occhi dolci

Aba dalle mani calde

Abb dal sedere carnoso

Baa dalle caviglie sottili

Bab dal sorriso di luna

Bba dalla vagina di miele

Caa dai seni di latte

Cab dalle cosce di marmo

Cba dalle ascelle di paprika

Dab dalla risata di fontanella

Dba dall'ombelico strano

Daa dalle labbra di pesca

Eba dalla pelle d'ebano

Eab dal ventre tenero

Eaa dalla schiena d'ambra

Fba dalla fica a marionetta

Fab dagli occhi porchi

Faa dalle mani da seppia

Gba dalle natiche di mozzarella

Gab dalle tette di carta

Gaa dalle ciglia di cioccolato

Haa dai fianchi di murena

Hba dai capelli di rame

Hab dalla voce cavernosa

Iba dalla voglia matta

Iaa dall'idea fissa

Iab dalla grazia di cerbiatta

Jab dai gomiti da suora

Jba dai denti di spuma

Jaa dal perineo breve

Kab dai capezzoli di patella

Kaa dal clitoride di pistacchio

Kba dall'ano di liquirizia

Laa dalla fantasia adulta

Lab dall'allegria velenosa

Lba dalla bugia piacevole

Maa dalla lingua svelta

Mba dalle sopracciglia volanti

Mab dalla schiena celeste

Nab dai pompini lenti

Naa dalla sega ruvida

Nba dalla pecorina incivile

Oba dalle tette verdi

Oaa dalle labbra di limone

Oab dalla gioia orizzontale

Pab dalla voglia di zucchina

Pba dalle dita ventose

Paa dalla bocca stretta

Qba dal ventre di cammella

Qaa dai denti di neve

Qab dalle idee vorticose

Rba dalla lingua di marmellata

Rab dall'ombelico ipnotico

Raa dal culo geometrico

Sab dal piacere urlato

Sba dal collo delicato

Saa dalle guance di pesca

Tab dai fianchi felini

Taa dai peli sottili

Tba dalla vagina superficiale

Uaa dalla fronte soleggiata

Uba dallo sguardo immaginifico

Uab dalle tette illuminanti

Vab dalla voce umida

Vaa dalla chioma elettrica

Vba dalle mani chirurgiche

Waa dalla pelle atlantidea

Wab dal volto di chiesa

Wba dalle gambe di grotta

Xab dai capezzoli di fragola

Xaa dallo sguardo promozionale

Xba dal pube aggressivo

Yaa dalla bocca di vacca

Yba dai piedi di caramella

Yab dall'ombelico di ricotta

Zab dal sesso di pane

Zaa dall'impeto di proiettile

Zba dalla grazia di stagno

 

-Ho perso il conto.
-Meglio così.
-Ma sono vergini?
-Perché, ti cambia qualcosa?
-No, in effetti.
-Beh, io adesso ti lascio con loro.
-Vai vai, torna quando avrò finito che per ringraziarti ti faccio un disegnino!
-In realtà l'hai già fatto.

 

 

Disegno e firma di Georges Wolinski.

La Storia di un Adolfo

Carta Bianca Piccola2

Questo che leggete non è un racconto in prosa come sembra, ma un fumetto, solo che i disegni sono piccolissimi e le didascalie sono enormi. È un fumetto che parla di un virus a grandezza naturale. Per questo i disegni sono piccolissimi. Comunque se stampate questa pagina li potete vedere al microscopio. Per esempio, questo è un recente ritratto del nostro protagonista: Adolfo.

Ad Adolfo piace la musica, per questo quando viaggia trova sempre un modo per ascoltare le sue canzoni preferite, come 24 Mila Baci di Vivarelli/Fulci/Celentano o Contagion dei Fear Factory.

Adolfo è un grande amante del movimento, lo potremmo quasi definire un virus vagabondo e ogni volta sorprende i suoi amici con foto e cartoline provenienti dai posti più insoliti: qui sta camminando sul bordo del Vulcano islandese Hytrpponyppalluk; qui sta abbracciando una murena sui fondali del Golfo del Messico; qui invece è in visita alla Città di Smeraldo in Vietnam, mentre mette la testa in un cartonato che rappresenta Dorothy e i suoi tre allegri compari della celebre avventura.

La politica interessa poco ad Adolfo, che preferisce dipingere sul terrazzo che affaccia su una strada sporca della periferia della città, dove il vento scompiglia i capelli delle adolescenti e dove per sbadataggine cadono ancora piccoli oggetti per terra. Quadri come questo. O come questo. O come questo ancora, in cui è evidente il significato simbolico impresso dall’autore nell’ammennicolo perduto.

Un giorno poi Adolfo si ammalò di se stesso. Latte, lana, letto come dicono i vecchi saggi. Così dopo parecchi anni di convalescenza poté tranquillamente affermare “Sono guarito”. Gli omeopati si congratularono con lui. Si era finalmente sconfitto.

Nella foto, dal mio microscopio a forza atomica, Adolfo.