Nido

Nel villaggio c’era una capanna. Nel villaggio c’erano dodici capanne. In undici capanne non c’era nessuno. In una capanna c’erano tre persone. Nell’aria fuori dalla capanna c’era un virus che uccideva in tre giorni. Fuori dalla capanna c’erano decine di cadaveri. Nella capanna non c’erano cadaveri. Nella capanna non c’era nemmeno da mangiare. C’era puzza nella capanna, puzza di passato prossimo. Il futuro in quella capanna non c’era. Nel futuro in quella capanna c’erano cadaveri, ma solo se qualcunoun li avesse trovati. Altrimenti niente.

Finita la foresta la strada si faceva più pulita. Si stendeva la pianura e con questa comparivano i miraggi che rendevano insicura ogni sguardo su quella terra bianca a cui il sole puntava i raggi alla tempia. C’era un posto di blocco. Tre uomini e il loro sudore che evaporava in un’aura di autorità e violenza. Ma non c’era paura. Prima un bicchiere d’acqua. Poi le spiegazioni. “Venite con noi, vi porteremo in un ospedale.” “Ma ci stavate aspettando?” “Siamo qui per questo. Nella foresta c’è il virus, dal più villaggio più vicino ci vogliono cinque giorni di cammino e questa è l’unica strada che la attraversa: chi ha la fortuna di sopravvivere, arriva qua.” E mentre lo diceva, come se gli fosse suonato un calmo allarme mentale, si strinse al viso la polverosa mascherina da chirurgo che aveva agganciata alle orecchie. Dietro il posto di blocco c’era un pullman con altre persone. Altri sopravvissuti. Salirono a bordo. Passarono un giorno e una notte. L’autobus si riempì e la mattina, come una pietra che prendeva vita, si mise in moto. Dopo qualche ora di viaggio incrociarono un altro mezzo che veniva loro incontro. I due pachidermi si incrociarono per un secondo e continuarono per la loro strada. Nel frattempo al posto di blocco si fumava, si beveva e nella savana echeggiava di tanto in tanto il colpo di uno sparo, un graffio di vita nel silenzio minaccioso.

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Fu il padre a uscire per primo. “Voi state qui, arriverò alla strada, troverò qualcuno e verrò a prendervi”. Superata l’area del villaggio si incamminò per il lungo sentiero che superato il fiume portava alla strada. Cominciò a sentirsi male dopo un paio di giorni, subito dopo aver attraversato il ponte malfermo che era l’ultimo segnale di civiltà fino alla strada. Febbre e mal di testa. Poi subito dopo il primo interminabile vomito secco. Lo stomaco gli si strizzava come uno straccio che al quarto spasmo si stracciò e cominciò a deglutire sangue. Non tornò indietro, non andò avanti. Il figlio uscì per secondo, dopo aver a lungo discusso con la madre. Avrebbe lasciato a lei il poco cibo rimasto così lei avrebbe potuto aspettare più a lungo. Ma si era stabilito che lo avrebbero aspettato insieme. La madre su questo era inflessibile. Per questo il figlio se ne andò di notte, in segreto, per raggiungere il padre. Ma non raggiunse mai nemmeno il ponte. La madre era rimasta sola nella capanna, ma al terzo giorno, mentre offriva i pochi viveri rimasti in dono agli dei e pregava per i suoi affetti divorati dalla foresta, le venne un giramento di testa. Sentì montare la febbre, chiese perdono agli spiriti per la sua debolezza momentanea e decise di riposarsi qualche minuto sdraiandosi al centro della capanna. Nel villaggio c’erano dodici capanne. Nelle dodici capanne non c’era più nessuno. Passarono mesi prima che qualcuno trovasse i cadaveri.

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