Again

Riapriamo lo spazio del Buon Sangue
ovvero la pubblicazione di testi
scritti da autori che conosco e stimo.
In questa occasione la tastiera è di Pierluigi Carta.

 

Apro la finestra, è inverno. Mi sporgo, guardo fuori dagli infissi. Muri rosso sangue. Fenicotteri in volo sopra le teste dei cittadini rossi sangue. Ipallage. Dio è morto questa mattina. Il suo cadavere ancora puzza di Selfie. Sinestesia. L'atto umano si è ridotto ad una mera emozione estetica, con tutti i suoi pro e contro. Anzi, Dio non è morto, ma è ridotto ad un vegetale (metafora), tenuto in vita per i denti (sindeddoche) da un respiratore, catetere, flebo (asindeto). L'infermiere li inverte spesso (figlio di puttana). 

Sono giorni di pace e di inutile gloria. 

Cade un angelo dal soppalco. Qualcuno twitta in punto di morte, il pentimento non è più priorità. Asservimento delle anime al mezzo, non allo scopo. Verrà ugualmente ammesso al regno dei cieli, – suffragio della rete – elaborata deroga distensiva per stare al passo coi tempi. Qualcuno ha dubmashato Jules Winnifield, una specie di raro volatile si è spenta, l'orologio della fine del mondo segna un'altra tacca, Vincent Vega ha commentato una foto di Mia Wallace con una siringa nel petto, fuori contesto. Un # ha staccato di netto una testa di Buddha sfuggita ai Talebani, 650 visualizzazioni dell'attentato iconoclasta a Bamiyan, un nutrito gruppo di operatori di call center fa l'harlem shake in via parpaglia: 4 milioni di visualizzazioni. Il video del flash mob in pochi minuti è diventata Tt – top trend – non lo fermerà più nessuno ora, e andrà a rotolare fino alla fine del tempo, scomparendo in una nuova accezione di eternità nelle nostre memorie. Un qassam non riesce a trovare la connessione, e va a ferire gravemente un dottore che cercava di salvare un bambino con 6.000 like – per l'operazione ne bastavano 5.670 – un centinaio devoluto ad un ragazzo molto insicuro di Busto Arsizio, col petto depilato, che si fa una foto in bagno. Evitata virilità evirata astratta a strati di notifiche – (bisticcio). Una signora sui 40 anni col niqqab non ha visualizzato la notifica delle 19:45 di un proiettile all'uranio impoverito. I suoi tessuti muscolari verranno stracciati poco più tardi, quando ci sarà rete. Concertone di Marco Mengoni sospeso tra le polemiche. Tra il pubblico sventolavano i quattro mori e la bandiera dell'Isis e del Sardex. Gli avamposti del califfato minacciano via Twitter l'avatar della repubblica italiana, vogliono approdare nel Sulcis, Sant'Antioco. La Farnesina risponde su Tripadvisor inviando un'offerta per due in un albergo a 4 stelle – questa è roba vera, sensata. Per i momenti di noia invernale: segui le istruzioni di google: guarda il video di Allah che doppia la parola di Dio con Dubmash. Ci provo, mi sento bene. Chiudo la finestra, pareti grigio Mac Book Pro. Luci spente, buio e led, penso a lei. Ascolto Duke Ellington, mi verso un bicchiere di vino, non la smette di parlare. Lo offro anche a lui. Penso a lei, agli anni passati insieme, alle situazioni, i nostri attriti. Una volta mi disse che era rimasta incinta per un like. Come darle torto… io le davo torta, ma a torto… era Grassa! Era una storia difficile la nostra, io le avevo confessato di amarla, lei due spunte blu. Tutto ciò non mi stupiva, ma mi temprava. Alcune sue amiche puerpere avevano visto il neonato solo su Instagram. I discorsi erano quello che erano, non poteva durare: una sua amica, poverina, non poteva avere Facebook perché era allergica ai gatti e a tutti gli altri utenti da pelliccia in generale. Sì ci eravamo lasciati, ma non sui social perché su Instagram era molto più figa. Infatti chiamò la polizia, mi denunciò, la seguivo su Instagram, ma troppo da vicino. 

Inverno, apro la finestra. Muri rosso fuoco. La città brucia, senz'acqua, senza sole, senza cielo. Anafora. Howlin' wolf, Muddy Water, John Lee Hoocker e Cab Calloway mi sconsigliano di scappare.Stacco Spotify e mi metto alla ricerca della tomba di Robert Johnson. Google maps ne segnala due. È morto due volte, per i suoi peccati. Sulla sua lapide sta scritto un concetto lapidario. Per forza. infatti, là vicino venne ritrovato il cadavere di un tale di nome Dario, ucciso con delle pietre grandissime. Sta scritto: La religione è un male mentale. Che imbroglia, illude, promette futuri migliori, come del resto fanno il master, Saranno famosi, una laurea triennale, X Factor, Human Factor, Syriza. Noi, che ci riempiamo la testa di parole, e concetti e la bocca di psicofarmaci, dovremmo sapere che è il grido, e non il post, il tweet, il link – il cardine dell'espressività umana, alla base dell'inarticolato linguaggio, che talvolta spacca la corazza opaca e spessa del silenzio della ragione. Un concetto carapaceo. Tra un like di Facebook, la benzodiazepina ed il prozac vi è una corrispondenza proteica efficace, che mira alla desertificazione, e non alla cura, della tristezza eterna del cuore umano. Nel frattempo vengo sullo schermo dell'Iphone, mentre la chiavavo in facetime. 

Nella stanza entra una persona posata, altrimenti detto Mr. Spoon. Egli vagola, con me dialoga e porta un gatto alla sagola, di nome miagola. Mentre addenta un fiordifragola – località amena e rossiccia e fragolosa della Norvegia iperborea – egli mi racconta L'orgoglio della superiorità dell'uomo: Scritta dal Rettore “Non mi tocchi”, figlio del primario “L'ho già fatto figliolo” e della poetessa “io ora chiamo la polizia”. Posta su Linkedin un'esaltazione della mente dell'uomo, come la cosa migliore che sia mai apparsa nel mondo: essa conosce il giusto e l'ingiusto, crea sia l'ambrosia della ragione come lo sterco della creazione intellettiva: può creare Autumn lLeaves, come può partorire i Baustelle. Joice può creare L'ulisse o la Murgia può scrivere l'Accabadora, Accabbadda… Acca Larentia (Paronomasia). Prima i Marò. 

Sarebbe sciocco pensare però che la natura sia coerente coi nostri valori, diciamo umani – restiamo umani (Vittorio) -, può darsi che possa essere compresa soltanto ignorando le nozioni di bene e male acquisite. Può darsi che l'universo abbia uno scopo, che però… sia sbagliato. Quelo. L'etica si decide oggi nei campi di battaglia, con i mortai, col Napalm, coi colpi di stato, coi black out della coscienza individuale. E mentre riapro la finestra, una scala cromatica del Duca (Ellington), si riaffaccia nella mia mente come un ricordo che non ha nulla a qui riaccordarsi. Sì un ricordo appeso. Un ricordo a peso, me ne faccia due kg.

Ricordi. Ricordo me, del fin di vita. Narvali e Beluga invece allo stremo. Morivo, twittavo e morivo, un like, nessuno mi seguiva, paura eh? Una fine ingloriosa, all'ombra del cono di luce ipermetrope delle pubbliche piazze del web. Un solo like, del delfino. Essere intelligente! È un complimento o un'esortazione? Mi chiese.. ma non sentivo. Non vedevo. Non prendevo più. Il buio. Qualcuno mi svuoti la cache, quando sarò via, e scopra come sono fatto. Il più bel gesto di un amico, che non avevi neppure  su fb. 

E venivano tutti quanti al mio capezzale a chiedermi scusa. Erano tutti lì, Zuckenberg, Bill Gates, Steve Jobs, Jack Dorsey, Sean Parker, Robert Khan. Che la terra ti sia greve, gentile utente. Che il dot com ti conservi in memeoria. E proiettano il tuo anno in timelapse, ripreso con un drone, che si dimentica di raccontare i momenti in cui hai pianto, in cui hai fatto l'amore o i momenti in cui sei morto, solo per pochi minuti. 

 

di Pierluigi Carta

 

 

Immagine di Johnie Thornton

Nessuno e Trino

Un uomo appare dal nulla. Puó un uomo apparire dal nulla? Certo che no. Forse in quel nulla c'era già la forma insensibile di quell'uomo, solamente non era percepita.

Antonullo non è il protagonista di questa storia.

Antonullo è insignificante e insignificato.

Antonullo non è nemmeno il soggetto di questa frase.

Antonullo è talmente ignorabile che quando si guardava allo specchio non si prestava attenzione.

Antonullo nel mondo ricopre quello spazio che c'è fra la carta stropicciata di un giornale dozzinale sporco calpestato dai passanti in un giorno di pioggia gettato sul bordo di un marciapiede e il marciapiede.

Antonullo è talmente trascurabile che in alcune specie di insetti lo sperma del maschio viene iniettato in una qualsiasi parte del corpo della femmina e poi raggiunge gli ovuli da fecondare in maniera autonoma.

Di           a volte non si legge nemmeno il nome. Antonullo non ha un nome con cui lo chiamano gli amici e come lo chiama la mamma è un problema che non si pone perché non lo chiama nemmeno lei.

Nelle foto di gruppo Antonullo è lo spazio vuoto fra una persona e l'altra, che il fotografo dice "Stringetevi un po' di più da quella parte che c'è posto."

Nessuno ha mai fatto un selfie ad Antonullo.

Antonullo è talmente tanto poco interessante che, degli scienziati per misurare il livello di interesse suscitato dai felini, hanno posto un adorabile gattino fra le sue braccia in mezzo ad un gruppo di ragazze annoiate. Il gattino era diventato letteralmente insignificante fra le braccia di Antonullo e le ragazze, pur senza prestare la benché minima attenzione ad Antonullo, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Questo comunuqe agli scienziati non ha dimostrato nulla su Antonullo, visto che volevano studiare i gatti, e infatti anche gli scienziati non trovando più interessante il gattino, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Le stesse manie suicide non prendevano molto in considerazione Antonullo, semmai potevano essere attratte dagli scienziati e dalle ragazze, che però nel frattempo si suicidavano e così, le manie suicide hanno cominciato a manifestare manie suicide. Il gattino nel frattempo si era suicidato, lasciando Antonullo da solo.

Quando Antonullo sfida le leggi della natura la natura se ne infischia e lascia Antonullo in un tale stadio di ipotetica esistenza per cui, comunque, se Antonullo insultasse vostra madre voi sareste autorizzati da un'entità superiore a dargli un pugno, senza che questo consti per voi peccato. E anzi, in questo senso, Antonullo ha un ruolo chiave nella moderna rimodulazione teologica del perdono, più precisamente il ruolo di chi, essendo di dubbia esistenza, può essere picchiato senza colpa. In quanto in una religione che abbraccia la scienza e non si caga di striscio Antonullo, secondo il principio di indeterminazione che lo vuole chiuso in una scatola forse vivo forse morto, tu dagli un pugno che non si sa mai. Ed è così infatti che è andata l'ultima volta.

Poi un giorno Antonullo si è fatto internet. E facendosi internet si è fatto Facebook. E facendosi Facebook è diventato un Vero Satiro da Social Network.

Forse quel nulla non è mai esistito, è sempre stato solo un'assenza. L'assenza di quell'uomo che adesso appare dal nulla e dice: "Io dov'ero prima non ci torno" e abbraccia e bacia il nulla.

 

Il Vero Satiro da Social Network sa che la satira è una guerra. Ogni giorno ti alzi e non sai mai se la sera, andando a letto, la tua autostima sarà ancora viva.

 

Molti cadono durante le battaglie di battute per le Elezioni Regionali, oppure durante i Mondiali di Calcio. Per non parlare di quando viene eletto un nuovo Papa, cosa che per fortuna accade solo ogni morte di Cristo.

 

In ogni caso niente di tutto questo è paragonabile alla peggiore cerneficina satirica che si scatena ogni anno: il Festival di Sanremo.

 

Si direbbe che i periodi di calma possano giovare al Vero Satiro da Social Network, la verità è che il Vero Satiro sulla calma ci ha fatto una battuta, che però non ha fatto ridere nessuno e quindi ora non sa più cos'è.

 

Allora si lancia alla ricerca di qualsiasi argomento utile per scrivere: una dichiarazione omofoba di un prete, un tweet razzista di un leghista, un delirio complottista di un grillino, un video porno berlusconiano… quando non c'è niente di tutto questo potete trovare il Vero Satiro aggirarsi su internet alla ricerca di materia prima, come fosse in una missione di pace, fosse anche la notizia di un uomo che voleva sposare la propria mano dopo il primo appuntamento ma lei l'ha lasciato sull'altare per cambiare sponda, articolo magari trovato sul periodico on line Le Marche del Molise.

 

Quando non trova nemmeno questo allora scrive una battuta sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… o sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… Gasparri.

 

Il Vero Satiro da Social Network si distingue dal Semplice Simpaticone da Social Network per un semplice motivo: si salva ogni cazzata che scrive.

 

Grazie alla sua mania narcisistica di autoconservazione, qui di seguito riporteremo alcuni stralci di file di testo in cui, per la prima volta, si attesta il modo in cui un Vero Satiro da Social Network vede il Vero Satiro da Social Network. Se non avete capito, rileggetelo finché non l'avete capito.
 

Primo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network va al fronte:
È la trascrizione di un dialogo.

 

Il Satiro: "Mamma ho deciso di entrare in un collettivo di satira."
La Mamma: "Oh mio Dio!!!"
Il Satiro: "Papà…"
Il Papà: "Vai figliolo, ci penso io a tua madre."
Il Satiro: "State tranquilli, non è pericoloso come sembra…"
La Mamma: "Ma… figlio mio…"
Il Satiro: "Vi scriverò un gioco di parole tutti i giorni, vi manderò dei fotoritocchi!"
Il Papà: "Mi raccomando, stai attento!"
Il Satiro: "Starò attentato."
Entrambi i genitori: "Genio!"

 

Secondo Reperto) Il vero satiro da social network durante la battaglia:
È la trascrizione di un flusso di coscienza.

 

"Pensa alla gente che ti legge da casa, ma non pensare ai suoi gusti, oppure pensaci ma aggiungici qualcosa di violento, che li scandalizi mi raccomando, nelle loro vite così piatte e confortevoli, non si aspettano la violenza… pensa alle tue ammiratrici, mettici del sesso spinto, falle arrossire, penseranno al tuo sesso incredibile, che con te possono fare tutto, mettici del sesso, è quello che vogliono, e le farai tue… pensa ai tuoi amici, mettici lo slancio politico, la morale, la dignità, hanno abbandonato tutti i loro sogni, tu li tieni per le corna, sbattigli in faccia la tua vera virtù, proveranno invidia per la tua libertà… pensa ai grandi pensatori, i tuoi numi tutelari, mettici lo spirito e ficcaci dentro il genio, la sregolatezza e l'estro, siedi accanto a loro sugli scranni olimpici, colpisci i falsi miti, smaschera le divinità illusorie e le stelle ti accoglieranno fra di loro… fai tutto questo, ora… ora!"

 

Poi digita: Il Papa violenta i bambini con la sua "cappella". E lo pubblica.

 

Terzo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network scrive alla sua ragazza dal fronte:
È la trascrizione di una lettera.

 

Cara mia Ammiratrice Principale, qua la situazione si fa sempre più seria. Ieri siamo dovuti uscire con un post, ne avrai sentito parlare. Io sto bene, mi hanno pubblicato tre battute, ma non credere ai like reciproci nelle condivisioni: c'è tensione all'interno del gruppo. Ci sono state diserzioni. "La vita vera" dicono. Ma cosa c'è di più vero di un flame con degli sconosciuti sotto uno status? Sono sempre più convinto che certe cose non si possano spiegare alla gente normale. Non si divertirebbe nessuno e la rana muore. A volte mi fermo a pensare, e mi chiedo se io, quando tutto questo sarà finito, possa mai tornare a…

 

Perdonami, è appena uscito un tweet di Renzi, ti devo salutare.

 

Ricordati di scrivermi "Ahahahahah" nei commenti.

 

Il tuo Vero Satiro

 

Quest'ultimo reperto ci aiuta ad approfondire un aspetto molto peculiare del Vero Satiro da Social Network, perché dovete sapere che scrivere satira è principalmente un atto d'amore. Vi starete dicendo: "Ma non era una guerra?" Si, appunto, ed è per questo che quando il nostro Vero Satiro da Social Network nella sua campagna militare incontra una femmina disponibile, preferibilmente di razza umana, si trasforma in un Poeta Innamorato A Distanza.

 

Ma può un uomo abbracciare e baciare il nulla? Certo che no. Forse quel nulla è l'assenza della donna a cui erano rivolte le sue parole. Una donna non vista che lo sta ad ascoltare. Una donna appare dal nulla.

 

Il Poeta Innamorato a Distanza è un giornalista dell'emozione, un cronachista dell'anima, un rotocalchista del cazzo, un elzevirista del mondo. Le sue poesie sono le colonne quotidiane che sorreggono e incorniciano le sue pulsioni. Sono gli obelischi del ricordo, sono la verticalità di una scalinata da discendere mano nella mano con qualcuno, sono le fotogrtafie da postprodurre nei giorni di pioggia in cui non si può uscire.

Alla ricerca dello scoop interiore, della rivelazione, della rivoluzione e sempre e comunque al modo di poterlo raccontare, il Poeta Innamorato a Distanza si lancia in previsioni, resoconti, supposizioni, aneliti, il tutto basato sui pochi dati a disposizione: una videochat, un messaggio, una voce. Ma l'amore è un sistema pervasivo e tentacolare e basta veramente poco per attivare il contatto delle sue ventose e così di seguito i getti dell'antiluminoso inchiostro elettronico del Poeta Innamorato A Distanza. Per non parlare di quelli della masturbazione.

Il computer è un'alcova, il cellulare una panchina nel parco. Il rapporto con una persona ancora misteriosa diventa quindi un'inchiesta da paparazzo e foto e video diventano supporti per la nudità.  

Il Poeta Innamorato a Distanza è così un poeta quotidiano. Ed ecco allora che abbiamo ritrovato alcuni articoli in versi emozionali scritti di suo pugno: una breve cronistoria di un amore.

 

Articolo del 4 Luglio 2014
(Primi afflati)

 

Non ti ho mai vista intera
Solo composizione d'immagine

 

Non conosco il numero di palmi
Che mi ci vogliono
Per passare dal tuo collo
Ai tuoi fianchi

 

Non conosco
L'intersezione delle nostre dita
La resistenza alla mia stretta

 

Non conosco
Il tempo che ci impiegherei
A saziarmi dei tuoi seni
E se quel momento
Arrivasse davvero mai
Prima di inviare
La mia bocca esploratrice
Verso i tuoi altri porti

 

Non conosco
La temperatura della tua pelle
Se con la mia io possa scaldarla
Non conosco

 

Così mi trovo
Ignorante davanti alla tua natura
Primitivo
Appena uscito da una caverna
A cercare campo
O almeno una wi-fi.

 

Articolo del 26 Luglio 2014
(Incanti poetici)

 

Sullo schermo
Del mio computer
Palpita la tua immagine
Fra la spuma di internet
Come il riflesso della luna
Sulle scaglie di un drago liquido
Che dorme sdraiato su una spiaggia impermeabile
E custodisce le conchiglie che sono le unghie tagliate di Venere
Sognando l'amore e mentre sogna respira, e mentre respira sospira, sospira e spasima… affanna
Come la ventola del mio pc.

 

Articolo del 5 Agosto 2014
(Apici di piacere)

 

Fare sexting sapiosessuale con te
Mi fa sentire bene
Mi gonfia il rapporto consapevole dell'io con la mia virilità
Mi fa sentire un grande uomo
Come Stephen Hawking.

 

Articolo del 12 Agosto 2014
(Prime crisi)

 

Ma
E' perché soffri di sindrome dell'abbandono
Che mi lasci mentre parlo o chatto con te
Improvvisamente
Solo come un cane davanti ad uno specchio nero?

 

Articolo del 4 Settembre 2014
(Ultimi singulti)

 

Se mi pubblico
Dicendo che ti amo
Il mio sentimento
Prende pochi mi piace
Una sola condivisione
E non è nemmeno tua.

 

Dalle cronache ritrovate non possiamo sapere se il Poeta Innamorato incontrò mai la sua amata, da quello che sembra però, un'estate passò platonica e desiderata. Infine le settimane, o chissà quale altra strana unità di misura, forse i decametri, posero fine a questa relazione, scaricata come la batteria di un poratile.

 

Vi avrà fatto sorridere forse, tutta questa mediazione e multimediazione umana, ma in effetti è perché a tutti che ci riguarda. Per esempio le mie parole devono prima attraversare l'invisibile per arrivare a voi, anche ora, anche queste parole, che sono le parole con cui finisco.

 

Può un uomo svanire nel nulla? Certo che no. Lo può una storia? Certo che no. Lo può un personaggio chiamato Antonullo, Il Vero Satiro da Social Network, Il Poeta Innamorato a Distanza? Certo che no. Il nulla è un'illusione. La verità è virtuale. Tutto, solamente, sempre, cambia. Mai, veramente, niente, muore.

 

La gif è di Gualtiero Bertoldi, da The Gif Opera Cabinet.

Cento di Questi Giorni

L'amore dei vecchi non doveva rinunciare più al sesso e Fabrizio lo scoprì sdraiato sul suo lettino d'ospedale. Aveva flirtato a lungo con lei: le aveva aperto la porta di radiologia, le aveva offerto una flebo romantica a base di pesce e vino bianco, e in corridoio, un pomeriggio, alle macchinette automatiche, avevano preso di nascosto il caffè, lo stesso che la notte aveva impedito loro di dormire, anche se a quell'insonnia avevano voluto dare una diagnosi un po' diversa: amore.

Così, quando Elisa si avvicinò insicura e asintomatica al suo letto, bastò appena il sospetto di una presenza per fargli aprire gli occhi. Stupito e felice le fece spazio, lei prima si sedette lentamente, mentre la camicia ospedaliera lasciava intravedere i suoi seni grinzosi e oblunghi come gavettoni sgonfi, poi si distese, facendo attenzione ad evitare i lamenti metallici del letto e a non rompere così il fragile sonno del resto del reparto. Una volta faccia a faccia si baciarono, mentre le loro mani simili a sottili tubercoli di zenzero si radicavano in basso, a scoprire l'un l'altra che i soldi spesi per mantenere vitali i propri organi genitali non erano stati gettati al vento.

Quella scena fu vista da milioni di telespettatori. Si rimaneva estasiati da quegli ultranovantenari ficcati sotto il lenzuolo che tornavano agli anni della loro gioventù e più precisamente al '69. L'idea di pagare l'accanimento sugli anziani attraverso la creazione di reality show fu il vero bingo delle Aziende Sanitarie Locali. Si chiamava "Cento di Questi Giorni". Non c'era niente di immorale in fondo, niente di peggio rispetto a quello che era già stato fatto con altri trattamenti terapeutici multimediali. E poi non era per tutti. Il pubblico era composto prevalentemente da giovani, 50-60enni, molti dei quali coi loro semplici mezzi non potevano ambire a quel senato ampliato che era diventata la quarta età, ma che speravano di essere un giorno selezionati dai giudici delle Asl. Una volta dentro poi si dovevano superare le eliminazioni, ovvero il classico televoto in cui la gente a casa poteva decidere se tu, paziente decrepito attaccato a una macchina ad ore alterne, meritassi di raggiungere il secolo. Il giorno del centesimo compleanno del paziente poi veniva fatta una cerimonia, una festa e via, lo accompagnavano fuori dall'ospedale per tornare dai suoi cari come un eroe. Lontani dalle cure e dalla vita controllata dell'ospedale però gli anziani si abbandonavano agli eccessi, sfruttando la loro popolarità e cercando introiti attraverso pubblicità per garantirsi nuove cure. Chiaramente la maggior parte di loro moriva in pochi mesi.

La festa dei sopravvissuti delle varie edizioni era uno di quegli eventi mondani a cui con la scusa di essere altamente esclusivi partecipavano praticamente tutti. Gli altri, quelli che non avevano ancora raggiunto il secolo potevano guardare quella baldoria da dietro le sbarre della gabbia dei loro lontanissimi schermi. Per il resto, alla festa c'era tutto ciò che serviva a divertirsi: sesso, musica e medicine. Sessantenni cubiste si esibivano seminude mentre i fegati e le camice di flanella degli invitati si inzuppavano di vodka e taurina. Nei bagni era tutto un via vai di gente che andava a farsi pippotti di Aulin. La pista da ballo era agitata come un mazzo di asparagi nelle mani di un malato di Parkinson. I più anziani erano i partiti più ambiti, in quanto l'età era garanzia del conto in banca, e per questo erano continuamente attorniati da vegliarde succinte provocanti come la Gilles-Tourette. Modelli settantenni venivano fatti sfilare in perizoma e frustati da vecchiette secche e rugose come carote. Le parole d'ordine di quelle serate erano disinibizione e incontinenza. Ci voleva poco infatti che quegli ambienti si riempissero dell'odore di urina e feci traboccati da quei corpi flaccidi. Si cominciava sempre con un certo falso imbarazzo, per poi finire nel più completo delirio orgiastico, con merda in faccia, urina nei bicchieri, sperma artificiale alle pareti, saliva sui soprammobili, pavimenti scivolosi e membra nude a stringere tremanti l'ultimo lembo sporco di una vita spettacolarizzata, finanziaria e agonizzante. Si andava avanti così tutta la notte e il giorno dopo per giorni, con intere equipe di medici in livrea che rianimavano, defibrillivano, inflebavano, dializzavano e tracheotomizzavano in continuazione. I paramedici erano i buttafuori di quella festa in cui la morte veniva lasciata ad aspettare all'esterno, schernita, che se ne andasse a prendere i giovani, i poveri, gli stronzi.

Fabrizio ed Elisa per esempio, li colse abbracciati durante un intimo happy hour. Accanto a loro ancora i bicchieri da cui avevano bevuto un cockatil a base di pancuronio, tiopental sodico e cloruro di potassio. Erano entrambi a pochi giorni dal loro centesimo compleanno e tutti li davano per favoriti. Sul tavolo un foglio cointestato e cofirmato, senza ormai alcun debito nè credito. Per il pubblico fu commovente.

 

Foto di Koen Hauser.

Ho perso il conto

Un illuso omaggio a Georges Wolinski

 

 

-Dove… dove mi trovo?
-Ciao Georges, sei morto.
-Uhm… Dio parla italiano?
-Non Dio, io. E anche tu parli italiano se lo decido io.
-Autoritario, più Papa che Dio.
-Io qui e ora sono tutto.
-E manco ti conosco.
-Io però conosco te.
-Bah, dite tutti così… e questo sarebbe il mio Paradiso?
-Chiamalo come vuoi.
-Una pagina bianca?
-Per ora.
-Sono morto e c'è ancora mistero!
-E sempre ce ne sarà, ma stai zitto e capirai.
-Non so niente e devo stare zitto: mi sento proprio morto.
-Ecco, adesso arrivano le ragazze.
-Le ragazze?! Cominciamo a capirci!
-Eccole, te le presento una ad una, tu contale se ci riesci:

 

Aab dagli occhi dolci

Aba dalle mani calde

Abb dal sedere carnoso

Baa dalle caviglie sottili

Bab dal sorriso di luna

Bba dalla vagina di miele

Caa dai seni di latte

Cab dalle cosce di marmo

Cba dalle ascelle di paprika

Dab dalla risata di fontanella

Dba dall'ombelico strano

Daa dalle labbra di pesca

Eba dalla pelle d'ebano

Eab dal ventre tenero

Eaa dalla schiena d'ambra

Fba dalla fica a marionetta

Fab dagli occhi porchi

Faa dalle mani da seppia

Gba dalle natiche di mozzarella

Gab dalle tette di carta

Gaa dalle ciglia di cioccolato

Haa dai fianchi di murena

Hba dai capelli di rame

Hab dalla voce cavernosa

Iba dalla voglia matta

Iaa dall'idea fissa

Iab dalla grazia di cerbiatta

Jab dai gomiti da suora

Jba dai denti di spuma

Jaa dal perineo breve

Kab dai capezzoli di patella

Kaa dal clitoride di pistacchio

Kba dall'ano di liquirizia

Laa dalla fantasia adulta

Lab dall'allegria velenosa

Lba dalla bugia piacevole

Maa dalla lingua svelta

Mba dalle sopracciglia volanti

Mab dalla schiena celeste

Nab dai pompini lenti

Naa dalla sega ruvida

Nba dalla pecorina incivile

Oba dalle tette verdi

Oaa dalle labbra di limone

Oab dalla gioia orizzontale

Pab dalla voglia di zucchina

Pba dalle dita ventose

Paa dalla bocca stretta

Qba dal ventre di cammella

Qaa dai denti di neve

Qab dalle idee vorticose

Rba dalla lingua di marmellata

Rab dall'ombelico ipnotico

Raa dal culo geometrico

Sab dal piacere urlato

Sba dal collo delicato

Saa dalle guance di pesca

Tab dai fianchi felini

Taa dai peli sottili

Tba dalla vagina superficiale

Uaa dalla fronte soleggiata

Uba dallo sguardo immaginifico

Uab dalle tette illuminanti

Vab dalla voce umida

Vaa dalla chioma elettrica

Vba dalle mani chirurgiche

Waa dalla pelle atlantidea

Wab dal volto di chiesa

Wba dalle gambe di grotta

Xab dai capezzoli di fragola

Xaa dallo sguardo promozionale

Xba dal pube aggressivo

Yaa dalla bocca di vacca

Yba dai piedi di caramella

Yab dall'ombelico di ricotta

Zab dal sesso di pane

Zaa dall'impeto di proiettile

Zba dalla grazia di stagno

 

-Ho perso il conto.
-Meglio così.
-Ma sono vergini?
-Perché, ti cambia qualcosa?
-No, in effetti.
-Beh, io adesso ti lascio con loro.
-Vai vai, torna quando avrò finito che per ringraziarti ti faccio un disegnino!
-In realtà l'hai già fatto.

 

 

Disegno e firma di Georges Wolinski.

Memoria Istantanea

 

 

 

Uno stagno di lana
Nella notte gelata
Mormora le sue onde campanare

Finge solinga sul ripetitore
Filante metallo
Un'alta stella piccante

S'un opaco rapace
Mozzo del lato oscuro
La luna sbalza un cono indefinito

La tua bocca tanto mi ha mentito
I tuoi occhi pianto
Le dita detto addio.

 

 

 

Sopra, un dipinto di Tomoo Gokita.

Logopedia

 

 

 

A bocca socchiusa
Poggio la mia lingua
Sull'interno dell'arcata dentale superiore
All'altezza della gengiva
Sollevo appena la laringe
E per l'istante di uno schiocco
Occludo il fiato 
Che risuona scivolando
Riflesso fra i miei denti

Quindi abbasso la mandibola
E vibro l'aria sulle mie corde vocali
Poi richiudo la bocca breve
Emettendo un delicato boato
Infine protendo le labbra
In un ovale di voglia
Da cui esalo
Un ultimo sospiro sonoro
Verso di te.

 

 

 

 

Foto di Manuel Tanner.

Le 10 cose da fare quando insultano tua madre (invece di dare un pugno)

Adoro quando chi si definisce Vicario di Cristo sostiene delle idee apertamente anticristiane. Ti fanno credere tutta la vita che l'anticristo sia Marilyn Manson e invece alla fine scopri che è il Papa. Come colpo di scena è bello quasi quanto quello degli ultimi che arrivano primi.

Ma come si deve comportare una persona che non voglia cedere alla tentazione violenta suggerita da Papa Francesco? Ecco una breve ma non esauriente lista delle soluzioni alternative per rispondere ad un'offesa volgare rivolta alla propria madre, in ordine da 1 a 10.
 

 

  1. Rispondere prontamente all'insulto con la seguente frase: "Dai, fantastico! È la stessa cosa che dice tua madre quando mi fa la gelosa."
     
  2. Prendere appunti e dire "Bene bene bene, sto andando a riportare questo resoconto a tua madre per dimostrarle il suo clamoroso fallimento educativo."
     
  3. Minacciare di chiamare il proprio cugino laureato in South Park, con master in 4Chan e specializzazione in flame su Youtube.
     
  4. Fissare con gli occhi sbarrati il proprio interlocutore per un paio di secondi e poi gridare "AAAAAAAAH!" o "ALLAHU AKBAR!", a scelta, tanto è uguale.
     
  5. Fare finta di non sentire, chiedendo al proprio interlocutore di ripetere, fino a che non si stanca e a quel punto apostrofarlo con strafottenza: "Amplifon!"
     
  6. Focalizzare la sua attenzione sul ruolo simbolico che ha la madre all'interno di una competizione retorica fra individui di sesso maschile fino a diagnosticargli un'omosessualità orale latente a cui offrire gentilmente come valvola di sfogo il proprio membro.
     
  7. Dire con una faccia serissima, semplicemente: "Mia madre è morta." Funziona meglio se non è vero.
     
  8. Rispondere: "Hai già scelto che scuola superiore vuoi fare oppure aspetti un po', te la prendi con calma, anche perché chi lo può mai sapere se l'esame di terza media lo passerai?"
     
  9. Rispondere gesticolando: "Kgldka fipj fda pofsf." E quando l'interlocutore dice "Ma sei scemo?" Rispondere: "Invece no, lo scemo sei tu che non hai capito, scemo."
     
  10. Dire: "Adesso ti tiro un pugno!" e invece andarsene via a vivere la vita godendosela il più possibile alla facciaccia sua, che tanto, poverino, che gli vuoi dire, mica è colpa sua se la madre si è scopata un Testimone di Geova mentre il padre era in catena di montaggio alla Foppapedretti.

 

 

 

 

Composizione fotografica "Barbie & The Venus Of Willendorf" di Amy Archer.

Nullismo

 

 

 

Io che le mandavo
Perduto
Versi di Chlebnikov dal cellulare

Una goccia è meraviglia
La seconda lucentezza
Tutte le altre ricordo

Ma ora 
In questa realtà sinergica
Cammino
Coi miei libri bucati
Ai piedi

E questi versi?
Questi versi al nulla
Alla morte
Alla gloria
Al nulla

Come universi paralleli
Tutto attraversa

Illapa
Shamash
E Veles il poeta
Siete polvere
Scivolata sotto la porta

Chi vi riconosce?
Nessuno ritorna

E tu Gesù esitante
Inchiodato allo stipite del millennio
Cosa aspetti?
Illuso fantasma
Cosa aspetti ad andare?
Muhammad?
Che ti venga incontro forse?

Ma se lei
Lei nemmeno
Torna con me.

 

 

 

Nell'immagine, pioggia di neve.

Il Cartellino Nero

Gli ultrà di estrema destra del Feyenoord che hanno devastato il centro di Roma per brevità non andrebbero chiamati "olandesi", ma per la precisione "neonazisti". Ho pensato che mettere l'accento sulla nazionalità è un po' l'escamotage che userebbe Enrico Brignano in un suo ipotetico monologo per poter poi parlare di mulini a vento, prostitute e coffee shop, come infatti sta facendo praticamente tutto il comparto satirico internettiano italiano.

In seguito a questa disgustosa rivelazione mi sono fatto un giro su alcune delle più popolate pagine neofasciste su Facebook, così, per curiosità. Sapete quanti sono stati i post di condanna per lo scempio causato dai neonazisti del Feyenoord? Nessuno.

Riformulo: sapete quanti sono stati i post in cui chi si professa difensore dell'identità e della cultura italiana si dissocia in maniera inequivocabile da un gruppo di violenti dediti ad una caotica distruzione del centro storico della città più ricca di storia italiana condannandone chiaramente l'operato? Nessuno.

Neofascisti e neonazisti si scambiano con la lingua le loro feci nazionaliste cadute sulla Barcaccia, come in un "2 Girls 1 Cup" della nostalgia, in ricordo dei tempi in cui i nazisti e i fascisti originali facevano la stessa identica cosa dell'Italia e dell'Europa.

Fa un bell'effetto immaginare l'imbarazzo con cui queste pagine hanno evitato l'argomento. Forse consci dell'insidia di andare in profondità, si è preferito ignorare o glissare, di fatto senza mai additare gli autori dei disordini, caso mai si scoprisse che la pensano come loro.

Fra le tante comunità del redivivo sentimento neofascista sui social network, gli unici accenni alla vicenda sono questo e questo. Nel primo si liquida la cosa definendoli bonariamente "un gruppo di coglioni ubriachi", mentre nel secondo si da la colpa di tutto a Ignazio Marino.

E i classici fascisti tutti "Duce, Impero Romano e Tengo Famiglia"? Se si vogliono trovare le loro tracce si deve scendere nella palude dei commenti, dove come sempre la soluzione più condivisa è la resurrezione di Mussolini. In ogni caso nessun riferimento all'ideologia politica dei tifosi. Tranne quella di un impavido quanto ignorato commentatore.

A lui, al suo coraggio e alla sua immagine di profilo, dedico questa musichina:

 

Travestito da Carnevale

Se nel '98 mi avessero detto che nell'internet del futuro per non sentirmi un reietto mi sarei dovuto guardare il Festival di Sanremo invece del primo modem mi sarei comprato il primo trans.

Ho passato la serata di martedì scorso a scrivere battute con un gruppo di amici mentre da una finestra del browser si dimenava un Festival della Canzone Italiana scatenato come un prete che canta una mielosa parodia di Hallelujah di Leonard Coen a un matrimonio. E con lo stesso successo negli ascolti.

Non immaginavo avessi denti così affilati.

Ma perchè Sanremo? Perché è ancora socialmente obbligatorio guardare e commentare un programma che tutti tutti (si, ok, c'è quello che dice di seguirlo per le canzoni, *pat pat* sulla testa e andiamo avanti) tutti riconosciamo essere il più grande confezionamento televisivo della musica insulsa che il servizio pubblico sia in grado di produrre? Alza la mano un tizio che nel 2015 è ancora convinto che un paio di occhiali con la montatura spessa rendano intelligenti: "Perché guardare chi fa schifo ci fa sentire migliori". Ah, dev'essere lo stesso motivo per cui guardate i video delle esecuzioni dell'Isis, per sentirvi dei santi. Beh, scoop: no.

Piano con quei denti.

Ridere di un mediocre preconfezionato non ci fa sentire migliori, nemmeno se lo votiamo come presidente della repubblica nei sondaggi online. Ridere di un mediocre in questo modo è un confrontarsi col mediocre scendendo al suo livello, smaniosi di riconferma per noi stessi e le nostre convinzioni in un mondo che ci chiede di prendere continuamente nuove posizioni rispetto a fatti che si susseguono con lo stesso ritmo con cui assieme a Charlie Chaplin stringevamo i bulloni nel forum di Spinoza. Questo porta insicurezza, quindi instabilità, quindi solitudine e siccome sulla sponda del fiume ci sta passando un branco di sarcastici carismatici allora via: "Non capisco quale sia il problema fra Putin e Obama sull'Ucraina, ma so che Sanremo fa cagare. Quindi me lo vedo tutto così avrò un sacco di occasioni per ribadirlo. Yuk yuk!" Non vedo l'ora di commentare lo streaming della terza guerra mondiale con un live twitting di battute dissacranti.

Ho detto di fare piano!

La mediocrità di cui ridiamo è proporzionale alla nostra mediocrità personale. Il nobile sadomasochismo satirico raggiunge il suo apice paradossale nel definirsi rispetto ad un programma musicale nazional popolare, siamo al Salò o Le 5 Giornate di Sanremo, oppure per venire incontro agli orizzonti culturali contemporanei, un 50 Sfumature di Sarcasmo, in cui tutto lo squallore dovrebbe essere redento da battute che vanno a finire in un contenitore istituzionale predisposto alla riproduzione del sistema. Ormai non esiste un prodotto commerciale che possa essere progettato senza investire sulla sua capacità di attirare prese per il culo, che è diventata anzi una delle merci più ambite. Se questo argomento vi interessa se ne discuterà all'interno del padiglione delle olive dell'Expo. Siamo come Bill Gates che beve acqua estratta da una poltiglia di piscio e merda, solo che lui lo fa per portare un avanzamento tecnologico fondamentale per l'essere umano, noi perché non sappiamo più che minchia farci con questi cosi sempre collegati fra loro che chiamiamo internet. 

Quei.Cazzo.Di.Denti.

In definitiva se smettessimo di guardarlo Sanremo non migliorerebbe, non è quella la sua intenzione, ma noi potremmo fare qualcosa di meglio per scacciare l'inevitabile malinconia di fronte alla sua mestizia. Sabato per esempio era un giorno speciale, era San Valentino e io mi sono fatto un regalo: ho comprato il mio primo trans. Peccato che una volta tornato a casa quando l'ho scartato mi sono accorto che era il solito vecchio tradizionalissimo travestito di Carnevale, che per di più mentre me lo succhiava ha preteso che io scrivessi un post polemico verso i tempi in cui viviamo.

Ebbene, Chiappe D'oro, ecco fatto: sei stato consenziente e pagato. Adesso anche basta che mi stai temperando il cazzo.

 

Nell'immagine, un rinnovamento della tradizione.