Alguer

 

Gli antichi tumori alberati
Per il tuo lungomare, Alguer
Simili a zampe d'elefante
Cornuti trofei esposti al molo
Ricordano che tutto ricordano:
L'eternità strappata al vento del tempo
Io e lei intrecciati come radici del sole.

In questi giorni

Guardo i film di Fellini
Leggo i libri di Philip K. Dick
Vivo con la donna che amo
E il mio gatto mi ronza accanto

In giorni come questi 
L'esistenza è una risposta
Che tutte le nocciole cantano
E non m'importa d'altro.

Nessuno e Trino

Un uomo appare dal nulla. Puó un uomo apparire dal nulla? Certo che no. Forse in quel nulla c'era già la forma insensibile di quell'uomo, solamente non era percepita.

Antonullo non è il protagonista di questa storia.

Antonullo è insignificante e insignificato.

Antonullo non è nemmeno il soggetto di questa frase.

Antonullo è talmente ignorabile che quando si guardava allo specchio non si prestava attenzione.

Antonullo nel mondo ricopre quello spazio che c'è fra la carta stropicciata di un giornale dozzinale sporco calpestato dai passanti in un giorno di pioggia gettato sul bordo di un marciapiede e il marciapiede.

Antonullo è talmente trascurabile che in alcune specie di insetti lo sperma del maschio viene iniettato in una qualsiasi parte del corpo della femmina e poi raggiunge gli ovuli da fecondare in maniera autonoma.

Di           a volte non si legge nemmeno il nome. Antonullo non ha un nome con cui lo chiamano gli amici e come lo chiama la mamma è un problema che non si pone perché non lo chiama nemmeno lei.

Nelle foto di gruppo Antonullo è lo spazio vuoto fra una persona e l'altra, che il fotografo dice "Stringetevi un po' di più da quella parte che c'è posto."

Nessuno ha mai fatto un selfie ad Antonullo.

Antonullo è talmente tanto poco interessante che, degli scienziati per misurare il livello di interesse suscitato dai felini, hanno posto un adorabile gattino fra le sue braccia in mezzo ad un gruppo di ragazze annoiate. Il gattino era diventato letteralmente insignificante fra le braccia di Antonullo e le ragazze, pur senza prestare la benché minima attenzione ad Antonullo, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Questo comunuqe agli scienziati non ha dimostrato nulla su Antonullo, visto che volevano studiare i gatti, e infatti anche gli scienziati non trovando più interessante il gattino, hanno cominciato a manifestare manie suicide. Le stesse manie suicide non prendevano molto in considerazione Antonullo, semmai potevano essere attratte dagli scienziati e dalle ragazze, che però nel frattempo si suicidavano e così, le manie suicide hanno cominciato a manifestare manie suicide. Il gattino nel frattempo si era suicidato, lasciando Antonullo da solo.

Quando Antonullo sfida le leggi della natura la natura se ne infischia e lascia Antonullo in un tale stadio di ipotetica esistenza per cui, comunque, se Antonullo insultasse vostra madre voi sareste autorizzati da un'entità superiore a dargli un pugno, senza che questo consti per voi peccato. E anzi, in questo senso, Antonullo ha un ruolo chiave nella moderna rimodulazione teologica del perdono, più precisamente il ruolo di chi, essendo di dubbia esistenza, può essere picchiato senza colpa. In quanto in una religione che abbraccia la scienza e non si caga di striscio Antonullo, secondo il principio di indeterminazione che lo vuole chiuso in una scatola forse vivo forse morto, tu dagli un pugno che non si sa mai. Ed è così infatti che è andata l'ultima volta.

Poi un giorno Antonullo si è fatto internet. E facendosi internet si è fatto Facebook. E facendosi Facebook è diventato un Vero Satiro da Social Network.

Forse quel nulla non è mai esistito, è sempre stato solo un'assenza. L'assenza di quell'uomo che adesso appare dal nulla e dice: "Io dov'ero prima non ci torno" e abbraccia e bacia il nulla.

 

Il Vero Satiro da Social Network sa che la satira è una guerra. Ogni giorno ti alzi e non sai mai se la sera, andando a letto, la tua autostima sarà ancora viva.

 

Molti cadono durante le battaglie di battute per le Elezioni Regionali, oppure durante i Mondiali di Calcio. Per non parlare di quando viene eletto un nuovo Papa, cosa che per fortuna accade solo ogni morte di Cristo.

 

In ogni caso niente di tutto questo è paragonabile alla peggiore cerneficina satirica che si scatena ogni anno: il Festival di Sanremo.

 

Si direbbe che i periodi di calma possano giovare al Vero Satiro da Social Network, la verità è che il Vero Satiro sulla calma ci ha fatto una battuta, che però non ha fatto ridere nessuno e quindi ora non sa più cos'è.

 

Allora si lancia alla ricerca di qualsiasi argomento utile per scrivere: una dichiarazione omofoba di un prete, un tweet razzista di un leghista, un delirio complottista di un grillino, un video porno berlusconiano… quando non c'è niente di tutto questo potete trovare il Vero Satiro aggirarsi su internet alla ricerca di materia prima, come fosse in una missione di pace, fosse anche la notizia di un uomo che voleva sposare la propria mano dopo il primo appuntamento ma lei l'ha lasciato sull'altare per cambiare sponda, articolo magari trovato sul periodico on line Le Marche del Molise.

 

Quando non trova nemmeno questo allora scrive una battuta sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… o sul masochismo della sinistra… o sul dirigismo di Renzi… Gasparri.

 

Il Vero Satiro da Social Network si distingue dal Semplice Simpaticone da Social Network per un semplice motivo: si salva ogni cazzata che scrive.

 

Grazie alla sua mania narcisistica di autoconservazione, qui di seguito riporteremo alcuni stralci di file di testo in cui, per la prima volta, si attesta il modo in cui un Vero Satiro da Social Network vede il Vero Satiro da Social Network. Se non avete capito, rileggetelo finché non l'avete capito.
 

Primo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network va al fronte:
È la trascrizione di un dialogo.

 

Il Satiro: "Mamma ho deciso di entrare in un collettivo di satira."
La Mamma: "Oh mio Dio!!!"
Il Satiro: "Papà…"
Il Papà: "Vai figliolo, ci penso io a tua madre."
Il Satiro: "State tranquilli, non è pericoloso come sembra…"
La Mamma: "Ma… figlio mio…"
Il Satiro: "Vi scriverò un gioco di parole tutti i giorni, vi manderò dei fotoritocchi!"
Il Papà: "Mi raccomando, stai attento!"
Il Satiro: "Starò attentato."
Entrambi i genitori: "Genio!"

 

Secondo Reperto) Il vero satiro da social network durante la battaglia:
È la trascrizione di un flusso di coscienza.

 

"Pensa alla gente che ti legge da casa, ma non pensare ai suoi gusti, oppure pensaci ma aggiungici qualcosa di violento, che li scandalizi mi raccomando, nelle loro vite così piatte e confortevoli, non si aspettano la violenza… pensa alle tue ammiratrici, mettici del sesso spinto, falle arrossire, penseranno al tuo sesso incredibile, che con te possono fare tutto, mettici del sesso, è quello che vogliono, e le farai tue… pensa ai tuoi amici, mettici lo slancio politico, la morale, la dignità, hanno abbandonato tutti i loro sogni, tu li tieni per le corna, sbattigli in faccia la tua vera virtù, proveranno invidia per la tua libertà… pensa ai grandi pensatori, i tuoi numi tutelari, mettici lo spirito e ficcaci dentro il genio, la sregolatezza e l'estro, siedi accanto a loro sugli scranni olimpici, colpisci i falsi miti, smaschera le divinità illusorie e le stelle ti accoglieranno fra di loro… fai tutto questo, ora… ora!"

 

Poi digita: Il Papa violenta i bambini con la sua "cappella". E lo pubblica.

 

Terzo Reperto) Il Vero Satiro da Social Network scrive alla sua ragazza dal fronte:
È la trascrizione di una lettera.

 

Cara mia Ammiratrice Principale, qua la situazione si fa sempre più seria. Ieri siamo dovuti uscire con un post, ne avrai sentito parlare. Io sto bene, mi hanno pubblicato tre battute, ma non credere ai like reciproci nelle condivisioni: c'è tensione all'interno del gruppo. Ci sono state diserzioni. "La vita vera" dicono. Ma cosa c'è di più vero di un flame con degli sconosciuti sotto uno status? Sono sempre più convinto che certe cose non si possano spiegare alla gente normale. Non si divertirebbe nessuno e la rana muore. A volte mi fermo a pensare, e mi chiedo se io, quando tutto questo sarà finito, possa mai tornare a…

 

Perdonami, è appena uscito un tweet di Renzi, ti devo salutare.

 

Ricordati di scrivermi "Ahahahahah" nei commenti.

 

Il tuo Vero Satiro

 

Quest'ultimo reperto ci aiuta ad approfondire un aspetto molto peculiare del Vero Satiro da Social Network, perché dovete sapere che scrivere satira è principalmente un atto d'amore. Vi starete dicendo: "Ma non era una guerra?" Si, appunto, ed è per questo che quando il nostro Vero Satiro da Social Network nella sua campagna militare incontra una femmina disponibile, preferibilmente di razza umana, si trasforma in un Poeta Innamorato A Distanza.

 

Ma può un uomo abbracciare e baciare il nulla? Certo che no. Forse quel nulla è l'assenza della donna a cui erano rivolte le sue parole. Una donna non vista che lo sta ad ascoltare. Una donna appare dal nulla.

 

Il Poeta Innamorato a Distanza è un giornalista dell'emozione, un cronachista dell'anima, un rotocalchista del cazzo, un elzevirista del mondo. Le sue poesie sono le colonne quotidiane che sorreggono e incorniciano le sue pulsioni. Sono gli obelischi del ricordo, sono la verticalità di una scalinata da discendere mano nella mano con qualcuno, sono le fotogrtafie da postprodurre nei giorni di pioggia in cui non si può uscire.

Alla ricerca dello scoop interiore, della rivelazione, della rivoluzione e sempre e comunque al modo di poterlo raccontare, il Poeta Innamorato a Distanza si lancia in previsioni, resoconti, supposizioni, aneliti, il tutto basato sui pochi dati a disposizione: una videochat, un messaggio, una voce. Ma l'amore è un sistema pervasivo e tentacolare e basta veramente poco per attivare il contatto delle sue ventose e così di seguito i getti dell'antiluminoso inchiostro elettronico del Poeta Innamorato A Distanza. Per non parlare di quelli della masturbazione.

Il computer è un'alcova, il cellulare una panchina nel parco. Il rapporto con una persona ancora misteriosa diventa quindi un'inchiesta da paparazzo e foto e video diventano supporti per la nudità.  

Il Poeta Innamorato a Distanza è così un poeta quotidiano. Ed ecco allora che abbiamo ritrovato alcuni articoli in versi emozionali scritti di suo pugno: una breve cronistoria di un amore.

 

Articolo del 4 Luglio 2014
(Primi afflati)

 

Non ti ho mai vista intera
Solo composizione d'immagine

 

Non conosco il numero di palmi
Che mi ci vogliono
Per passare dal tuo collo
Ai tuoi fianchi

 

Non conosco
L'intersezione delle nostre dita
La resistenza alla mia stretta

 

Non conosco
Il tempo che ci impiegherei
A saziarmi dei tuoi seni
E se quel momento
Arrivasse davvero mai
Prima di inviare
La mia bocca esploratrice
Verso i tuoi altri porti

 

Non conosco
La temperatura della tua pelle
Se con la mia io possa scaldarla
Non conosco

 

Così mi trovo
Ignorante davanti alla tua natura
Primitivo
Appena uscito da una caverna
A cercare campo
O almeno una wi-fi.

 

Articolo del 26 Luglio 2014
(Incanti poetici)

 

Sullo schermo
Del mio computer
Palpita la tua immagine
Fra la spuma di internet
Come il riflesso della luna
Sulle scaglie di un drago liquido
Che dorme sdraiato su una spiaggia impermeabile
E custodisce le conchiglie che sono le unghie tagliate di Venere
Sognando l'amore e mentre sogna respira, e mentre respira sospira, sospira e spasima… affanna
Come la ventola del mio pc.

 

Articolo del 5 Agosto 2014
(Apici di piacere)

 

Fare sexting sapiosessuale con te
Mi fa sentire bene
Mi gonfia il rapporto consapevole dell'io con la mia virilità
Mi fa sentire un grande uomo
Come Stephen Hawking.

 

Articolo del 12 Agosto 2014
(Prime crisi)

 

Ma
E' perché soffri di sindrome dell'abbandono
Che mi lasci mentre parlo o chatto con te
Improvvisamente
Solo come un cane davanti ad uno specchio nero?

 

Articolo del 4 Settembre 2014
(Ultimi singulti)

 

Se mi pubblico
Dicendo che ti amo
Il mio sentimento
Prende pochi mi piace
Una sola condivisione
E non è nemmeno tua.

 

Dalle cronache ritrovate non possiamo sapere se il Poeta Innamorato incontrò mai la sua amata, da quello che sembra però, un'estate passò platonica e desiderata. Infine le settimane, o chissà quale altra strana unità di misura, forse i decametri, posero fine a questa relazione, scaricata come la batteria di un poratile.

 

Vi avrà fatto sorridere forse, tutta questa mediazione e multimediazione umana, ma in effetti è perché a tutti che ci riguarda. Per esempio le mie parole devono prima attraversare l'invisibile per arrivare a voi, anche ora, anche queste parole, che sono le parole con cui finisco.

 

Può un uomo svanire nel nulla? Certo che no. Lo può una storia? Certo che no. Lo può un personaggio chiamato Antonullo, Il Vero Satiro da Social Network, Il Poeta Innamorato a Distanza? Certo che no. Il nulla è un'illusione. La verità è virtuale. Tutto, solamente, sempre, cambia. Mai, veramente, niente, muore.

 

La gif è di Gualtiero Bertoldi, da The Gif Opera Cabinet.

Cento di Questi Giorni

L'amore dei vecchi non doveva rinunciare più al sesso e Fabrizio lo scoprì sdraiato sul suo lettino d'ospedale. Aveva flirtato a lungo con lei: le aveva aperto la porta di radiologia, le aveva offerto una flebo romantica a base di pesce e vino bianco, e in corridoio, un pomeriggio, alle macchinette automatiche, avevano preso di nascosto il caffè, lo stesso che la notte aveva impedito loro di dormire, anche se a quell'insonnia avevano voluto dare una diagnosi un po' diversa: amore.

Così, quando Elisa si avvicinò insicura e asintomatica al suo letto, bastò appena il sospetto di una presenza per fargli aprire gli occhi. Stupito e felice le fece spazio, lei prima si sedette lentamente, mentre la camicia ospedaliera lasciava intravedere i suoi seni grinzosi e oblunghi come gavettoni sgonfi, poi si distese, facendo attenzione ad evitare i lamenti metallici del letto e a non rompere così il fragile sonno del resto del reparto. Una volta faccia a faccia si baciarono, mentre le loro mani simili a sottili tubercoli di zenzero si radicavano in basso, a scoprire l'un l'altra che i soldi spesi per mantenere vitali i propri organi genitali non erano stati gettati al vento.

Quella scena fu vista da milioni di telespettatori. Si rimaneva estasiati da quegli ultranovantenari ficcati sotto il lenzuolo che tornavano agli anni della loro gioventù e più precisamente al '69. L'idea di pagare l'accanimento sugli anziani attraverso la creazione di reality show fu il vero bingo delle Aziende Sanitarie Locali. Si chiamava "Cento di Questi Giorni". Non c'era niente di immorale in fondo, niente di peggio rispetto a quello che era già stato fatto con altri trattamenti terapeutici multimediali. E poi non era per tutti. Il pubblico era composto prevalentemente da giovani, 50-60enni, molti dei quali coi loro semplici mezzi non potevano ambire a quel senato ampliato che era diventata la quarta età, ma che speravano di essere un giorno selezionati dai giudici delle Asl. Una volta dentro poi si dovevano superare le eliminazioni, ovvero il classico televoto in cui la gente a casa poteva decidere se tu, paziente decrepito attaccato a una macchina ad ore alterne, meritassi di raggiungere il secolo. Il giorno del centesimo compleanno del paziente poi veniva fatta una cerimonia, una festa e via, lo accompagnavano fuori dall'ospedale per tornare dai suoi cari come un eroe. Lontani dalle cure e dalla vita controllata dell'ospedale però gli anziani si abbandonavano agli eccessi, sfruttando la loro popolarità e cercando introiti attraverso pubblicità per garantirsi nuove cure. Chiaramente la maggior parte di loro moriva in pochi mesi.

La festa dei sopravvissuti delle varie edizioni era uno di quegli eventi mondani a cui con la scusa di essere altamente esclusivi partecipavano praticamente tutti. Gli altri, quelli che non avevano ancora raggiunto il secolo potevano guardare quella baldoria da dietro le sbarre della gabbia dei loro lontanissimi schermi. Per il resto, alla festa c'era tutto ciò che serviva a divertirsi: sesso, musica e medicine. Sessantenni cubiste si esibivano seminude mentre i fegati e le camice di flanella degli invitati si inzuppavano di vodka e taurina. Nei bagni era tutto un via vai di gente che andava a farsi pippotti di Aulin. La pista da ballo era agitata come un mazzo di asparagi nelle mani di un malato di Parkinson. I più anziani erano i partiti più ambiti, in quanto l'età era garanzia del conto in banca, e per questo erano continuamente attorniati da vegliarde succinte provocanti come la Gilles-Tourette. Modelli settantenni venivano fatti sfilare in perizoma e frustati da vecchiette secche e rugose come carote. Le parole d'ordine di quelle serate erano disinibizione e incontinenza. Ci voleva poco infatti che quegli ambienti si riempissero dell'odore di urina e feci traboccati da quei corpi flaccidi. Si cominciava sempre con un certo falso imbarazzo, per poi finire nel più completo delirio orgiastico, con merda in faccia, urina nei bicchieri, sperma artificiale alle pareti, saliva sui soprammobili, pavimenti scivolosi e membra nude a stringere tremanti l'ultimo lembo sporco di una vita spettacolarizzata, finanziaria e agonizzante. Si andava avanti così tutta la notte e il giorno dopo per giorni, con intere equipe di medici in livrea che rianimavano, defibrillivano, inflebavano, dializzavano e tracheotomizzavano in continuazione. I paramedici erano i buttafuori di quella festa in cui la morte veniva lasciata ad aspettare all'esterno, schernita, che se ne andasse a prendere i giovani, i poveri, gli stronzi.

Fabrizio ed Elisa per esempio, li colse abbracciati durante un intimo happy hour. Accanto a loro ancora i bicchieri da cui avevano bevuto un cockatil a base di pancuronio, tiopental sodico e cloruro di potassio. Erano entrambi a pochi giorni dal loro centesimo compleanno e tutti li davano per favoriti. Sul tavolo un foglio cointestato e cofirmato, senza ormai alcun debito nè credito. Per il pubblico fu commovente.

 

Foto di Koen Hauser.

Una promessa e una promessa

Al cellulare:

“Ciao, ti ricordi di me?”
“Certo che mi ricordo, come potrei dimenticarti.”
“Eheheh, esagerato.
“Serio.”
“Meno male che non hai cambiato numero.”
“Eh, si! L’unico e il solo.”
“E come stai?”
“Bene, grazie, tu?”
“Bene.”
“Dai, mi fa piacere,”
“Volevo chiederti una cosa.”
“Tutto quello che vuoi.”
“Ti ricordi di quando eravamo fidanzati?”
“Certo, eravamo giovani… e tu eri una meraviglia.”
“Ti ricordi che un giorno mi dicesti: Ti prometto sul mio amore che se a trentacinque anni nessuno dei due si fosse ancora sposato, ci sposeremo insieme?”
“…”
“Oggi è il mio compleanno.”
“Auguri.”
“Grazie.”

In una stanza:

“Come mi lasci?”
“Si, mi spiace.”
“Stai scherzando, dopo sette anni mi lasci così?”
“Si, ti lascio.”
“E perché?”
“Non credo ci sia bisogno che tu lo sappia.”
“Ma è uno scherzo vero?”
“No.”
“Mi dici per favore che cosa sta succedendo?”
“Ho fatto male i calcoli, me ne sono dimenticato, pensavo di farcela, ma ormai è troppo tardi.”
“Ma che cosa stai dicendo?”
“E poi dai, meglio così, in effetti noi non ci amiamo poi tanto.”
“Smettila per favore, cos’hai?”
“Ma si, eravamo sereni, ma felici, dico, felici, non lo siamo mai stati.”
“Ma come?”
“È tutto. Ho finito.”
“Oddio!”
“Addio.”

=

Al telefono:

“Pronto?”
“Pronto, ciao, ti ricordi di me?”
“Oh, ciao, cavolo! Che piacere sentirti!”
“Ricordavo il tuo numero a memoria.”
“Ma dai! Grande!”
“Eh, come stai?”
“Ancora dai miei. Tu?”
“Ti devo chiedere una cosa.”
“Dimmi.”
“Ti ricordi di quando eravamo fidanzati?”
“Certo, eravamo bambini… e tu mi facevi ridere.”
“Ti ricordi che un giorno mi dicesti: Ti prometto sul mio amore che se un giorno un uomo ti farà soffrire da morire basta che me lo dici e lo ucciderò per te?”
“…”
“Sniff!”
“Piangi?”
“Voglio morire.”

Illustrazione di King pritt.

Posizione

I miei piedi sono lontani
Più di un metro
Dal mio punto di vista
Uno poggia piatto sul pavimento
L’altro è appeso
In fondo alla mia gamba destra
Accavallata come un laccio triangolato
Sull’altra coscia
Alla cui base il mio bacino inclinato
Sorregge il ventre rilassato
Premuto dall’appoggio che vi trova
Perpendicolare al braccio
L’avambraccio sinistro
Che finisce nella mia mano riversa
Sul fianco del costato
Come una conchiglia sulla sabbia
Che sul dorso sostiene il gomito
Dell’altro braccio
Disceso dalla cima della spalla
Prima di risalire verticale
Fino al gufo della mia mano
Fra le cui dita fuma una sigaretta
Della stessa marca
Che compravo quest’estate
Quando oltre quel breve velo
C’erano i suoi movimenti

Ma ora qualcosa è cambiato
E in me.

Disegno di Louise Despont.

Breve l’amore

Non è che se le andasse proprio a cercare in ospedale o fuori dagli ambulatori, non era così sfacciato. All’inizio anzi fu proprio un caso, anche piuttosto traumatico. Poi diciamo che per una nuova suscitata sensibilità, o per chissà quale motivo, si trovò letteralmente a dare loro la caccia all’interno dei discorsi a cui prendeva parte. Sapete come funziona, è una notizia che si diffonde, un cenno, poi generalmente si passa ad altro, per tirare su la temperatura media della conversazione. Per lui invece era lì che scattava l’interesse, si appuntava mentalmente il nome e poi, con la delicatezza con cui si avvicina la testina al vinile, cercava qua e là altre informazioni fino a entrare in contatto con lei. Ed era così che trovava sempre il modo di innamorarsi di donne che stavano per morire. Qualche malalingua addirittura diffuse in giro l’idea che fosse per accalappiarsi qualche eredità. Ma la realtà, e lui lo avrebbe anche ammesso candidamente se qualcuno avesse avuto l’ardire di chiederglielo, era che non si sentiva ancora pronto per impegnarsi per tutta la vita, almeno della propria. Delle sue donne, beh, visto che sarebbe stata breve, anche si.

+

Assunta non credeva in Dio. Aveva un viso da scienza, un corpo da cappuccino, degli occhi da teatro lirico. Attraversava ogni superstizione con il martello pneumatico della logica, avversava ogni credenza che non fosse supportata da una serie di esperimenti e documentazioni che la rendessero empiricamente inoppugnabile. Per scherzare con gli amici, per esempio, asseriva serenamente di non essere poi tanto convinta dell’esistenza della Norvegia, visto che lei coi suoi occhi non l’aveva mai vista e poiché che di testimonianze riguardanti il paese scandinavo ce n’erano sì, ma se fosse per quello anche Dio ha parecchie referenze. Si scherniva in questo modo dietro a un’autoironia tesa a simboleggiare una delle componenti del suo carattere che lei stessa coccolava di più. Il suo pragmatismo la portava ad avere un rapporto d’amore fondamentalmente basato sul piacere e la soddisfazione. Considerava il proprio uomo come un mezzo per ottenere quella dose di endorfine quotidiane che rendono possibili le grandi imprese e le più pervicaci costanze necessarie ad un percorso di globale esplorazione e realizzazione di sè. Per questo ogni volta che veniva lasciata perdeva completamente la sua intelligenza e una forma di magica stupidità le ammaliava il cervello.

=

I medici non sapevano proprio come spiegarselo. In un altro contesto sociale una guarigione così totale e repentina avrebbe fatto gridare al miracolo. Tutte le analisi svolte fino a quel momento erano pronte a confermare che Assunta avesse un mese di vita o poco più. Lei stessa si era abituata all’idea della morte, in maniera molto razionale. Aveva persino stabilito la modalità dell’inumazione nei pressi di un bosco, in un punto in cui ci si sarebbe occupati di piantare un particolare seme, affinché i suoi atomi avessero una buona probabilità di costituire l’essenza di uno specifico vegetale. Il cambio di programma fece vacillare fortemente la fede nella scienza ad Assunta, che d’altra parte dal momento in cui aveva ricevuto la notizia viveva in uno stato di estasi che si sforzava in ogni modo di mantenere laica. Almeno fino a quando non le dissero che il suo fidanzato era morto, investito proprio davanti all’ospedale dove si stava recando di corsa, felice come una pasqua perché in lei aveva finalmente trovato una donna con cui passare il resto della propria vita, portando un rigoglioso mazzo di fiori gli aveva ridotto la visuale nel fatale momento in cui un’ambulanza faceva manovra. Assunta ne rimase interdetta per la seconda volta, ma non troppo. Era appena sopravvissuta ad una morte quasi certa e non lo amava poi tanto. Insomma, poi, tutto sommato, visse.

Foto di Guy Bourdin.