Sgrauz – Il Mostro al Senato

Castrobloghina riprende vita
come morso da un cieco parassita alieno
o toccato dalla beatitudine di un santone…
ma è Andrea Tabagista Frau a resuscitarlo
con un pezzo per la sezione Buon Sangue.

 

Sgrauz era un essere vivente alquanto improbabile. Aveva il corpo ricoperto da una folta peluria castana, su quello che per semplicità chiameremo "volto" erano disseminati dei foruncoli con pus, le due fessure buie che gli consentivano la vista erano molto ravvicinate, il naso e la bocca erano un tutt'uno, una sorta di cratere violaceo maleodorante, come quelli che lasciano i meteoriti quando si schiantano sulla Terra.

Sgrauz non mangiava. Sgrauz si nutriva degli odori.

Questo strano tipo d'animale, non si esprimeva chiaramente, ma si faceva capire. Ad esser chiari grugniva, ruttava e, a volte, ma solo quando nessuno lo vedeva, cantava delle sublimi e raffinate melodie in una lingua sconosciuta. Forse un coro d'angeli, invidioso del suo bel canto, l'aveva trasformato in quell'informe abominio della natura.

In paese l'avevano chiamato "Sgrauz" perché il suono che emetteva più frequentemente era qualcosa tipo: "sgrauz". Le mamme lo usavano come l'uomo nero con i bambini, i bambini lo usavano come capro espiatorio, i grandi lo usavano come bassa manovalanza. 

Il nostro orripilante amico faceva il buttafuori in una bettola, e puliva quando serviva, tutto gratis, o meglio, in cambio il padrone gli permetteva di avvicinarsi alla friggitrice quando veniva accesa. Quei miasmi di olio bruciato erano l'unica cosa che gli desse una certa soddisfazione, almeno a giudicare dai suoi grugniti che si facevano più concitati, umidicci e ansimanti.

Una sera nella bettola semi-deserta Sgrauz spazzava in terra. In tv un politico stava ribattendo alle domande dei giornalisti sull'ennesima tragedia nel Mediterraneo. Il politico senza tanta convinzione abbozzava qualche bel discorso sull'integrazione e l'accoglienza. Lo sparuto e alticcio uditorio lo ascoltava scuotendo la testa, covando dentro risentimento e rancore verso non si sa chi, la vita, si presume. Mentre il politico diceva: "Abbiamo il dovere di accogliere chi è meno fortun…", Sgrauz emise il verso più acuto e fragoroso che si fosse mai sentito non solo al paesino, ma probabilmente sull'intero pianeta. Pareva che all'inferno, il diavolo in persona si fosse dato una martellata sul dito mentre crocifiggeva un'altra volta Gesù Cristo!

I pochi presenti, inizialmente terrorizzati, si guardarono, e dopo alcuni istanti esplosero in un boato esultante; l'avrebbero portato in trionfo se Sgrauz non fosse stato così ripugnante.

Tutto ciò che covavano dentro, la bestia l'aveva espulso con dolore liberatorio, deietto da quella specie di corpo, tradotto in quel verso infernale, con vivida chiarezza, come se avesse avuto il dono della telepatia, come se si fosse messo in contatto con i loro intestini crassi. 

In realtà Sgrauz aveva visto un topo zampettare verso il bagno. Il suo era un urlo di spavento.

Qualche giorno dopo i paesani lo candidarono capolista in una lista civica. Gli oppositori lo schifavano. Alcuni si rivolsero alla magistratura per invalidare la candidatura di quell'essere, disposero perizie psichiatriche, ma senza successo; in confronto a Sgrauz una macchia di Rorschach era una classica bellezza occidentale. Perfino i missionari che erano stati nei lebbrosari lo trovavano repellente. Nei suoi santini elettorali c'era un pulsante, tu lo premevi e partiva il gingle del suo tipico grugnito infernale. Inutile dire che Sgrauz stravinse le elezioni, ma non fece un giorno in Comune. Fu subito candidato al Senato della Repubblica Italiana.

Una sera, un oscuro gruppo chiamato semplicemente "Italia", lo catturò e lo caricò in un furgone. Quando una truccatrice propose un restyiling della sua immagine, un uomo dell'organizzazione la schiaffeggiò: "Deve rimanere esattamente così! Inguardabile, irricevibile, disgustoso, semplicemente non umano!"

Quello sarebbe stato lo slogan della sua campagna elettorale per le politiche: "Semplicemente non umano!"

Quel gruppo non era poi così occulto, senza scomodare i più astuti giornalisti d'inchiesta si scopriva facilmente che il partito di maggioranza lo finanziava tramite delle fondazioni. Il trino Presidente, ovvero il Segretario, ovvero il Tutto, aveva designato l'antagonista per i prossimi dieci anni. Sgrauz non avrebbe mai costituito una reale minaccia e la maggioranza avrebbe avuto gioco facile a rastrellare voti paventando il trionfo del mostro. La gente che lo votò pensava: "Almeno siamo sicuri che non ruberà. Neanche mangia!"

Sgrauz fu messo capolista e approdò al Senato. Il primo giorno si era presentato con un cilindro in testa, un bastone da passeggio e un papillon rosso. Nemmeno così risultava divertente, buffo o al limite pacchiano. Rimaneva ripugnante.

Al senato si discuteva un'importante riforma: l'istituzione di mendicanti e barboni cyborg come capri espiatori. Chiunque avrebbe potuto sfogare su di loro la propria frustrazione, insultarli, aggredirli e bruciarli senza incorrere in alcuna sanzione. Questa lungimirante riforma fu interrotta da un tragico evento: l'ennesimo barcone di  migranti era affondato: 323 morti, nessun superstite.

L'osservanza del rituale minuto di silenzio fu profanato dai versi di Sgrauz. Da casa molti convenirono con i suoi versi. "Sì, Sgrauz! Hai ragione!" dicevano. In realtà l'ignara bestia aveva visto sul tablet di un senatore l'immagine di una cagnetta con due codette legate da nastrini rossi. Sgrauz si era fiondato sul collega salendo sui banchi e aveva letteralmente posseduto il tablet con una frenesia animale. Ogni singolo pixel era stato violato, i cristalli si erano liquefatti dopo il trauma elettronico. La diretta televisiva fu interrotta proprio durante quell'atto sessuale unidirezionale tra la belva e quel freddo oggetto inanimato. I senatori rimasero senza parole. Sgrauz scaraventò l'oggetto a terra, con una zampata, forse imbarazzato emise un altro urlo e scappò verso i bagni.

Fioccarono gli editoriali sofisti  per giustificare il gesto di Sgrauz. Si scrivevano cose del tipo: "Il gesto neo-luddista di Sgrauz ci richiama al pericolo della tecnocrazia che pervade le nostre vite, annullando le sane e primitive abitudini della provincia…", oppure: "Sgrauz parla al nostro io più istintuale, non scordiamo da dove veniamo, non vergogniamoci della nostra natura animale…", titoli come: "Sgrauz è l'ultimo baluardo a nostra difesa!" o quesiti etici: "Quella tra Sgrauz e la foto nel tablet può essere considerata unione civile? Potrebbero adottare? Cosa dice la Conferenza Episcopale?"

Insomma, l'ennesima manifestazione animale del senatore Sgrauz passò in cavalleria, sfumata in dibattiti fumosi, il gruppo "Italia" e il Presidente poterono tirare un sospiro di sollievo.

Ma accadde qualcosa di più grave: la mattina dopo, il senatore proprietario del tablet profanato, fu trovato morto nei bagni del Senato. Il cadavere presentava segni di graffi sul volto, e, cosa più terrificante, era stato sventrato, sviscerato. Non c'erano impronte o schizzi di sangue. Il morto era stato svuotato con una perizia certosina, quasi chirurgica. Svuotato come la prima parte della Costituzione Repubblicana. Il lavoro era troppo pulito per un animale. Troppo pulito per Sgrauz.

Cosa più strana: le interiora non erano state ritrovate. 

Subito, la cosiddetta opposizione, i media, e di conseguenza la gente, avevano trovato la soluzione: il colpevole non può che essere Sgrauz. "Le interiora le avrà divorate. Non ci sono spruzzi di sangue perché ha leccato via tutto colto da un raptus feroce. In fondo è un mostro disgustoso, non dimentichiamolo".

I versi e i grugniti non lo salvarono dalla rabbia della folla. Proprio mentre si procedeva all'impiccagione il mostro intonò flebilmente, poi sempre più chiaramente, una delle sue melodie angeliche. Il pubblico che sbraitava contro di lui ora era rapito, ma nel bel mezzo della melodia, Sgrauz vomitò un decomposto che l'anatomopatologo dichiarò essere le viscere del senatore. Con l'aria innocente Sgrauz disse: "Sgrauz!"

Il pubblico scoppiò a ridere, cantare, ballare, intonarono il suo nome: "Sgrauz, Sgrauz!" dicevano, in un tripudio di gioia.

Nello stesso istante il Ministro dell'Emergenza apriva la cassaforte nel suo ufficio e ammirava il souvenir di viscere lucenti e perfettamente conservate del senatore barbaramente ucciso.

Il governo e le alte burocrazie avevano scoperto che avrebbero potuto commettere ogni nefandezza nascosti dietro Sgrauz, il peggiore di noi tutti, l'animale al cui confronto ognuno di noi è migliore. L'anno dopo Sgrauz fu eletto direttamente Presidente della Repubblica in cambio, dopo lunga trattativa, potè cibarsi del fumo proveniente dalla friggitrice azionata dal ministro della Salute in persona e cosa più importante: ottenne la cagnolina del defunto senatore. 

Di Andrea Tabagista Frau.

Il dipinto è "Pie Fight Study 2" di Adrian Ghenie.

Il Quirinale Per Bifolchi: potestà, gusti e poteri dell’Omino.

Disamina popolare di estrema competenza e giovanilistico livore a cura di:

Piervittorio Robledo Buitoni

 

Sommario:


Potestà, gusti, poteri dell’Omino

 

(Caratteristiche: il prepuzio della Repubblica.

Il Presidente della Repubblica è la figura istituzionale che rappresenta lo Stato nella sua interezza e «unità nazionale» (art. 87 c. 1 Cost.): per questo la Costituzione gli affida funzioni di garanzia e non di “indirizzo politico”.

Mah! Dipende. Forse. Boh! Purtuttavia… quando accogli i capigruppo per sollecitargli che le riforme vadano più veloci (“in orario”), quando ti esprimi a favore di un atto normativo e contro gli oppositori… boh. Uno pensa: Garante stocazzo. Ma non voglio vilipendiare il cazzo, dunque sinpatia a go go.

Tutti gli atti del PDR – es. decreti presidenziali – devono essere controfirmati dal ministro proponente (art. 89 Cost.) a riprova della sua “irresponsabilità politica” rispetto gli atti caratterizzanti dell’esecutivo in carica. Tale “irresponsabilità politica” vale sugli atti suoi propri e a maggior ragione sull’emanazione di atti normativi, leggi, decreti, che lo rendono irremovibile dalla sua carica e giuridicamente “irresponsabile”.

Ad eccezione della destituzione pronunciata dalla Corte costituzionale per alto tradimento o attentato alla Costituzione (ciò a cui rischiarono invano di andare incontro Leone e Cossiga); il mandato può inoltre concludersi per impedimento permanente (l’ictus di Antonio Segni), dimissioni, decadenza per effetto della perdita di uno dei requisiti di eleggibilità o ovviamente per morte [xò attendendo ankora qualke anno la salma di un Napolitano III potrebbe innovare la praxxi…].

Il PDR deve avere almeno 50 anni, la pienezza dei diritti civili e politici e nessuna funzione vicaria incompatibile (art. 84 Cost.); se impedito più o meno temporaneamente nelle sue funzioni è sostituito dal Presidente del Senato (art. 86 Cost. di norma per una supplenza “minima”, ovvero sull’ordinaria amministrazione).

Dura in carica 7 anni (art. 85 Cost. — la seconda carica più lunga dopo quella dei giudici della Consulta), riceve un assegno e dotazioni finanziarie proprie stabilite dalla legge e a fine mandato diventa senatore a vita (a meno non vi rinunzi per candidarsi, art. 59.1 Cost.).

Ma allora ci chiediamo la Gente, essendo l’Italia una Repubblica parlamentare, non avendo in merito alla sua nomina una forma di suffragio ed elezione popolare, non essendo a capo di un esecutivo come Obama, non esprimendo un «proprio» esecutivo come Hollande, a che cazzo serve questo bizzarro omino?

 

(Poteri, merendine, ciao.

Il PDR è formalmente il capo delle Forze armate e presiede il Consiglio supremo di Difesa, oltre ad avere importanti prerogative diplomatiche (es.: accredita funzionari e ambasciate estere, accompagna il ministro degli esteri nelle visite ufficiali e nei summit più urgenti, se occorre). In parole povere, se Putin sconfina in Valle d’Aosta si riunisce insieme al ministro della Difesa, ai capi di stato maggiore, ai capi delle polizie e dell’intelligence e decide il da farsi, con chi allearsi, come procedere, dichiarando su autorizzazione delle Camere l’eventuale stato di guerra.

Non “decide” la sostanza della politica estera, essendo tali prerogative appartenenti al Governo e alla conferma in sede parlamentare, ma prima di qualsiasi deliberazione potrebbe ritenere che una «missione di pace» (es. Libano 1982, Kosovo 1999, Iraq 2003, Libano 2007, Libia 2012) contrasta con l’art. 11 Cost. («il nostro paese ripudia la guerra sia come strumento di offesa contro altri popoli sia come mezzo per risolvere le controversie con altri stati») oppure contempla il diritto alla difesa – anche nell’ambito più esteso del Patto Atlantico e gli obblighi di mutua difesa tra consociati – ex. art. 78 Cost, ipoteticamente sconfessando l’esecutivo fino a una crisi istituzionale. Ipotesi pressochè lunari in una democrazia liberale.

Il PDR è “garante” anche nel ratificare i Trattati di diritto internazionale: su autorizzazione delle Camere a seguito di recezione degli stessi con leggi ordinarie (l’art. 80 Cost. indica i casi nei quali la ratifica è una semplice promulgazione) mentre nei Trattati “caratterizzanti” (es.: adesione a organismi internazionali) è – ex. art. 10 c. 1 Cost.: «l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» – il vigile della compatibilità di esse con la Costituzione. Per esempio non solo Napolitano fu promotore delle adesioni ai Trattati UE 2006-2014 successivi a Maastricht (Lisbona, Costituzione UE finché l’ipotesi rimase in campo) ma soprattutto ritenne compatibili i vincoli da essi conseguenti con la Costituzione (adesione al Fiscal compact in particolare, mentre incardinando il pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012 i partiti gli evitarono di esprimersi su una misura molto opinabile, che ovviamente lo vedeva sponsor entusiasta).

Ricorderemo quanto detto nella “Corsa al Colle”, limitandoci ora ad osservare semplicemente che il PDR è il capo delle FF. AA. e influisce notevolmente sul da farsi in caso di sconfinamento dell’Armata rossa in Val D’Aosta. Nel senso: potrebbe essere Dario Foibe e i gruppettari di «Soccorso rosso» o Ferdy Imposimato (su suggerimento del carabiniere Ladu) a dover affrontare un’invasione straniera o decidere se andare a fare guerra all’ISIS o a Virna l’ISIS.

Nonostante non sia un capo dell’esecutivo, è un regista che sovrintende la dinamica istituzionale e garantisce sull’osservanza della Costituzione (la regola suprema che dirime la contesa tra fazioni), ma detiene una serie di poteri effettivi che condizionano le decisioni politiche in maniera sostanziale. Alla parola “regola suprema” mi sono masturbato pensando a Marzio Breda che deflora Salvatore Merlo con in sottofondo la canzone “Yeah” di Usher.

Partiamo dalle prerogative “minori”.

Nominando i senatori a vita fornisce al governo in carica e successivi o un surplus di omini, che possono o meno votare la fiducia, risultando decisivi, come è avvenuto per tutti i governi “politici” della II Repubblica [escluso il Berlusconi III]; in occasioni particolari convoca le camere in seduta straordinaria, conferendo ad eventi in apparenza secondari il crisma di “urgenza” o “ufficialità”, possibile nocumento (risposte del Min. degli Interni sul caso Alfano-Shalabayeva) o giubilo (discorsi del premier alla Nazione sul semestre UE) a governanti od oppositori. Può rompere il cazzo oppure permettere al premier di farsi fagocitare da ettolitri di bava per un semestre europeo. X dire..

Identicamente, nominando gli alti funzionari ed emanando 29 tipologie di atti amministrativi, influisce sull’alta burocrazia e condiziona la dinamica delle decisioni, tenuto conto di tutta l’influenza informale che esercita sulle nomine: sono le stesse persone (es. ragioneria dello Stato, dipartimenti ministeriali, uffici legislativi etc..) che possono oliare una riforma a monte oppure sabotarla scrivendo male i decreti attuativi e rendendoli inapplicabili oppure bloccandone l’esecutività per mancata copertura finanziaria o per antinomia legislativa.

Gran parte delle politiche pubbliche italiane segue questo iter: grandi sboronate in commissione parlamentare, effetti spesso inesistenti «a valle». A volte è xsino meglio kosi.

Rispetto alla funzione giurisdizionale, il PDR nomina 5 giudici costituzionali su 15, ovvero 1/3 dell’organo preposto a sindacare sulla conformità di leggi e decreti alla Legge fondamentale. “Legge fondamentale”: marmellata tutta da leccare spalmata sul clitoride di Paola De Micheli.. gnam! Ciò significa che essi, pur partendo dal crisma giuridico, a seconda della propria tendenza potranno ritenere che di volta in volta un premio di maggioranza è troppo ampio, le restrizioni sulla fecondazione eterologa sono illegittime, il lodo Alfano con legge ordinaria non solo crea un’indebita tutela di rango costituzionale ma contraddice l’art. 3 Cost. Stante la loro enorme competenza teorica, giurisprudenziale e dottrinale, che siano laici o cattolici, proporzionalisti o maggioritari, pro o anti-magistrati, politici o tecnici, “garantisti” (?) o “giustizialisti” (??), uomini o donne, magistrati o professori o avvocati etc.. conta parecchio.
C’è il diritto, ma c’è anche il rovescio, lo smash, non esistono più la quattro stagioni…
Il PDR concede la grazia (la Consulta ha stabilito che l’assenso del guardasigilli è dovuto) e commuta le pene: può elargire la libertà a Mesina (Cossiga: LOL) come a Bompressi, a Corona o a un “ipotetico” frodatore fiscale di 7 mln di euro (a fronte, va sempre ribadito, di altri 300 e rotti prescritti) a capo di un partito che riforma la Costituzione.

Il PDR presiede il Consiglio Superiore della Magistratura ed è formalmente a capo del potere giudiziario: non ha attribuzioni decisive, potendo unicamente rinviare per illegittimità formale decreti e nomine al collegio dei magistrati.

Conta soprattutto il suo parere, in questo caso informale, affidato direttamente ai soliti cani da riporto che lo seguono fino in Papuasia, oppure consegnato ai suoi portavoce che lo elargiscono ai retroscemisti («Il Sacro Presidente avrebbe confidato a una fonte citata dal nostro amico Alfredo, fratello del callifugo di fiducia di Solange che Napolitano non escluda un brunch con Paola Taverna, presente l’ambasciatore Philips e Pingu»). Diverso il caso dei messaggi presidenziali ex. art. 87 Cost. che hanno un crisma di ufficialità e servono a orientare le Camere in modo esplicito su un tema (es. Cossiga con le riforme istituzionali, Napolitano sull’amnistia). Esprimendosi a mezzo stampa e informalmente (Pertini, Cossiga..) o in modo ufficiale (es. Ciampi) su “guerre tra procure”, “eccessi della pubblica accusa”, “riabilitazioni”, “tempi eccessivi”, “carceri insufficienti” etc.. il PDR orienta l’opinione pubblica che provvederà a mettere in cima all’agenda setting «la questione della magistratura inquirente» o della «responsabilità civile dei magistrati». Poi ogni tanto arriva un folle come Cossiga che cerca di imporre al CSM l’ordine del giorno e a spiegargli che devono sponsorizzare una autoriforma [Cossiga: LOL]!

 

(Le armi termonucleari e la regia delle «Riforme condivise che servono al Paese» (il Paese le chiede, del resto!)

Il nostro eroe, indice le elezioni e fissa la prima riunione delle Camere.
La prima prerogativa è uno standard nel caso di naturale fine della legislatura: oscilla di qualche settimana. Così come la convocazione delle Camere si tiene 20 giorni dopo le elezioni, in seguito alla quale vengono eletti presidenti, questori, giunte, uffici di presidenza, gruppi e commissioni parlamentari.

La tempistica in caso di “vulnus” istituzionale può essere decisiva: Napolitano I, a seguito dello stallo messicano del 24 febbraio 2013, trovandosi nell’ultimo semestre “bianco” di presidenza e non potendo sciogliere anticipatamente le Camere (art. 88 Cost.), non potendo indire nuove elezioni come in Grecia (due elezioni politiche successive a un mese di distanza, ma col cazzo, lo avrebbe fatto in ogni caso!) decise di “decantare” le elezioni del febbraio 2013 con esplorazioni, esternazioni, dilatazione dei tempi di nomina e vidimazione degli organismi parlamentari, nomina dei 30 saggi per le riforme (a che titolo? con quali risultati?), consultazioni prolungate e diluite in modo informale, in modo da post-porre la nomina dell’esecutivo alla votazione del successore [il medesimo Napolitano reloaded].

Avendo escluso in precedenza di dimettersi, in maniera da condurre egli in prima persona le consultazioni, condizionò in maniera decisiva la dinamica che porterà Letta jr. al governo, reiterando la Grande colazione.

Ovvero: avrebbe potuto affidare immediatamente a Bersani non un mandato esplorativo, ma un incarico vero e proprio (come per Andreotti IV e Fanfani V e diversi altri esecutivi detti “balneari” di minoranza o di transizione a nuove elezioni), conducendo il Bersani I a una sfiducia palese nelle Camere o al successo tramite soluzioni intermedie (astensione, fiducia condizionata, governo di minoranza), probabilmente provvisorie fino al nuovo voto previa riforma elettorale e approvazione della legge di stabilità.

Invece Napolitano impallinò Bersani, prendendo atto della “non vittoria” elettorale e palesando il suo disaccordo verso un ipotetico governo Pd-Sel-Gentisti, oppure con l’ausilio di montiani, collaboranti centristi (Udc, Gal, cespugli misti) e astensori occulti (la Lega diede qualche segnale).

NapoOrsoCapo espresse così la volontà di arrivare a ciò che ne è seguito: le larghe intese, larghissime nella prima formulazione Letta-Saccodanni estesa anche a FI, l’unica soluzione esperibile in un parlamento tripolare.

Il PDR è il playmaker delle crisi di governo, perché può sciogliere il Parlamento – o anche una sola Camera – anticipatamente (art. 88 Cost.) e nomina il Presidente del Consiglio (art. 92 Cost.).

Ma che cazzo dico? Tutto ciò è vero, oppure sto affastellando termini epigonici solo per nascondere l’insicurezza sul futuro, l’inquietudine per la riforma elettorale e degli strani sfoghi epidermici apparsi nella mia sacca scrotale? Jarabe De Palo direbbe: “Depende”.

Nell’esperienza «duumvirale» italiana lo scioglimento non è un atto politico in mano all’esecutivo (che in tal caso deciderebbe in base ad una rendita politica immediata: se lo sciolgo, vince l’opposizione? Con quale legge elettorale vado a votare? Vado a incassare i sondaggi e stravincere?), ma una presa d’atto del PDR dell’assenza di una maggioranza parlamentare che sostiene il governo.

Tuttavia lo scioglimento è condizionato: se il Parlamento può formare una maggioranza di qualsiasi colore a sostegno del Governo, il PDR non può sciogliere le Camere e indire elezioni. Tutti i golpes denunciati negli ultimi decenni sono cazzate: nel dicembre 1994 la Lega accetta di sostenere Dini, nel 1998 l’UDR accetta di sostenere D’Alema, nel 2011 ABC accettano di sostenere Monti. Si può certo criticare l’attivismo di Scalfaro e Napolitano, inconsueto per una repubblica parlamentare, non portarli in Tribunale come volevano fare i Pentatubbies prima di sfogliare quel parallelepipedo in carta poggiato sulle scrivanie e ancora implasticato: un manuale di diritto costituzionale.

Una parziale eccezione, controversa, ma dettata dall’irrepetibile 1993-94, avvenne quando Scalfaro prendendo atto dei referendum elettorali del 1993, di un parlamento delegittimato, corrotto fino al midollo e inquisito per 1/3, delle dimissioni di Ciampi una volta esaurito il suo ruolo, decise di sciogliere le Camere senza tentare un mandato esplorativo o indire consultazioni. Ma non senza l’avallo e la controfirma dell’esecutivo al decreto di scioglimento e non senza incassare il consenso “informale” di un pentapartito morente e decimato dalle amministrative del 1993, della Lega montante sull’antipolitica e del Pds dello «zombie coi baffi» [fantastica definizione data da Cossiga, LOLlidente della Repubblica] pronto a schierare la «gioiosa macchina da guerra». Stranamente FI, trionfante nel marzo 1994, non ha mai accusato di golpismo Scalfaro per quanto accaduto.

Il PDR rinvia le leggi con messaggio motivato, il che equivale alla richiesta di una nuova formulazione che rispetti l’indicazione presidenziale (che può essere espressa anche con un messaggio alle Camere allegato al rinvio). Perché lo fa (disperato ragazzo mio, cit. Masini)? Dal 1946 al 2005 sono state rinviate 55 leggi (21 di queste da Cossiga, anche per pura discrezionalità politica o dosi eccessive di Lexotan; Cossiga: LOL), quasi tutte per dubbi rispetto all’obbligo di copertura di bilancio (art. 81 C. 4 Cost.).

La Costituzione non indica espressamente le ragioni, che si sono dunque evolute nella prassi e nell’esperienza quirinalizia: in gran parte i rinvii hanno risposto a ragioni di incoerenza della legge con l’ordinamento, conversioni di decreti legge privi di urgenza e necessità, palesi antinomie giuridiche e mancata copertura finanziaria.

Il rinvio è un sindacato di legittimità costituzionale “in itinere”: l’illegittimità costituzionale la stabilisce la Consulta a valle, ma a monte il PDR (ovviamente con l’ausilio dei suoi uffici legislativi) si esprime su una misura che ritiene palesemente incostituzionale. Ad esempio il c.d. Lodo Alfano non venne considerato tale da Napolitano, ma la Consulta provvide a dichiararlo illegittimo, anche perché riprendeva quasi pari il Lodo Schifani (che invece Ciampi rinviò alle Camere) anch’esso caduto sotto la scure della Consulta.

La discrezionalità conta sempre, sia a monte che a valle: secondo voi al governo piace di più il PDR che rompe i coglioni o quello che firma indifferentemente leggi, autografi e cambiali?

 

(Il NapoGolpe, i «giuristi per caso».

Nel novembre 2011, Napolitano ha «salvato» l'Italia dal fallimento immediato (3-4 mesi di autonomia per il pagamento di pensioni e stipendi pubblici, indebitamento su Btp-Cct 5 volte superiore a oggi… dritti verso il default), a costo di una deriva comunque fallimentare ma non (ancora?) disastrosa e definitiva. E’ stato un golpe, oppure tutto lecito e un protagonismo eccessivo?

La proroga del Parlamento e la formazione del Monti I avvenne attraverso uno «scambio politico».

Il «contratto» prevedeva le dimissioni di B. prima della "potenziale" (ma probabile e ponderata da settimane..) sfiducia parlamentare al Berlusconi III da parte di una quarantina di suoi parlamentari, per dare vita ad un esecutivo tecnico, presieduto da colui che una settimana prima Napolitano I aveva provveduto a nominare neo-senatore, legittimandolo alla successione.

In cambio, il governo tecnico di centro-destra – essendo composto eccetto F. Barca da liberali, cattolici, ciellini e conservatori -, non avrebbe toccato gli interessi giudiziari ed economici del grande Porco e avrebbe evitato elezioni con il PDL al 5% e il Patto di Vasto al 40-45% due anni prima dell’esplosione del grillismo.

Casini e Fini erano d’accordissimo: il primo è un 1,87 di vuoto cosmico, il secondo uno dei registi della caduta di B… a proposito, grazie Gianfry (ma ora spiega il Futuro e le Libertà agli anceli di Montecarlo, ciao).

Bersani e il PD avrebbero stravinto le elezioni: PD era dato medio-alto al 25-30%, SEL era al culmine del 9%, esprimeva un governatore e tutti i sindaci vincenti delle amm.ve del maggio-giugno 2011, mentre IDV prima di “Report” stava al 7-8% vittoriosa nei referendum legislativi anti-B. e ritenuta dai gentisti orfani di partito come l’unica opposizione credibile (ricordiamo che ancora nel 2013 Grillo pensava di candidare Di Pietro al Colle).

Il Patto di Vasto venne scongiurato da Napolitano circa la gravità della situazione e il rischio di elezioni con lo spread a 7-800; Giorgio promise a Bersani che avrebbe incassato poi: il buon «Bersano mobile» ci ha rimesso le penne, ha visto Monti scendere in campo, si è visto addossare un po’ tutto dalle riforme Fornero a Hiroshima, insultato da Grillo, considerato comunista dal “Corriere” e conservatore da Rivoluzione-c-Bieber, sbeffeggiato dall’incantevole Creamy in streamy e infine dallo stesso Napolitano gli ha scritto «scemo: skerzavo» nella fronte con un uniposca di colore fuxia.

Con le larghe intese all’anno V, sono passate le firme ai Trattati e le riforme del 2012-2014 (F. Compact, pareggio di bilancio e aggiustamenti a Maastricht su deficit e tassi di sconto, firmati da quasi tutto il Parlamento "governativo") in cambio del termine della speculazione sui titoli italiani e sul suo debito (comunque aumentato in tre anni dal 119% al 132%, mentre Prodi II lo lasciò nel 2008 al 106%..), comprando i primi e calmierando i rendimenti altissimi di allora (lo spread in pochi mesi scese da 620 a 160 punti).

Il Ltro e il Quantitative easing sono altri tasselli di queste parziali correzioni all’austerità, poco più espansive monetariamente (il succo è il 20% di emissione originaria e garantita autonomamente dalla BCE, aumenta modicamente l’inflazione, deprezza l’euro per le esportazioni dall’Europa meridionale, si potrebbe arrivare all’1/1 sul dollaro) dell’irrorazione di denaro alle banche private e al foraggiamento di debiti e interessi passivi di medio periodo, senza rischio di solvibilità per la BCE essendo garantiti dalle banche centrali nazionali l’80% dei 1100 mld (in soldoni: se falliamo o non rendiamo i prestiti miliardari della BCE, Palazzo Koch si rivarrà sullo Stato italiano che dovrà tagliare servizi e stipendi per non fallire e ripagare Mary Drake). Ma al di là di questa euro-masturbazioni scritte mentre fisso il mio scroto, stiamo messi male e il PDR è parte di questo declino che si spera non inesorabile. Sia chiaro: grazie NapoOrsoCapo, però anche un po’ no.

Nessun golpe, come sostiene un ciccione che parla come Stanlio e si propone di "Ammazzawe il Gacciopawdo", con un italiano a dir poco malfermo (off topic: quando Schumy – che in un decennio a Maranello – vinse 5 mondiali non andò oltre i “Vinco/pista/ciao”, “Pole posiscio bello risultare”, “Grip bruto ma motoro karini” venne sbeffeggiato, se un giornalista estero parla un italiano sconnesso è: “karino”, “caratteristico”, dunque “dolce”).

Sostiene senza vergogna la tesi del «Golpwe» anche la destra italiana, quella che dovrebbe costruire un Colosseo per Giorgio, che non a caso ha supplicato di tornare al Quirinale. Giorgio ha promulgato senza rimandare indietro tutte le leggi ad personam e tutto il resto – eccetto il decreto Eluana e l’ultima demenziale finanziaria di ThreeMounts – mentre Mario, pure proposto da B. come candidato premier nel dicembre 2012, è poi diventato il bersaglio di tutti: nessuno lo ha sostenuto, tutto ha fatto lui, solo lui ha aumentato le tasse. E soprattutto, fino al 2011 si stava bene. Conti a posto, crescita voluminosa, altissima politica. Così il PDL prende il 21% del feb. 2013, quasi la metà del 37% del 2008, ma 3-4 volte più di quanto un Paese di normodotati tributerebbe a uno dei governi più nefasti della storia occidentale!

Mario il comunista e Giorgio, i nemici della destra e gli amici della sinistra, insomma. 

 

(La discrezionalità, il senso dello Stato, la gang-bang.

Quanto conta l’opinione, la sensibilità del PDR in questi casi? Moltissimo.

Quando nel dicembre 2010 Napolitano I calendarizzò la sfiducia a Berlusconi III un mese dopo la richiesta di Fini & Co., gli permise di raccattare voti (vi ricordate i Polidori, i Guzzanti, i Barbareschi..), risultando decisivo per la tenuta del governo. Avesse concesso a Prodi II – al quale era molto ostile a causa del presunto sbilanciamento a sinistra, e più in generale per la sua «politicità» (divisiva!) – quel lasso di tempo, forse il csx di allora avrebbe convinto tutti i recalcitranti a tornare sui loro passi, drenando l’attivismo di FI sui Dini, Mastella, Idvisti etc…

Così come avrebbe potuto, pur al limite dei suoi poteri (che pure in altre occasioni ha forzato in maniera sostanziale) convincere Monti a non dimettersi e restare in carica per altri 2 mesi in minoranza per l’ordinaria amministrazione, sino alla scadenza naturale della legislatura, dimettendosi a gennaio, in maniera da far eleggere il suo successore al Colle dal Parlamento in carica.

Ma pensava, come anche Monti e Bersani, che PD-SEL autonomo alla Camera e costretto al Senato a cercare SC, sarebbe riuscito a formare un governo tricolore PD-SEL-SC o più probabilmente un bicolore PD-SC con SEL all’opposizione più o meno «amica».

Il 5-6% di incremento gentista nell’ultima settimana di campagna elettorale ha sabotato il disegno, che meglio ancora sarebbe stato nelle intenzioni di Napolitano I se Monti andava a ri-presiedere il governo o al limite lasciava l’incombenza a Bersani convolando al Quirinale e controllando dal Colle le «riforme condivise» di un governo autosufficiente da Berlusconi, ma con soli 10-15 senatori di maggioranza al Senato. Decisiva Scelta civica, Casini, Fini, Mauro e tutto quel mondo che solo un anno dopo alle europee ne uscirà demolito (dall’8-10% allo 0,9% tutti voti convolati verso il PD, nuovo partito di centro, e all’Udc abbarbicata ad Alfano).

Insomma: un esecutivo abbastanza forte da riproporre lo schema di austerità e di rigore finanziario (che poi sono immaginari, dal momento che produciamo 2,7-3% di deficit annuale, 40 nuovi mld di spesa pubblica e 3-4-5% di Dp/Pil all’anno…! Mentre gli interessi passivi annuale sono scesi da 95 a 95 mld: mecojoni!) ma troppo debole per una rivoluzione proletaria, l’esproprio dei patrimoni e delle immobilizzazioni dei padroni, la loro collettivizzazione e la legge marziale contro i capitalisti. Il programma di PD e SEL, insomma. E ora di Tsypriza.

Si diceva poc’anzi che il PDR, a seguito di consultazioni – pur non previste dalla Costituzione – nomina del capo del governo, e su sua proposta i ministri.

Nel primo trentennio repubblicano, dai notarili Einaudi e Leone, passando per il minimalismo di Saragat e De Nicola, solo in due sporadiche occasioni il PDR assunse iniziative disgiunte dalle dinamiche interne alla DC e dai partiti di governo. Nel 1960 Gronchi nominò Tambroni a capo di un “governo del presidente”, sostenuto all’esterno dal Msi, ma dopo i fatti del luglio 1960 l’esecutivo cadde immediatamente e il PDR ne uscì demolito. Nel luglio 1964 come noto Segni convoca alle consultazioni il generale De Lorenzo e altri militari, perlopiù in funzione intimidatoria verso il csx: alla fine Moro viene confermato primo ministro, ma su un impianto programmatico più moderato.

Salvo queste due occasioni, fino alla presidenta Xtini (da distinguere da B., che sarebbe il presidente Xteeny e da Franco 4tini tanto caro a chiunque voglia fare una citazione dotta di sinistra senza leggere. Che poi Sgarbie replicherebbe: «E Pasoliny??») tutti i presidenti del consiglio dei ministri sono democristiani ed espressione delle correnti Dc e degli equilibri delle coalizioni centriste o di centro-sinistra: il PDR – che nelle consultazioni convoca i capigruppo parlamentari, i presidenti delle Camere, i principali esponenti di partito e chiunque ritienga sia utile per dirimere la crisi – prendeva atto degli equilibri intra/infrapartitici e designava l’esponente DC frutto di quella mediazione, che a sua volta proponeva un novero di ministri tenendo conto delle indicazioni dei partiti che avrebbero sostenuto l’esecutivo. Svuotando di senso le prerogative di approvazione/veto del PDR. Era la «Repubblica dei partiti», partitocrazia, Ka$ta ante-litteram.

Xtini cambiò la prassi, designando in prima persona prima La Malfa e Craxxi in due tentativi falliti (1979) poi a seguito della caduta di 4Lani sulla P2 (1981) designò con successo Spadolini, allora segretario del Pri (partito del 2% nel 1979), primo laico e non democristiano a capo del governo. Come anche nel 1983 con Craxi, Pertini provvide alla designazione in prima persona.

Con il 1992 e la deflagrazione della prima Repubblica, non solo il PDR divenne il principale artefice della nomina del capo del governo, ma espresse in prima persona esecutivi (governi del presidente come quelli presieduti da Dini, Ciampi e Monti, formati da “tecnici” non espressione dei partiti) o in taluni casi pose il veto su singoli ministri in fase di proposta, come quando Scalfaro bocciò Previti guardasigilli. Napolitano pose il veto a Renzi su Gratteri alla giustizia e “impose” Padoan all’economia.

 

Fine della prima parte
Domani la seconda parte:
(Lo Scemario della Corsa al Quirinale)

 


(PIERVITTORIO ROBLEDO BUITONI (Sondrio, 1948) è un politico, dirigente e saggista italiano.

Deputato per il Psdi dal 1979 al 1987, in seguito componente del Cnel, ed editorialista de «L’Indipendente». Attualmente libero docente di Teorie e tecniche del frazionismo partitico all’Università ‘Ca Foscari di Venezia, ha pubblicato diversi libri tra i quali: “Noi ragazzi di Saragat” (Il Mulino, 1982), “Il sonno delle Regioni genera mostre: il sacco degli enti locali in Italia” (Einaudi, 1986), “Liberali oggi: la destra e la nostra avventura” (Einaudi, 1994) e “Come diventai seggio: un’autobiografia” (con Franco Bechis, Carocci 2001).