Soprattutto in Prima Persona

RenziDoom

C'è un uomo sul palco. La gente lo applaude e ride alle sue battute. Milioni di persone lo guardano in televisione. La percezione di vivere un momento storico. È il novembre del '93, o il gennaio del '94. È passato tanto tempo ormai.

Sembra esserci un nuovo slancio, un cambiamento nella prassi comunicativa che riguarda prima di tutto i destinatari del messaggio. Il pubblico, l'utenza, il consumatore, l'elettore… la massa disgregata riprende forma, riprende corpo, riprende vita: è popolo. E il popolo diviene attore. O meglio comparsa. Diciamo pure concorrente. Parte di un raffinato circuito di responso e suggestione.

Qualunquismo, antipolitica, movimentismo, populismo, liderismo. Nuove visioni del mondo e nuovi sogni. Reinterpretazioni, cover. Libertà e/o partecipazione. La vendita dei miracoli e la vendita delle pestilenze. La pubblicità e il boicottaggio. Il partito azienda, il partito sito. Il territorio, il verticismo. Diossina, Ici, 144, presidenzialismo, comunisti, riutilizzo. Meno tasse per tutti. Fermiamo l'amianto. Auditel e sondaggi. La lotta di classe e la class-action. Il pubblico, il copyleft, il privato, il copyright. I capi popolo sono per definizione catalizzatori di tutte le esaltazioni civili, più o meno genuine.

Il 10 dicembre del 1993 esce Doom, per molti semplicemente il videogioco più figo della storia. Le tre dimensioni, la libertà di movimento, il coinvolgimento nell'azione, i mostri intelligenti, ma tutti ineluttabilmente destinati alla massacro compiuto da un adolescente qualsiasi, smaliziato ed entusiasta, dionisiaco. Una rottamazione a ciclo continuo al suono loopato di un minigun.

Iddqd, il Godmode, era semplice, senza obiezioni, univoco. Tu sopravvivevi, i mostri morivano. L'hakuna matata al ritmo dell'esplosione dei pixels rossi. Era uno sporco e divertente trucco. #Iddqd.

L'Italia è un FirstPoliticianShooter. Internet ha solo rivoluzionato il multiplayer. La narrazione della politica è come la trama di un videogioco che è come la trama di un film porno.

Finiti i mostri finisce il divertimento del doomguy. Il suo stile è grottesco, l'impulso satirico. Per questo il suo shootgun dichiarazionistico serve solo all'apparenza a colpire un nemico.

Il virus della provocazione genera zombie intellettuali. Favorevoli e/o contrari, l'ossessione è divorare e/o assimilare l'idea e il cervello che l'ha prodotta, veicolando in ogni caso il contagio di una visione del mondo distorta a piacere elettorale.

Ma quello che vediamo e quello che giochiamo non è altro che l'elaborazione di un codice, di un programma, di un motore grafico. C'è il lavoro di programmatori, betatester, designer. E tu, per applicarti al meglio in questo sistemo operativo mondo, che videogioco vorresti?

Lo Scemario della Corsa al Quirinale: gli attori in recita.

Napo

Disamina popolare di estrema competenza e giovanilistico livore a cura di:

Piervittorio Robledo Buitoni

 

Sommario:


Gli Attori in Recita

 

Ieri abbiamo enunciato i veri poteri del PDR.

Riepilogando: è il direttore di un parco giochi per bambini. Di norma loro giocano in autonomia, decidono se andare per scivolo, per giostra, se giocare a pallone o tennis. Il direttore è quello che di norma – per 5 anni, canonicamente – li lascia giocare, ma decide quando chiudere e riaprire la ludoteca, introduce nuovi custodi, sceglie i più meritevoli e decide se un gioco è pericoloso oppure inopportuno. Può chiamare i genitori per spingerli a redarguire i figli anche. Nella normalità resta molto in disparte perché di solito i bimbi giocano normalmente, ma è lui il supervisore e controllore; e quello che rappresenta la ludoteca nel comitato cittadino delle ludoteche e che parla a una generalità di conoscenti dei bimbi, empatizzando con loro.

Da Agorà, a Omnibush, fino alla solita torrenziale diretta di Mentana, per non dire dei Tg, il dibattito è frastagliato e confuso. Sembra tutto proceda per caso. Le cose sono molto più semplici. Non farò nomi per non bruciarli: lo dice chiunque dalla Lagarde alla salumiera Adelaide sotto casa mia. Capiteli voi se ci riuscite.

Piccolo inciso sull’unico nome logico, quello di Romano: i 101 del 2003 in realtà erano almeno 120-130 considerando molti voti prodiani di SC, centristi e Pentatubbies. Il mistero su chi sono questi eroi.. è molto meno misterioso della strage di Bologna e leggermente più misterioso dei gusti sessuali di Malgioglio. Prodi è il più antinazareno dopo Rodotà, votargli contro avrebbe impallinato Bersani (contrario a un governo con il PDL ma capace di disastri immani nel febbraio-aprile 2013) costringendolo a dimettersi, riconfermare un presidente condiviso e per le larghe intese. Decine di pittibimbiani (il primo a twittare sulle larghe intese 13 secondi dopo il voto..), i giovani turchi (poi sottosegretari, ministri, presidenti del partito, in Direzione, cariche varie), dalemiani e mariniani (odiano Prodi e odiano la sinistra: normale) e diversi cani sciolti che non avevano ottenuto presidenza della Camera e poi sono diventati ministri. Come gli ex-bersaniani che hanno subodorato il fallimento e sono scesi dalla Concordia due minuti prima dello schianto, ottenendo in seguito di essere capilista alle europee, ministri etc.. [o.t.: Sandro Gozy non leggere queste righe, altrimenti mori]

 

() Pittibimbo*

Controlla di sicuro circa 320-350 voti.
Che PDR vuole?

*Da lui le carte, è il playmaker e allo stesso tempo quello che può rimetterci il coolo.

POLITICAMENTE: Uno che non gli rompa i coglioni, che non gli rimandi indietro leggi o i decreti (a proposito P. Grasso da vicario gli sta facendo passare tutto.. decreti e canguri), che faccia comizi in suo favore, non sia troppo vicino a Trojka, burocrazia, sindacati e ovviamente alla sinistra del suo partito. Uno che gli sciolga le Camere quando decide lui e che lo reincarichi con qualsiasi maggioranza, senza prendere iniziative inconsulte e resti sui canoni minimali del suo ruolo (vedi supra: Einaudi, Leone, Saragat, i primi 5 anni di Cossiga: LOL).

IDEOLOGICAMENTE: non gliene frega nulla.

GATINAMENTE: Uno che possibilmente sia una sua emanazione diretta, non ne oscuri l’immensa statura politica e la notevole prestanza fisika. E che piaccia alla gente, ma meno di lui. Un xtini/2 ke lo reinkariki a suo piacimento e gli paxi tt le kose ke gli servono, sopratuto soglie su (romano) frodi fiskali e (innocenti) evasioni. 

In modo da intestarselo come il “suo” presidente: in tal senso deve avere una nazarenità “renziana”, ovvero possedere quelle iperboliche doti afferenti alla storia e alla personalità del cazzaro di Pontassieve. Dunque essere “sindaco”, relativamente giovane, battutista provetto, televisivo, pervasivo su twitter.

Oppure: donna. Ma fashion, “condivisa” e politicamente debole, flebile come «il cammino certo infermo ma ineluttabile verso le riforme» (Verderami, Folli: 4 euro ed è vostra!). Non poteva essere la Bonino perché è anziana, brutta e molto competente: conosce una decine di lingue, ex commissaria UE, colta, intelligente, credibile, persino di destra. Non capace come Mogherini e Gentiloni, per carità, ma brava. Xò ora “tumorata” da Dio che le ha fatto pagare gli spilloni nelle vagine illegali (ciao Dio, nn farmi venire roba ke io sn contro la borti). E non esiste su internet una sua foto con cani o bambini, forse qualche bambino del Medio Oriente o qualche negro. Xsone non tenere, insomma: Emma, sei stata nominata [ciao, rimettiti: “minore di 3”]

Il cazzaro di Pontassieve vuole un compagnone con il quale guardare la Fiorentina, bersi una birra analcolica sul divano del Quirinale, farsi selfie con il dito medio da mandare a Fassina, uno che, come direbbe Celentano «divisi siamo persi ci sentiamo quasi niente». Ma che non gli faccia ombra.

Deve sembrare lui il più intelligente, giovane, karino: Nardella sarebbe l’ideale, ma non ha 50 anni.

Ecco il punto. La narrazione, la locura del renzismo che assimila «giovani», «donne» [non per una questione di genere, ma per esibirle e brandirle a mò di trofeo del politically correct], l’idea del nuovo e del «superamento» (concetto della dialettica marxista prestato alla selfienomics), della politica che spesso parla come un’antipolitica moderata e richiede di essere continuamente alimentata: dovrebbe essere un 50enne poco impastoiato con la politica, con punte di gentismo, autorevole come Napolitano, amato come Xtiny e atletico come…. [omissis].

 

() Il Vecchio Porco*

Controlla di sicuro circa 100-110 voti.
Che PDR vuole?

*Il maiale è quello che impone ai suoi di votare sovente con il governo, sfumare come opposizione, perdere voti e residua credibilità offrendo alla Lega una rendita politica – in termini di immagine e di percentuali – rilevante e una caratterizzazione forte come unico rilevante partito di destra antirenziano?

Dalla lunghezza dell’inciso, si capisce che pur controllando una straminoranza dei votanti, per ora è il perno. Renzi lo doveva pensionare, vi ricordate. Ma doveva anche andare a Palazzo Chigi con elezioni e senza ribaltoni. Senza di lui deve affidarsi a sinistra, Cgil, magistrati e UE.

POLITICAMENTE: uno non ostile, un supernazareno malleabile come l’ano di Milly D’Abbraccio, ovvero un sostenitore “attivo” (vedi poteri di scioglimento/nomina/grazia del PDR..) delle larghe intese. Che gli permettono di contare qualcosa in Parlamento, non essere apertamente osteggiato da governo e “Hard powers” e trarre da questa falsa e mendace opposizione di FI la massima rendita politica.

I suoi interessi sono: a) economici; b) politici; c) giudiziari.

[A]
Le «riforme condivise» servono al satiriaco per mantenere il duopolio televisivo, i 2/3 della raccolta pubblicitaria televisiva, i 500 milioni di plusvalore di Mediaset nel 2014 senza una legge sul conflitto di interessi o un riassetto della Rai. La sua posizione politica è legata a doppio filo alla quotazione delle sue aziende. Fateci caso: Mediaset ha un passivo molto rilevante, ma un andamento azionario negli ultimi anni abbastanza soddisfacente. Banche, creditori e mercato diffuso hanno notoriamente un pregiudizio positivo verso il potere, soprattutto in uno statalismo corporativo ridicolmente mascherato da liberismo. L’Italia.

[B]
Questo Parlamento, permettendogli di essere decisivo in commissione sulle leggi ordinarie (giustizia, in particolare..) e in Aula sulla riforma costituzionale e sull’Italicum – che sono la controparte richiesta da Renzi per non bastonarlo, ammesso lo volesse – gli fornisce un potere di veto su quasi tutto. A Fi spetta votare tutto ciò che la “minoranza PD” non vuole e in ogni caso le due riforme di cui sopra.
Ma la riforma costituzionale – nonostante l’enfasi di quel cazzaro di Pittibimbo – è ancora ferma alla prima votazione su 4 e in ogni caso dopo il voto al Senato, il prossimo doppio voto dovrà avere luogo ad almeno 3 mesi di distanza e durerà almeno altri 6 mesi nel suo iter. E se la maggioranza che vota non sarà pari ai 2/3 delle due Camere avrà luogo un referendum costituzionale che la può cancellare. Dunque spostiamo anche il 2016 al 2017. Fino ad allora esisterà un doppio turno con liste (semi?)bloccate e premio alla Camera ed un proporzionale puro con preferenze e sbarramento al 4% al Senato. Renzi, il semplificatore. 

Per i meno avveduti: l’Italicum con il ballottaggio/premio di maggioranza alla prima lista e non alla coalizione in linea teorica escluderebbe dai giochi FI a favore dei Pentatubbies o l’onda montante di Salvini. Ma solo in teoria. Unire in una lista Fi, FdI-An, Lega e gli emissari al governo di Ncd è molto più semplice che unire il PD a tutto il resto, ammesso che il PD resti integro. In quel caso la destra probabilmente scavalcherebbe i Pentatubbies per il ballottaggio. Se ciò avvenisse tra 2-3 anni di recessione, potrebbero arrivare pericolosamente – per noi – al’ennesima farsa di governo.

B. lascerà la politica, si spera, entro pochi anni. Odia tutti i suoi sodali, che giustamente ritiene dei dementi incapaci di dirigere il traffico autoveicolare di un vicolo chiuso. Allontanati i primi liberal-liberisti del 1994-96, morto Fini, con Tremonti a processo e nell’anticamera del suicidio, con Pisanu sull’orlo dei 70 (occhio che non esca lui alla fine.. al Colle!), Letta sr. alla soglia dei 124 anni, quella mezzasega di Casini a mendicare straccetti per interposto Caltagirone, con Salvini pronto a fare da sparring partner a Renzi, chi dovrebbe prenderne il testimone?

L’interregno di Renzi gli garantisce comunque una dinamica politica centripeta e moderata (infatti lo battezzò come: “socialdemocratico”, superLOL), un clientelismo populista riverniciato da “giovane” novità. Il governo dell’ «unico figlio maschio che non ha mai avuto» (Piersilvio è frocio e Luigi l’ha educato la madre, dunque è normale) e la memoria di essere stato l’unico, disastroso, leader vincente di destra nella storia della Repubblica.

Off-topic: vi ricordate di un memorandum del grandiximo Volpe Pasini pubblicato dall’«Espresso», databile ai primi di dicembre 2012 alla vigilia del ballottaggio delle primarie Renzie-Bersagli: si diceva che Renzi avrebbe perso le primarie, lasciato il PD e si sarebbe candidato con un centrotavola trasversale contrattato con B. In quella eterogenesi dei fininvest che è la storia recente italiana, ciò che è avvenuto con altri mezzi e modalità non è troppo distante.

L’idea che dopo di lui ci sia il diluvio non ha mai disturbato il sonno di B. E’lui l’idolo del popolo delle dentiere, dei kani sinpatici, degli ultras milanisti e delle cataratte. E di quelle vecchie baldracche che vorrebbero assaggiare il suo scroto ormai inattivo. Decide sempre e solo lui. I fittiani – mezze figure unicamente interessate ad auto-perpetuarsi nei salotti di Montecitorio e in quell’orgia di divani e paleo-dibattiti che si staglia tra Via Mazzini e La7 – li mette indietro nelle preferenze e li toglie dalle liste bloccate.

[C]
Il flaccido e putrido deterano di B., già definitivo frodatore di 7,3 mln di euro (i restanti di almeno altri 300 e rotti milioni prescritti) e protagonista di prescrizioni e depenalizzazioni lungo tutto l’arco del codice penale.

Assolto in appello sul processo Ruby (insufficienza di prove su prostituzione minorile e interpretazione favor rei ex-legge Severino sulla concussione aggravata), resta da capire se la Cassazione confermerà o casserà – magari evidenziando gli errori dei PM nel formulare l’accusa – la sentenza rimandandola in appello nel quale rischia 4-7 anni. Restano Ruby-ter per corruzione in atti giudiziari (i denari elargiti a Ruby e alle Olgettine), il primo grado a Napoli per la corruzione di De Gregorio e l’udienza preliminare a Bari sulle escort di Tarantini.

Il problema dell’agibilità politica è una farsa, trattandosi di un vecchio balordo: in Parlamento o meno possiede la ditta, e ne ha abbastanza di qualunque cosa gli stia attorno tranne il tenerissimo batuffolo bianco che ci commuove cerebralmente.

Il punto è che la sua incandidabilità fino al 2018 lo espone a nuove misure cautelari – dai servizi sociali, ai domiciliari fino al remoto carcere quasi impossibile grazie alla salva-Previti – nel caso di ulteriore condanna definitiva.

Dunque l’art. 19bis del decreto attuativo sulla delega fiscale (la soglia di depenalizzazione del 3% su frodi ed evasioni) vale per una sua ricandidatura e un nuovo scudo almeno temporaneo sui processi. Renzi e la manina simpatica che ha vergato quelle quattro righe prima di Natale, hanno deciso che se ne riparla il 20 febbraio, a presidente fatto e a Italicum votato. Altri scudi superspaziali sono sempre possibili in Parlamento, in cambio di voti decisivi a Renzi. La grazia è una questione futura. Non immediata, ma tra qualche anno, se la Cassazione conferma l’appello del Ruby-gate ma gli altri processi continuano, oppure entrambi finiscono in vacca.

Ecco perché serve un PDR delle riforme condivise, un moderato dalla parte della sragion di Stato per «pacificare il Paese dopo vent’anni di conflitto permanente», «abbattere i muri del giustizialismo a favore di un reciproco riconoscimento e una civile competizione tra governo e opposizione». Aggiungete la frase che preferite dagli articoli di Marcello Sorgi, Massimo Franco, GreenRami, Salvatore Merlo, Pigi Battista, Piero Ostellino e Stefano Folli.

Un riformatore della Costituzione e tre volte premier, capo del principale partito della destra, può mica subire le angherie degli sgherri rossi e di Magistratura democratica che usa il potere giurisdizionale per instaurare la dittatura del proletariato? Nooo. Nn m senbra karino. Poi ci sarebbe Dell’Utri, che deve scontare 7 anni per concorso esterno in ass. mafiosa. E se per caso inizia a parlare sono craxxi suoi!

IDEOLOGICAMENTE: «dev’essere un moderato». Balle. Lui conosce benissimo gli ex Pci perché gli hanno svenduto il Paese, garantito le televisioni, si sono astenuti in molte leggi vergogna, soprattutto i decreti scritti da Amato nel 1984, l’amnistia che lo ha salvato per falsa testimonianza sulla P2, Legge Mammì, legge Maccanico e al governo hanno mantenuto le porcherie che aveva generato in precedenza. Voterebbe subito uno di loro. Mai un ex Dc di sinistra. B. odia tutti i cattolici di sinistra, da Prodi a Bindi, ritenendoli (correttamente, a mon avis) meno ammanicabili e più radicali di chiunque. Gente che farebbe paura a Curcio e Cagol, cattolici tridentini col cervello grande quanto le nocche delle mani di Fanfani. Al limite puà sperare in un ex Psi, trasversale, ammanicabile, già a lui caro, tipo… [omissis].

GATINAMENTE: Mao Tse Tumblr è il gatino più simpatico del mondo, non essitono genti più sinpatike di lui. Inpossibile: forse Pingu, Boo. Impossibile trovare uno più buffone di lui, e se lo trovasse – magalli lo trovasse.. – si ingelosirebbe: the king of catarat dogs & dentiers non può che essere lui. Ovviamente se il gatino facesse passare grazie, depenalizzazioni e mantenesse l’attuale assetto della Gasparri (ke il gatino Cianpi gli respinse in faccia, come anche la florida idea di annullare le elezioni del 2006), l’interregno di Dudù come responsabile della cultura Fi sarebbe a rischio.

 

() I Minorati Pd*

Controllano 80-110 voti.
Che PDR vuolono?

* A sinistra di Renzi c’è un gruppo di persone unite da una serie di valori, obiettivi e ideali la cui consistenza è la stessa dell’ex Jugoslavia nel 1990. 

Bersaniani – teoricamente i socialdemocratici del bigoncio – Little Fassy girl, Robert Hope, Cangotoro, Maurizio Martina, Damiano, D’Attorre. 

Cuperliani: sempre più in combutta con i bersaniani, ormai quasi indistinguibili

Cani sciolti: Bindi e altri cattolici, indipendenti e vari in cerca di un dog-sitter. Ci sarebbe anche LittleLetta, ma è più facile vedere in transatlantico Jim Morrison che lui. Poco male: al contrario di Renzi, lui lo ritroveremo tra i coglioni per i prossimi 30 anni.

Dalemiani: sono perlopiù anonimi, ormai nessuno si definisce tale, e lo credo bene. Ci mettiamo in mezzo a questi anche molti lettiani tipo Boccia, che all’inizio di Renzi I per 13-14 giorni divenne renziano sperando in un sottosegretariato; e ora è antirenziano e recentemente anche tsiprasiano e avversario dell’austerità. Domani boh. I “giovani turchi” ormai sono renziani e antidalemiani anche. D’Alema è consegnato a quel baratro che merita, insomma.

Civatiani: brave persone, di sinistra, legalitari, dunque del tutto sprovveduti di tattica e strategia. Ve lo ricordate Civati? Se non lo ricordate basta accendere la tv, anche alle 2 del mattino. Civati è quel dolciximo bambino con gli occhi azzurri, con la barba strategica di due giorni e quel sorriso oggettivamente irresistibile che richiede attenzione a Renzi e minaccia la scissione al ritmo del segnale orario del Gr2. Fatico a parlarne male, perché è un grande. Ma anche un grande rompicoglioni: di sinistra, laico, colto, 39enne, ha preso il 15% alle primarie partendo da zero e senza appoggi dell’Apparato. Sarebbe il vero anti-Renzi perché ne riprende diversi codici comunicativi e temi pre-politici (non a caso è un ex-leopoldino), ma con contenuti molto più profondi e nettamente a sinistra. Magari lo sarà in futuro. 

Capite la follia? Come fanno questa centinaia di discorrenti a ostacolare il Nazareno senza una minima unità e coerenza interna?

POLITICAMENTE: vogliono un candidato non nazareno, ma gli va bene tutto ciò che indebolisce Pittibimbo, qualsiasi cosa possa anche ipoteticamente rovinare i giochi suoi e magari essere uno dei loro [es. Bers–omissis]. Fanno asse con i “fittiani” per motivi speculari, ma possono anche mettere il boccone giusto a quei ritardati dei Pentatubbies. Cmq.: uno ke spakki i koglioni a Renxi. Tuttavia essendo ex comunisti – dunque democristiani di destra – devono per forza votare uno dei loro, che provenga da Botteghe Oscure o che abbia fatto il ministro nei loro governi. Magari una figura grigia, che nel gioco dei party va bene a Renzie.

IDEOLOGICAMENTE: pas de mal. Un progressista, ma in senso molto (A)lato. ‘Sta candidatura po’ S piuma (Pr…omissis) o po’ S fero (Am.. omissis). O xsino po’ S uno dei loro: il loro leader che pacificherebbe il partito, ottenendo di intestarsi il PDR. Ma poi ripetono i ben informati: è la carica che.. una volta lì.. il PDR è sempre forte: no, migliorista eri e migliorista rimani e l’ideologia ti serve a interpretare la realtà. E puoi anche sbagliare. Sbaglia il Papa a decapitare uno che gli da del figlio di bagassa (mentre voleva vincere contro l’ISIS lanciando coriandoli), può sbagliare anche un vecchio coglione qualsiasi. Però rimane lui, con grandi poteri.

GATINAMENTE: i minorati Pd hanno un gatino x eccellenza: Civati. Ma lui e i sodali sono una minoranza tra i minorati. Gli altri in generale sono persone grigie, molto più competenti dei pittibimbiani, ma disastrosi nella comunicazione, con accenti vetero. Gente che sogna un doggystyle con la Camusso o un Pov con Sandra Zampa. Il loro PDR non dev’essere un gatino-xtino, ma un serio e compunto uomo/donna di Stato: austero, solenne, che magari nei messaggi di fine anno riesca a provocare sui cittadini un effetto waterboarding o li spinga a cercare un Ryanair per Kobane. Insomma uno come.. [omissis].

 

() I Fittiani*

Controllano 30-50 voti.
Che PDR vuolono?

*gente che è arrivata xsino a capire che B. li sta barattando politicamente per salvarsi. Gentaglia che non sarebbe nulla in un mondo perfetto con regia di Kevin Costner, politicamente, ideologicamente, umanamente. Infatti la finiranno con Half-Ass.

POLITICAMENTE/IDEOLOGICAMENTE: vogliono un cattolico-moderato o un liberale come Martino. Ma gli va benissimo anche uno del PD, purchè sia antinazareno (vedi supra): Finok, Matt, Ama, Pro, tutti sti cavalli, soprattutto quelli dispari sono cavalcabili. Gente che può contare davvero solo nello stallo messicano dalla 5° chiamata in poi, quando anche l’Union Valdotaine diventerà non meno importante di Churchill nel 1944.

GATINAMENTE: hanno il gatino + meglio di tutti in casa: peccato il PDL non abbia vinto nel 2013 🙁

 

() Nuovo Centro Tavola

Controlla 60-80 voti.
Che PDR vuolono?

POLITICAMENTE/IDEOLOGICAMENTE: hanno molti voti, ma fanno asse con B.. forse. A seconda dei giorni sono emissari di B. al governo o acerrimi nemici del satiriaco: essendo composti nella loro “area popolare” da 77 correnti, gli viene difficile qualsiasi decisione. A loro interessa non andare a elezioni fino al 2018. Votano un “moderato”, ma senza garanzie da R. e B. possono sparigliare e fare asse con Fitto e Minorati. Hanno un loro candidato che potrebbe essere forte: uno che nel 2013 aveva messo in cinta la sua filippina, costretta ad abortire e chiesto scusa alla moglie figlia di un costruttore, senza i cui foraggiamenti sarebbe a fare pesca subacquea con Fini. Ecco: riuscisse a intestarsi questo candidato del caos avrebbe vinto la lotteria.

GATINAMENTE: gente di bassa lega ha emozioni di bassa lega. Che un PDR abbia empatia o umanità non interessa. Ci penseranno Marzio Breda & C. a mettergli in mano iconicamente banbini, gatini o landini. Gli ex SC (32 anime, li mettiamo qui per comodità e per loro palese inutilità finchè non decidono di nazarenizzarsi nel PD..) possono al limite riproporre MarioMortimer che pratica un fisting ad Empty e poi alla Bignardi. Quella sarebbe una scena, cazzo. Una grande scena con divisa.

 

() La Lega Nerd (e i fratelli di Talia Shire)

Controllano 50 voti.
Che PDR vuolono?

POLITICAMENTE/IDEOLOGICAMENTE: Feltri, il che vanifica tutta la caciara di questo pezzo. Il problema della satira in Italia è che purtroppo esiste la realtà. Irraggiungibile! Salvini e la piccola fiammiferaia inseguono il loro sogno di vanagloria, dunque le elezioni del PDR sono un’appendice all’ordinaria amm. (sparare sui migranti, fuori dall’euro, Fornerendum etc..). Chiunque vada che non sia Borghi, Paragone, Massimo Fini o qualche altro misurato statista va benissimo per riversargli colate di sterco sopra.

GATINAMENTE: qualunque celebroleso dovrebbe andar bene. Bossi lo è anche clinicamente, ci riflettano.

 

() Tfiniftra, Ecolofia, Ciao

Controllano 30 voti.
Che PDR vuolono?

POLITICAMENTE: stavano andando bene: asse con i minorati, qualche sguardo ai Pentatubbies, antinazareni e recuperavano una buona autonomia con il sostegno a Romano. Poi riescono a vanificare tutto in due mosse: candidare la Castellina (per carità, tanto rispetto: però cazzo, dai!) e dichiarare il voto per “professione fratello morto” alla quarta. In due ore sono tornati appendice del Pd.

IDEOLOGICAMENTE: uno de sinistra, va bene cattolico, non nazareno. Con 34 voti quello puoi fare.

GATINAMENTE: Nichi Pentola è un gatino di per sé: frocio, cattolico, parla come Silvio Muccino di Barivecchia. Possono transigere sul x-tinismo. Nel caso alla V o alla VI chiamata possono sostenere.. V..[omissis]

 

() Pentatubbies*

Controllano 127 voti.
Che PDR vuolono?

*Quella gente presa dal bar o votata da ben decine di persone in un sito senza controlli notarili esterni posseduto da un buffone pluriomicida che spaccava computer e pubblicizzava yogurt; e da uno dei pochi hipster di destra nel mondo che gira con un mocio vileda in testa. Questi due sono anche presidente, segretario, cassiere, ideologo, capo della commissione centrale di controllo, vidimatori di sondaggi. Questa gente ha preso il 25% dei voti, impresa negli ultimi 70 anni riuscita solo a Pci-Pd, Dc e Pdl. Dovevano aprire la scatola di sardine e solo dopo hanno capito di essere loro le sardine.

POLITICAMENTE: avevano un poker d’assi pronto: lanciare Prodi due settimane fa fin dalla prima chiama, abbandonando quella falsa democrazia diretta e il pregiudizio sull’euro (lascino perdere le questioni che hanno più di due subordinate e tre cifre). Prodi: (a) poteva essere il penta candidato e se Renzi – molto controvoglia e le balle rasoterra – lo votava se lo sarebbero intestato e avrebbe avuto riguardo verso loro, più di NapoOrsoCapo che “non sentì il boom” e li riteneva peggio di Carminati; (b) se Renzi non lo votava o portava scuse il Pd poteva scindersi: i minorati lo avrebbero votato e a quel punto “splash”, almeno parte del Pd; (c) B. non lo votava, ma una settimana fa i fittiani si, anche Sc e “area LOLlolare”: possibile scissione o epurazione in FI. Mossa perfetta: Prodi non piace a nessuno, perché è uno che ha sempre vinto tutto. Ci sono arrivati tramite la penta-farsa del direttorio/quirinarie/DibbacheproponeBersagli etc.. e poi esce Imposimato. Quello che dovrebbe presiedere il Consiglio supremo di difesa, le FF. AA., il Csm. Ecco.

IDEOLOGICAMENTE: gentismo puro. Il loro presidente ideale è uno che non è nella casta (tipo Rotoplà: Pli nel ’50, radicale nei ’60, vicino al Psi nei ’70, indipendente negli ’80, Pds nei ’90, Pd negli ’00-’10), non ha mai avuto incarichi (tipo Rotoplà: capo dell’Authority sulla privacy e variamente chiamato come giurista da parlamento ed enti pubblici per 50 anni),e il resto lo sapete. Uno tsunami di minchiate. Ecco, il presidente ideale sarebbe Berlusconi, ma non possono dirlo pubblicamente. Essendo un movimento crollista aspirano affinchè sia il peggio possibile: più è ka$ta, più pensioni ha e meglio è. L’alternativa loro è un legalitario, che sanno non potrebbe mai passare. Tranne uno. Cantone. Lui è anche nel “minore di 3” di Pittibimbo, anche lui era da lanciare subito, forse.

GATINAMENTE: troppo facile: loro metterebbero persino la gigantografia di X-tini inanimata. Poi gli chiedi a un Pentaboy a caso: “ma perché cazzo ti piace così tanto?”. E ti rispondono “xkè era bravo”. Amen.
 

Fine della seconda parte
e FINE


(PIERVITTORIO ROBLEDO BUITONI (Sondrio, 1948) è un politico, dirigente e saggista italiano.

Deputato per il Psdi dal 1979 al 1987, in seguito componente del Cnel, ed editorialista de «L’Indipendente». Attualmente libero docente di Teorie e tecniche del frazionismo partitico all’Università ‘Ca Foscari di Venezia, ha pubblicato diversi libri tra i quali: “Noi ragazzi di Saragat” (Il Mulino, 1982), “Il sonno delle Regioni genera mostre: il sacco degli enti locali in Italia” (Einaudi, 1986), “Liberali oggi: la destra e la nostra avventura” (Einaudi, 1994) e “Come diventai seggio: un’autobiografia” (con Franco Bechis, Carocci 2001).

Il Quirinale Per Bifolchi: potestà, gusti e poteri dell’Omino.

Cossiga9

Disamina popolare di estrema competenza e giovanilistico livore a cura di:

Piervittorio Robledo Buitoni

 

Sommario:


Potestà, gusti, poteri dell’Omino

 

(Caratteristiche: il prepuzio della Repubblica.

Il Presidente della Repubblica è la figura istituzionale che rappresenta lo Stato nella sua interezza e «unità nazionale» (art. 87 c. 1 Cost.): per questo la Costituzione gli affida funzioni di garanzia e non di “indirizzo politico”.

Mah! Dipende. Forse. Boh! Purtuttavia… quando accogli i capigruppo per sollecitargli che le riforme vadano più veloci (“in orario”), quando ti esprimi a favore di un atto normativo e contro gli oppositori… boh. Uno pensa: Garante stocazzo. Ma non voglio vilipendiare il cazzo, dunque sinpatia a go go.

Tutti gli atti del PDR – es. decreti presidenziali – devono essere controfirmati dal ministro proponente (art. 89 Cost.) a riprova della sua “irresponsabilità politica” rispetto gli atti caratterizzanti dell’esecutivo in carica. Tale “irresponsabilità politica” vale sugli atti suoi propri e a maggior ragione sull’emanazione di atti normativi, leggi, decreti, che lo rendono irremovibile dalla sua carica e giuridicamente “irresponsabile”.

Ad eccezione della destituzione pronunciata dalla Corte costituzionale per alto tradimento o attentato alla Costituzione (ciò a cui rischiarono invano di andare incontro Leone e Cossiga); il mandato può inoltre concludersi per impedimento permanente (l’ictus di Antonio Segni), dimissioni, decadenza per effetto della perdita di uno dei requisiti di eleggibilità o ovviamente per morte [xò attendendo ankora qualke anno la salma di un Napolitano III potrebbe innovare la praxxi…].

Il PDR deve avere almeno 50 anni, la pienezza dei diritti civili e politici e nessuna funzione vicaria incompatibile (art. 84 Cost.); se impedito più o meno temporaneamente nelle sue funzioni è sostituito dal Presidente del Senato (art. 86 Cost. di norma per una supplenza “minima”, ovvero sull’ordinaria amministrazione).

Dura in carica 7 anni (art. 85 Cost. — la seconda carica più lunga dopo quella dei giudici della Consulta), riceve un assegno e dotazioni finanziarie proprie stabilite dalla legge e a fine mandato diventa senatore a vita (a meno non vi rinunzi per candidarsi, art. 59.1 Cost.).

Ma allora ci chiediamo la Gente, essendo l’Italia una Repubblica parlamentare, non avendo in merito alla sua nomina una forma di suffragio ed elezione popolare, non essendo a capo di un esecutivo come Obama, non esprimendo un «proprio» esecutivo come Hollande, a che cazzo serve questo bizzarro omino?

 

(Poteri, merendine, ciao.

Il PDR è formalmente il capo delle Forze armate e presiede il Consiglio supremo di Difesa, oltre ad avere importanti prerogative diplomatiche (es.: accredita funzionari e ambasciate estere, accompagna il ministro degli esteri nelle visite ufficiali e nei summit più urgenti, se occorre). In parole povere, se Putin sconfina in Valle d’Aosta si riunisce insieme al ministro della Difesa, ai capi di stato maggiore, ai capi delle polizie e dell’intelligence e decide il da farsi, con chi allearsi, come procedere, dichiarando su autorizzazione delle Camere l’eventuale stato di guerra.

Non “decide” la sostanza della politica estera, essendo tali prerogative appartenenti al Governo e alla conferma in sede parlamentare, ma prima di qualsiasi deliberazione potrebbe ritenere che una «missione di pace» (es. Libano 1982, Kosovo 1999, Iraq 2003, Libano 2007, Libia 2012) contrasta con l’art. 11 Cost. («il nostro paese ripudia la guerra sia come strumento di offesa contro altri popoli sia come mezzo per risolvere le controversie con altri stati») oppure contempla il diritto alla difesa – anche nell’ambito più esteso del Patto Atlantico e gli obblighi di mutua difesa tra consociati – ex. art. 78 Cost, ipoteticamente sconfessando l’esecutivo fino a una crisi istituzionale. Ipotesi pressochè lunari in una democrazia liberale.

Il PDR è “garante” anche nel ratificare i Trattati di diritto internazionale: su autorizzazione delle Camere a seguito di recezione degli stessi con leggi ordinarie (l’art. 80 Cost. indica i casi nei quali la ratifica è una semplice promulgazione) mentre nei Trattati “caratterizzanti” (es.: adesione a organismi internazionali) è – ex. art. 10 c. 1 Cost.: «l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» – il vigile della compatibilità di esse con la Costituzione. Per esempio non solo Napolitano fu promotore delle adesioni ai Trattati UE 2006-2014 successivi a Maastricht (Lisbona, Costituzione UE finché l’ipotesi rimase in campo) ma soprattutto ritenne compatibili i vincoli da essi conseguenti con la Costituzione (adesione al Fiscal compact in particolare, mentre incardinando il pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012 i partiti gli evitarono di esprimersi su una misura molto opinabile, che ovviamente lo vedeva sponsor entusiasta).

Ricorderemo quanto detto nella “Corsa al Colle”, limitandoci ora ad osservare semplicemente che il PDR è il capo delle FF. AA. e influisce notevolmente sul da farsi in caso di sconfinamento dell’Armata rossa in Val D’Aosta. Nel senso: potrebbe essere Dario Foibe e i gruppettari di «Soccorso rosso» o Ferdy Imposimato (su suggerimento del carabiniere Ladu) a dover affrontare un’invasione straniera o decidere se andare a fare guerra all’ISIS o a Virna l’ISIS.

Nonostante non sia un capo dell’esecutivo, è un regista che sovrintende la dinamica istituzionale e garantisce sull’osservanza della Costituzione (la regola suprema che dirime la contesa tra fazioni), ma detiene una serie di poteri effettivi che condizionano le decisioni politiche in maniera sostanziale. Alla parola “regola suprema” mi sono masturbato pensando a Marzio Breda che deflora Salvatore Merlo con in sottofondo la canzone “Yeah” di Usher.

Partiamo dalle prerogative “minori”.

Nominando i senatori a vita fornisce al governo in carica e successivi o un surplus di omini, che possono o meno votare la fiducia, risultando decisivi, come è avvenuto per tutti i governi “politici” della II Repubblica [escluso il Berlusconi III]; in occasioni particolari convoca le camere in seduta straordinaria, conferendo ad eventi in apparenza secondari il crisma di “urgenza” o “ufficialità”, possibile nocumento (risposte del Min. degli Interni sul caso Alfano-Shalabayeva) o giubilo (discorsi del premier alla Nazione sul semestre UE) a governanti od oppositori. Può rompere il cazzo oppure permettere al premier di farsi fagocitare da ettolitri di bava per un semestre europeo. X dire..

Identicamente, nominando gli alti funzionari ed emanando 29 tipologie di atti amministrativi, influisce sull’alta burocrazia e condiziona la dinamica delle decisioni, tenuto conto di tutta l’influenza informale che esercita sulle nomine: sono le stesse persone (es. ragioneria dello Stato, dipartimenti ministeriali, uffici legislativi etc..) che possono oliare una riforma a monte oppure sabotarla scrivendo male i decreti attuativi e rendendoli inapplicabili oppure bloccandone l’esecutività per mancata copertura finanziaria o per antinomia legislativa.

Gran parte delle politiche pubbliche italiane segue questo iter: grandi sboronate in commissione parlamentare, effetti spesso inesistenti «a valle». A volte è xsino meglio kosi.

Rispetto alla funzione giurisdizionale, il PDR nomina 5 giudici costituzionali su 15, ovvero 1/3 dell’organo preposto a sindacare sulla conformità di leggi e decreti alla Legge fondamentale. “Legge fondamentale”: marmellata tutta da leccare spalmata sul clitoride di Paola De Micheli.. gnam! Ciò significa che essi, pur partendo dal crisma giuridico, a seconda della propria tendenza potranno ritenere che di volta in volta un premio di maggioranza è troppo ampio, le restrizioni sulla fecondazione eterologa sono illegittime, il lodo Alfano con legge ordinaria non solo crea un’indebita tutela di rango costituzionale ma contraddice l’art. 3 Cost. Stante la loro enorme competenza teorica, giurisprudenziale e dottrinale, che siano laici o cattolici, proporzionalisti o maggioritari, pro o anti-magistrati, politici o tecnici, “garantisti” (?) o “giustizialisti” (??), uomini o donne, magistrati o professori o avvocati etc.. conta parecchio.
C’è il diritto, ma c’è anche il rovescio, lo smash, non esistono più la quattro stagioni…
Il PDR concede la grazia (la Consulta ha stabilito che l’assenso del guardasigilli è dovuto) e commuta le pene: può elargire la libertà a Mesina (Cossiga: LOL) come a Bompressi, a Corona o a un “ipotetico” frodatore fiscale di 7 mln di euro (a fronte, va sempre ribadito, di altri 300 e rotti prescritti) a capo di un partito che riforma la Costituzione.

Il PDR presiede il Consiglio Superiore della Magistratura ed è formalmente a capo del potere giudiziario: non ha attribuzioni decisive, potendo unicamente rinviare per illegittimità formale decreti e nomine al collegio dei magistrati.

Conta soprattutto il suo parere, in questo caso informale, affidato direttamente ai soliti cani da riporto che lo seguono fino in Papuasia, oppure consegnato ai suoi portavoce che lo elargiscono ai retroscemisti («Il Sacro Presidente avrebbe confidato a una fonte citata dal nostro amico Alfredo, fratello del callifugo di fiducia di Solange che Napolitano non escluda un brunch con Paola Taverna, presente l’ambasciatore Philips e Pingu»). Diverso il caso dei messaggi presidenziali ex. art. 87 Cost. che hanno un crisma di ufficialità e servono a orientare le Camere in modo esplicito su un tema (es. Cossiga con le riforme istituzionali, Napolitano sull’amnistia). Esprimendosi a mezzo stampa e informalmente (Pertini, Cossiga..) o in modo ufficiale (es. Ciampi) su “guerre tra procure”, “eccessi della pubblica accusa”, “riabilitazioni”, “tempi eccessivi”, “carceri insufficienti” etc.. il PDR orienta l’opinione pubblica che provvederà a mettere in cima all’agenda setting «la questione della magistratura inquirente» o della «responsabilità civile dei magistrati». Poi ogni tanto arriva un folle come Cossiga che cerca di imporre al CSM l’ordine del giorno e a spiegargli che devono sponsorizzare una autoriforma [Cossiga: LOL]!

 

(Le armi termonucleari e la regia delle «Riforme condivise che servono al Paese» (il Paese le chiede, del resto!)

Il nostro eroe, indice le elezioni e fissa la prima riunione delle Camere.
La prima prerogativa è uno standard nel caso di naturale fine della legislatura: oscilla di qualche settimana. Così come la convocazione delle Camere si tiene 20 giorni dopo le elezioni, in seguito alla quale vengono eletti presidenti, questori, giunte, uffici di presidenza, gruppi e commissioni parlamentari.

La tempistica in caso di “vulnus” istituzionale può essere decisiva: Napolitano I, a seguito dello stallo messicano del 24 febbraio 2013, trovandosi nell’ultimo semestre “bianco” di presidenza e non potendo sciogliere anticipatamente le Camere (art. 88 Cost.), non potendo indire nuove elezioni come in Grecia (due elezioni politiche successive a un mese di distanza, ma col cazzo, lo avrebbe fatto in ogni caso!) decise di “decantare” le elezioni del febbraio 2013 con esplorazioni, esternazioni, dilatazione dei tempi di nomina e vidimazione degli organismi parlamentari, nomina dei 30 saggi per le riforme (a che titolo? con quali risultati?), consultazioni prolungate e diluite in modo informale, in modo da post-porre la nomina dell’esecutivo alla votazione del successore [il medesimo Napolitano reloaded].

Avendo escluso in precedenza di dimettersi, in maniera da condurre egli in prima persona le consultazioni, condizionò in maniera decisiva la dinamica che porterà Letta jr. al governo, reiterando la Grande colazione.

Ovvero: avrebbe potuto affidare immediatamente a Bersani non un mandato esplorativo, ma un incarico vero e proprio (come per Andreotti IV e Fanfani V e diversi altri esecutivi detti “balneari” di minoranza o di transizione a nuove elezioni), conducendo il Bersani I a una sfiducia palese nelle Camere o al successo tramite soluzioni intermedie (astensione, fiducia condizionata, governo di minoranza), probabilmente provvisorie fino al nuovo voto previa riforma elettorale e approvazione della legge di stabilità.

Invece Napolitano impallinò Bersani, prendendo atto della “non vittoria” elettorale e palesando il suo disaccordo verso un ipotetico governo Pd-Sel-Gentisti, oppure con l’ausilio di montiani, collaboranti centristi (Udc, Gal, cespugli misti) e astensori occulti (la Lega diede qualche segnale).

NapoOrsoCapo espresse così la volontà di arrivare a ciò che ne è seguito: le larghe intese, larghissime nella prima formulazione Letta-Saccodanni estesa anche a FI, l’unica soluzione esperibile in un parlamento tripolare.

Il PDR è il playmaker delle crisi di governo, perché può sciogliere il Parlamento – o anche una sola Camera – anticipatamente (art. 88 Cost.) e nomina il Presidente del Consiglio (art. 92 Cost.).

Ma che cazzo dico? Tutto ciò è vero, oppure sto affastellando termini epigonici solo per nascondere l’insicurezza sul futuro, l’inquietudine per la riforma elettorale e degli strani sfoghi epidermici apparsi nella mia sacca scrotale? Jarabe De Palo direbbe: “Depende”.

Nell’esperienza «duumvirale» italiana lo scioglimento non è un atto politico in mano all’esecutivo (che in tal caso deciderebbe in base ad una rendita politica immediata: se lo sciolgo, vince l’opposizione? Con quale legge elettorale vado a votare? Vado a incassare i sondaggi e stravincere?), ma una presa d’atto del PDR dell’assenza di una maggioranza parlamentare che sostiene il governo.

Tuttavia lo scioglimento è condizionato: se il Parlamento può formare una maggioranza di qualsiasi colore a sostegno del Governo, il PDR non può sciogliere le Camere e indire elezioni. Tutti i golpes denunciati negli ultimi decenni sono cazzate: nel dicembre 1994 la Lega accetta di sostenere Dini, nel 1998 l’UDR accetta di sostenere D’Alema, nel 2011 ABC accettano di sostenere Monti. Si può certo criticare l’attivismo di Scalfaro e Napolitano, inconsueto per una repubblica parlamentare, non portarli in Tribunale come volevano fare i Pentatubbies prima di sfogliare quel parallelepipedo in carta poggiato sulle scrivanie e ancora implasticato: un manuale di diritto costituzionale.

Una parziale eccezione, controversa, ma dettata dall’irrepetibile 1993-94, avvenne quando Scalfaro prendendo atto dei referendum elettorali del 1993, di un parlamento delegittimato, corrotto fino al midollo e inquisito per 1/3, delle dimissioni di Ciampi una volta esaurito il suo ruolo, decise di sciogliere le Camere senza tentare un mandato esplorativo o indire consultazioni. Ma non senza l’avallo e la controfirma dell’esecutivo al decreto di scioglimento e non senza incassare il consenso “informale” di un pentapartito morente e decimato dalle amministrative del 1993, della Lega montante sull’antipolitica e del Pds dello «zombie coi baffi» [fantastica definizione data da Cossiga, LOLlidente della Repubblica] pronto a schierare la «gioiosa macchina da guerra». Stranamente FI, trionfante nel marzo 1994, non ha mai accusato di golpismo Scalfaro per quanto accaduto.

Il PDR rinvia le leggi con messaggio motivato, il che equivale alla richiesta di una nuova formulazione che rispetti l’indicazione presidenziale (che può essere espressa anche con un messaggio alle Camere allegato al rinvio). Perché lo fa (disperato ragazzo mio, cit. Masini)? Dal 1946 al 2005 sono state rinviate 55 leggi (21 di queste da Cossiga, anche per pura discrezionalità politica o dosi eccessive di Lexotan; Cossiga: LOL), quasi tutte per dubbi rispetto all’obbligo di copertura di bilancio (art. 81 C. 4 Cost.).

La Costituzione non indica espressamente le ragioni, che si sono dunque evolute nella prassi e nell’esperienza quirinalizia: in gran parte i rinvii hanno risposto a ragioni di incoerenza della legge con l’ordinamento, conversioni di decreti legge privi di urgenza e necessità, palesi antinomie giuridiche e mancata copertura finanziaria.

Il rinvio è un sindacato di legittimità costituzionale “in itinere”: l’illegittimità costituzionale la stabilisce la Consulta a valle, ma a monte il PDR (ovviamente con l’ausilio dei suoi uffici legislativi) si esprime su una misura che ritiene palesemente incostituzionale. Ad esempio il c.d. Lodo Alfano non venne considerato tale da Napolitano, ma la Consulta provvide a dichiararlo illegittimo, anche perché riprendeva quasi pari il Lodo Schifani (che invece Ciampi rinviò alle Camere) anch’esso caduto sotto la scure della Consulta.

La discrezionalità conta sempre, sia a monte che a valle: secondo voi al governo piace di più il PDR che rompe i coglioni o quello che firma indifferentemente leggi, autografi e cambiali?

 

(Il NapoGolpe, i «giuristi per caso».

Nel novembre 2011, Napolitano ha «salvato» l'Italia dal fallimento immediato (3-4 mesi di autonomia per il pagamento di pensioni e stipendi pubblici, indebitamento su Btp-Cct 5 volte superiore a oggi… dritti verso il default), a costo di una deriva comunque fallimentare ma non (ancora?) disastrosa e definitiva. E’ stato un golpe, oppure tutto lecito e un protagonismo eccessivo?

La proroga del Parlamento e la formazione del Monti I avvenne attraverso uno «scambio politico».

Il «contratto» prevedeva le dimissioni di B. prima della "potenziale" (ma probabile e ponderata da settimane..) sfiducia parlamentare al Berlusconi III da parte di una quarantina di suoi parlamentari, per dare vita ad un esecutivo tecnico, presieduto da colui che una settimana prima Napolitano I aveva provveduto a nominare neo-senatore, legittimandolo alla successione.

In cambio, il governo tecnico di centro-destra – essendo composto eccetto F. Barca da liberali, cattolici, ciellini e conservatori -, non avrebbe toccato gli interessi giudiziari ed economici del grande Porco e avrebbe evitato elezioni con il PDL al 5% e il Patto di Vasto al 40-45% due anni prima dell’esplosione del grillismo.

Casini e Fini erano d’accordissimo: il primo è un 1,87 di vuoto cosmico, il secondo uno dei registi della caduta di B… a proposito, grazie Gianfry (ma ora spiega il Futuro e le Libertà agli anceli di Montecarlo, ciao).

Bersani e il PD avrebbero stravinto le elezioni: PD era dato medio-alto al 25-30%, SEL era al culmine del 9%, esprimeva un governatore e tutti i sindaci vincenti delle amm.ve del maggio-giugno 2011, mentre IDV prima di “Report” stava al 7-8% vittoriosa nei referendum legislativi anti-B. e ritenuta dai gentisti orfani di partito come l’unica opposizione credibile (ricordiamo che ancora nel 2013 Grillo pensava di candidare Di Pietro al Colle).

Il Patto di Vasto venne scongiurato da Napolitano circa la gravità della situazione e il rischio di elezioni con lo spread a 7-800; Giorgio promise a Bersani che avrebbe incassato poi: il buon «Bersano mobile» ci ha rimesso le penne, ha visto Monti scendere in campo, si è visto addossare un po’ tutto dalle riforme Fornero a Hiroshima, insultato da Grillo, considerato comunista dal “Corriere” e conservatore da Rivoluzione-c-Bieber, sbeffeggiato dall’incantevole Creamy in streamy e infine dallo stesso Napolitano gli ha scritto «scemo: skerzavo» nella fronte con un uniposca di colore fuxia.

Con le larghe intese all’anno V, sono passate le firme ai Trattati e le riforme del 2012-2014 (F. Compact, pareggio di bilancio e aggiustamenti a Maastricht su deficit e tassi di sconto, firmati da quasi tutto il Parlamento "governativo") in cambio del termine della speculazione sui titoli italiani e sul suo debito (comunque aumentato in tre anni dal 119% al 132%, mentre Prodi II lo lasciò nel 2008 al 106%..), comprando i primi e calmierando i rendimenti altissimi di allora (lo spread in pochi mesi scese da 620 a 160 punti).

Il Ltro e il Quantitative easing sono altri tasselli di queste parziali correzioni all’austerità, poco più espansive monetariamente (il succo è il 20% di emissione originaria e garantita autonomamente dalla BCE, aumenta modicamente l’inflazione, deprezza l’euro per le esportazioni dall’Europa meridionale, si potrebbe arrivare all’1/1 sul dollaro) dell’irrorazione di denaro alle banche private e al foraggiamento di debiti e interessi passivi di medio periodo, senza rischio di solvibilità per la BCE essendo garantiti dalle banche centrali nazionali l’80% dei 1100 mld (in soldoni: se falliamo o non rendiamo i prestiti miliardari della BCE, Palazzo Koch si rivarrà sullo Stato italiano che dovrà tagliare servizi e stipendi per non fallire e ripagare Mary Drake). Ma al di là di questa euro-masturbazioni scritte mentre fisso il mio scroto, stiamo messi male e il PDR è parte di questo declino che si spera non inesorabile. Sia chiaro: grazie NapoOrsoCapo, però anche un po’ no.

Nessun golpe, come sostiene un ciccione che parla come Stanlio e si propone di "Ammazzawe il Gacciopawdo", con un italiano a dir poco malfermo (off topic: quando Schumy – che in un decennio a Maranello – vinse 5 mondiali non andò oltre i “Vinco/pista/ciao”, “Pole posiscio bello risultare”, “Grip bruto ma motoro karini” venne sbeffeggiato, se un giornalista estero parla un italiano sconnesso è: “karino”, “caratteristico”, dunque “dolce”).

Sostiene senza vergogna la tesi del «Golpwe» anche la destra italiana, quella che dovrebbe costruire un Colosseo per Giorgio, che non a caso ha supplicato di tornare al Quirinale. Giorgio ha promulgato senza rimandare indietro tutte le leggi ad personam e tutto il resto – eccetto il decreto Eluana e l’ultima demenziale finanziaria di ThreeMounts – mentre Mario, pure proposto da B. come candidato premier nel dicembre 2012, è poi diventato il bersaglio di tutti: nessuno lo ha sostenuto, tutto ha fatto lui, solo lui ha aumentato le tasse. E soprattutto, fino al 2011 si stava bene. Conti a posto, crescita voluminosa, altissima politica. Così il PDL prende il 21% del feb. 2013, quasi la metà del 37% del 2008, ma 3-4 volte più di quanto un Paese di normodotati tributerebbe a uno dei governi più nefasti della storia occidentale!

Mario il comunista e Giorgio, i nemici della destra e gli amici della sinistra, insomma. 

 

(La discrezionalità, il senso dello Stato, la gang-bang.

Quanto conta l’opinione, la sensibilità del PDR in questi casi? Moltissimo.

Quando nel dicembre 2010 Napolitano I calendarizzò la sfiducia a Berlusconi III un mese dopo la richiesta di Fini & Co., gli permise di raccattare voti (vi ricordate i Polidori, i Guzzanti, i Barbareschi..), risultando decisivo per la tenuta del governo. Avesse concesso a Prodi II – al quale era molto ostile a causa del presunto sbilanciamento a sinistra, e più in generale per la sua «politicità» (divisiva!) – quel lasso di tempo, forse il csx di allora avrebbe convinto tutti i recalcitranti a tornare sui loro passi, drenando l’attivismo di FI sui Dini, Mastella, Idvisti etc…

Così come avrebbe potuto, pur al limite dei suoi poteri (che pure in altre occasioni ha forzato in maniera sostanziale) convincere Monti a non dimettersi e restare in carica per altri 2 mesi in minoranza per l’ordinaria amministrazione, sino alla scadenza naturale della legislatura, dimettendosi a gennaio, in maniera da far eleggere il suo successore al Colle dal Parlamento in carica.

Ma pensava, come anche Monti e Bersani, che PD-SEL autonomo alla Camera e costretto al Senato a cercare SC, sarebbe riuscito a formare un governo tricolore PD-SEL-SC o più probabilmente un bicolore PD-SC con SEL all’opposizione più o meno «amica».

Il 5-6% di incremento gentista nell’ultima settimana di campagna elettorale ha sabotato il disegno, che meglio ancora sarebbe stato nelle intenzioni di Napolitano I se Monti andava a ri-presiedere il governo o al limite lasciava l’incombenza a Bersani convolando al Quirinale e controllando dal Colle le «riforme condivise» di un governo autosufficiente da Berlusconi, ma con soli 10-15 senatori di maggioranza al Senato. Decisiva Scelta civica, Casini, Fini, Mauro e tutto quel mondo che solo un anno dopo alle europee ne uscirà demolito (dall’8-10% allo 0,9% tutti voti convolati verso il PD, nuovo partito di centro, e all’Udc abbarbicata ad Alfano).

Insomma: un esecutivo abbastanza forte da riproporre lo schema di austerità e di rigore finanziario (che poi sono immaginari, dal momento che produciamo 2,7-3% di deficit annuale, 40 nuovi mld di spesa pubblica e 3-4-5% di Dp/Pil all’anno…! Mentre gli interessi passivi annuale sono scesi da 95 a 95 mld: mecojoni!) ma troppo debole per una rivoluzione proletaria, l’esproprio dei patrimoni e delle immobilizzazioni dei padroni, la loro collettivizzazione e la legge marziale contro i capitalisti. Il programma di PD e SEL, insomma. E ora di Tsypriza.

Si diceva poc’anzi che il PDR, a seguito di consultazioni – pur non previste dalla Costituzione – nomina del capo del governo, e su sua proposta i ministri.

Nel primo trentennio repubblicano, dai notarili Einaudi e Leone, passando per il minimalismo di Saragat e De Nicola, solo in due sporadiche occasioni il PDR assunse iniziative disgiunte dalle dinamiche interne alla DC e dai partiti di governo. Nel 1960 Gronchi nominò Tambroni a capo di un “governo del presidente”, sostenuto all’esterno dal Msi, ma dopo i fatti del luglio 1960 l’esecutivo cadde immediatamente e il PDR ne uscì demolito. Nel luglio 1964 come noto Segni convoca alle consultazioni il generale De Lorenzo e altri militari, perlopiù in funzione intimidatoria verso il csx: alla fine Moro viene confermato primo ministro, ma su un impianto programmatico più moderato.

Salvo queste due occasioni, fino alla presidenta Xtini (da distinguere da B., che sarebbe il presidente Xteeny e da Franco 4tini tanto caro a chiunque voglia fare una citazione dotta di sinistra senza leggere. Che poi Sgarbie replicherebbe: «E Pasoliny??») tutti i presidenti del consiglio dei ministri sono democristiani ed espressione delle correnti Dc e degli equilibri delle coalizioni centriste o di centro-sinistra: il PDR – che nelle consultazioni convoca i capigruppo parlamentari, i presidenti delle Camere, i principali esponenti di partito e chiunque ritienga sia utile per dirimere la crisi – prendeva atto degli equilibri intra/infrapartitici e designava l’esponente DC frutto di quella mediazione, che a sua volta proponeva un novero di ministri tenendo conto delle indicazioni dei partiti che avrebbero sostenuto l’esecutivo. Svuotando di senso le prerogative di approvazione/veto del PDR. Era la «Repubblica dei partiti», partitocrazia, Ka$ta ante-litteram.

Xtini cambiò la prassi, designando in prima persona prima La Malfa e Craxxi in due tentativi falliti (1979) poi a seguito della caduta di 4Lani sulla P2 (1981) designò con successo Spadolini, allora segretario del Pri (partito del 2% nel 1979), primo laico e non democristiano a capo del governo. Come anche nel 1983 con Craxi, Pertini provvide alla designazione in prima persona.

Con il 1992 e la deflagrazione della prima Repubblica, non solo il PDR divenne il principale artefice della nomina del capo del governo, ma espresse in prima persona esecutivi (governi del presidente come quelli presieduti da Dini, Ciampi e Monti, formati da “tecnici” non espressione dei partiti) o in taluni casi pose il veto su singoli ministri in fase di proposta, come quando Scalfaro bocciò Previti guardasigilli. Napolitano pose il veto a Renzi su Gratteri alla giustizia e “impose” Padoan all’economia.

 

Fine della prima parte
Domani la seconda parte:
(Lo Scemario della Corsa al Quirinale)

 


(PIERVITTORIO ROBLEDO BUITONI (Sondrio, 1948) è un politico, dirigente e saggista italiano.

Deputato per il Psdi dal 1979 al 1987, in seguito componente del Cnel, ed editorialista de «L’Indipendente». Attualmente libero docente di Teorie e tecniche del frazionismo partitico all’Università ‘Ca Foscari di Venezia, ha pubblicato diversi libri tra i quali: “Noi ragazzi di Saragat” (Il Mulino, 1982), “Il sonno delle Regioni genera mostre: il sacco degli enti locali in Italia” (Einaudi, 1986), “Liberali oggi: la destra e la nostra avventura” (Einaudi, 1994) e “Come diventai seggio: un’autobiografia” (con Franco Bechis, Carocci 2001).